un Blog di Gabriele Cecchini


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giovedì 10 novembre 2016

La colpa è delle onde




Tra le onde ci sono mille segreti, pensò. Nonostante stesse camminando su per la salita del municipio, la camicia fradicia di sudore, la vista annebbiata per il caldo, aveva ancora nelle orecchie il rumore del mare che aveva abbandonato da qualche giorno. Tornato a casa, il tempo si era appiattito indissolubilmente: la colazione, il pranzo, il riposo, le canzoni alla radio, la cena, le ore insonni... tutto aveva lo stesso sapore insipido. Prima il mare, poi il nulla. 
Questa volta non era semplice noia post vacanziera, c'era qualcosa - un mistero? - che lo ossessionava. Non era mai accaduto che al ritorno dalle vacanze fosse così stralunato. 
Alzò lo sguardo, interdetto. Un rumore si avvicinava e cresceva d'intensità. 
Da un vicolo laterale spuntò, trafelata, la moglie: una sorpresa. Non c'era anima viva nei paraggi, solo lui e lei e i mattoni bianchi che ricoprivano gli edifici. Ma guardala, sembra una ragazzina con quei riccioli appiccicati alla fronte e la gonna corta. 
«Cosa ci fai qui, Maria?» 
«Mi hanno lasciato venire via prima. Andiamo a pranzo assieme?» 
«Sì. Dove?» 
«Che ne so? Decidi tu, sei tu che sei in vacanza e hai tempo per le idee!» 
Lui la guardò con il sorriso sulle labbra. Ho smarrito anche le idee. 
«Andiamo», la prese per mano e la baciò.

Andarono a prendere la macchina sotto il sole cocente di mezzogiorno, giù ai parcheggi gratuiti ai piedi delle mura di cinta. Non incontrarono nessuno durante il tragitto, probabilmente c'era qualche occhio dietro alle finestre, ma quelli sono innocui se impari a non sentirne il peso. Con la coda dell'occhio osservava Maria, e un attimo prima che mettesse in moto l'auto... capì. 
«Tu mi nascondi qualcosa. Da quando siamo tornati non riesco a darmi pace. Ho il rumore di quelle onde maledette nella mente... ora hai abbassato lo sguardo quando ti ho guardata, c'è qualcosa che devi dirmi?» 
«Sì, ma come hai fatto a capirlo? Sei un mago. Dio devo essere così scema, e trasparente». 
«Aspettiamo di mangiare» quasi supplicò lui, nel tentativo di rimandare il momento atroce in cui avrebbe conosciuto la verità. 
Cos'è poi la verità?, si chiedeva mentre guidava, forse un paravento dietro il quale ci si ripara, una barriera di scogli contro cui si infrangono le onde - i segreti, le bugie?
Lui era sempre stato sincero con Maria, e questo per lei doveva essere stato un prezzo alto da pagare. Un uomo ineccepibile esige accanto a sé una donna senza macchie. O no? Forse le avrebbe perdonato qualsiasi cosa, pur di non restare solo. Si sarebbe messo a ridere e le avrebbe detto: «Cos'è un errore di fronte a vent'anni di vita bellissimi e unici?» 
Non c'erano mai state crisi, malintesi, monotonie: il loro rapporto viveva e si rigenerava sulle imperfezioni reciproche e sull'ironia come forma di unione, salvezza. 
Arrivarono al lago e scesero dall'auto. Un lago dalle acque immobili, che non si increspavano nemmeno a mettersi a piangere, tanto l'aria era ferma, non aveva niente a che vedere con le onde del mare. 
Com'erano abituati a fare da anni, lui ordinò anche per lei e lei lo guardò sorridente mentre lo faceva. Non era un vezzo da uomo prepotente, solo un gesto frutto della gentilezza. Conosceva i gusti di lei alla perfezione, ormai. Maria adorava i pesci di lago, ecco perché erano lì. 
«Versami un goccio di vino, per piacere» chiese lui. Dio quanto aveva bisogno di un bicchiere di vino. 
Le acque del lago si riflessero negli occhi di lei per un attimo, e lui vi colse una certa apprensione dovuta a qualcosa che languiva come imprigionato dentro acque stagnanti. Di sua moglie aveva sempre apprezzato la risolutezza e la scarsa propensione ai fronzoli, alle leziosità. Maria era una donna matura che capisce più di quanto vuole dare a vedere. 
Mentre versava il vino, Maria attaccò: «Ricordi che caldo era in spiaggia il secondo giorno? Dio avrei trascorso tutto il tempo in acqua. E tu te ne stavi come un tronco disteso sul lettino, a dormire e io smaniavo per fare o dire qualcosa, ma niente, tu continuavi a tacere. Lo sai che non sopporto il caldo e che il silenzio mi fa innervosire più di ogni altra cosa. Mi dicevo, anche egoisticamente: "Perché non mi viene in soccorso? Per cosa si sta insieme?". Ad un certo punto ho detto a voce alta: "Andiamo a prendere qualcosa da bere?", ma tu niente, morto. Dalla riva una voce maschile mi risponde: "Andiamo, ho una gran sete anch'io". Mi sono girata e l'ho visto. Non era un uomo particolarmente attraente: magro ma poco tonico, occhi profondi e belli (quelli sì), mascella pronunciata, sui cinquant'anni... Mi avvicino e ci presentiamo. Si chiamava Pietro, era lì in vacanza per tutto il mese. Andiamo al bar a bere qualcosa». 
«Mi hai lasciato da solo con le onde», mormorò lui scolando il bicchiere con aria distratta. 
«Cosa?» 
«Niente, cose mie. Tutto qui? Siete andati a bere qualcosa? E allora?», più una speranza che una domanda. 
«Aspetta. Sono andata con quell'uomo al bar e abbiamo iniziato a parlare. Io nella mente mi dicevo che te l'eri cercata, che mi avevi ignorata e che non stavo facendo niente di male. Una bambina, lo so, una bambina. Ma ci parlavo proprio bene con quel Pietro. Quando sono tornata e tu ti sei finalmente svegliato non ti sei accorto di nulla. Lui se n'era andato e tutto finito». 
«E allora? Perché hai voluto dirmelo? Che c'è di male? In fondo avevi ragione, non ti davo udienza». 
«Perché perché... non lo so. Adesso mi ritrovo che guardo i vetri in controluce e vedo i suoi occhi, se guardo la superficie del lago, è il suo volto che appare». 
Lui la fissò per qualche minuto e capì che forse c'era stato anche un bacio, una mano nella mano... 
«Quindi se fossi stato meno insensibile nei confronti delle tue esigenze, ora non saremmo qui». 
«Dio, come sai leggermi nel pensiero. Sì, era proprio ciò che pensavo. Sarebbe così facile pensarla così, non trovi? La colpa produce un effetto, l'effetto è provocato da una sola causa, fine. Potrei anche fare una di quelle scenate scaricando su di te tutta la rabbia che provo per me stessa». 
«Onde maledette... lo sapevo che mi avevano tradito». 
«Cosa dici? Onde?!» 
«Sì, io voglio pensarla così: è tutta colpa delle onde che influenzano le nostre vite, vanno a rimestare nei patimenti, nei desideri soffocati di noi poveri diavoli portando a galla i segreti e le colpe. Tutta colpa delle onde!». 
Maria scoppiò a ridere senza riuscire a smettere. 
«Alle onde, allora! Cin!», alzò il calice lei. 
«Cin!» rispose lui.

Entrambi tacquero e puntando lo sguardo verso le acque del lago notarono uno strano increspamento sul velo dell'acqua, come un alito di vento improvviso. Lui sperò che il viso dell'altro si fosse ridotto in polvere. Lei continuò a vederlo, ma non disse niente. Prima o poi se ne andrà, pensarono entrambi, ciascuno per conto suo senza nemmeno guardarsi. 

Lui, le onde, non le sentiva più. 



Gabriele Cecchini

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