un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

giovedì 10 novembre 2016

La colpa è delle onde




Tra le onde ci sono mille segreti, pensò. Nonostante stesse camminando su per la salita del municipio, la camicia fradicia di sudore, la vista annebbiata per il caldo, aveva ancora nelle orecchie il rumore del mare che aveva abbandonato da qualche giorno. Tornato a casa, il tempo si era appiattito indissolubilmente: la colazione, il pranzo, il riposo, le canzoni alla radio, la cena, le ore insonni... tutto aveva lo stesso sapore insipido. Prima il mare, poi il nulla. 
Questa volta non era semplice noia post vacanziera, c'era qualcosa - un mistero? - che lo ossessionava. Non era mai accaduto che al ritorno dalle vacanze fosse così stralunato. 
Alzò lo sguardo, interdetto. Un rumore si avvicinava e cresceva d'intensità. 
Da un vicolo laterale spuntò, trafelata, la moglie: una sorpresa. Non c'era anima viva nei paraggi, solo lui e lei e i mattoni bianchi che ricoprivano gli edifici. Ma guardala, sembra una ragazzina con quei riccioli appiccicati alla fronte e la gonna corta. 
«Cosa ci fai qui, Maria?» 
«Mi hanno lasciato venire via prima. Andiamo a pranzo assieme?» 
«Sì. Dove?» 
«Che ne so? Decidi tu, sei tu che sei in vacanza e hai tempo per le idee!» 
Lui la guardò con il sorriso sulle labbra. Ho smarrito anche le idee. 
«Andiamo», la prese per mano e la baciò.

domenica 8 maggio 2016

Madre non lo sono


Madre lo sono, dicevo. Allora ho cercato sul vocabolario e ho trovato: “La donna che ha concepito e partorito, in rapporto alla prole, simbolo di dedizione e di affetto incondizionato”. Concepito ho concepito, partorito pure: non ci sono equivoci. L'ultima parte della definizione però non mi appartiene. Non ho mostrato alcuna dedizione o affetto incondizionato verso mia figlia. L'ho odiata fin dal primo giorno che è nata. Mi ha tolto tutto: libertà, amicizie e anche il mio uomo, che è scappato quando lei aveva appena un anno. Colpa sua, diavolo di una bambina, piangeva tutte le notti e si bagnava e io ad alzarmi a cambiarla e farla stare zitta. Non ci riuscivo, continuava a strillare come una iena. Certo, non era lui che si alzava, ma veniva svegliato poverino, e giù bestemmie, lui la mattina doveva lavorare. Così ha preso e se n'è andato. Dio che creature poco pazienti gli uomini. Chissà se lei avesse fatto la brava forse ora lui sarebbe qui a invecchiare con me. Gliel'ho anche detto questo a Daniela, mia figlia. Mi ha guardato e ha girato lo sguardo dall'altra parte, gli occhi bagnati. Che ho detto di male? Per tutta la vita non ho fatto altro che cercare un uomo che mi stesse vicino, che mi desse un po' di affetto, quasi che dovesse riempire un vuoto. Voglio dire: era questa l'unica mia aspirazione nella vita, mia figlia proprio non esisteva nei miei pensieri, se non quando era lei stessa a costringermi a considerarla, perché mi accorgessi che era viva, che aveva bisogno di qualcosa. «Mamma qui, mamma lì». Ma io non c'ero per lei, non davvero, non esisteva, non so come dirlo diversamente. Una gran fatica distrarmi dai miei pensieri per pensare a lei. 
«Sono io l'unica che può mendicare affetto, lo faccio da sempre, non tu, lasciami in pace! Lasciami sola!» ripetevo nella mente. Forse glielo avrò anche detto, chi si ricorda. 
Adesso Daniela ha trent'anni e la guardo ogni giorno quando passa a trovarmi a casa. La guardo con gli occhi di chi è curioso di qualcosa, di chi cerca negli altri ciò che non ha in sé, perché lei ha negli occhi l'affetto per sua madre, che sarei io, che non sono mai stata una madre. Ha una luce tutta sua, sprigiona un piccolo sbrilluccichio celeste. Una ragazza speciale la mia Daniela, uno di questi giorno glielo voglio dire.
Ho le prove: ho sentito come parla di me al telefono, ho origliato con l'orecchio appoggiato alla porta del bagno. «Lo so, non mi ha mai amata come dici tu, credi che non lo sappia? Ma è mia madre, e io le voglio bene e non posso fare altro che aiutarla, e starle accanto quando soffre. Lo faccio per me? Che coraggio che hai, Filippo. Lo so che non è quello di cui ha bisogno, che una donna così va abbandonata, ma non ce la faccio. Sì, forse lo faccio anche per me, per poter dire un domani: “ho fatto tutto quello che dovevo fare per lei” e dormire tranquilla. Non voglio dire un giorno: “ormai è troppo tardi”. È così orribile? Perché non capisci? È mia madre!».
Diceva qualcosa del genere. Anzi, esattamente quelle parole, me le sono segnate dopo che è uscita dal bagno, mi ha baciata e se n'è andata. Aveva ancora gli occhi umidi.
«Figlia mia, perché piangi sempre?» le ho detto. Non ha risposto.
Gli anni sono volati via come ciottoli dietro ai miei piedi di bambina quando correvo sulle strade sterrate in campagna, dove sono nata. È lì che ho imparato tutto sulla vita, sull'essere madre. È lì che mia madre mi ha cresciuta sana e robusta. Mi manca qualcosa forse, non può essere colpa di mia madre, poi dare la colpa ai morti che cosa ignobile, non si possono difendere più... Colpa mia, e basta.
Ho iniziato a pensare a tutte queste cose - cioè alle madri e alle figlie, all'essere madre - dopo aver visto un film alla televisione, tre quattro mesi fa. Si intitolava... oddio mi sfugge il titolo, ma non importa.
Una ragazza speciale la mia Daniela, uno di questi giorno glielo voglio dire. Come dice lei? Fammi leggere... Non voglio dire un giorno: “ormai è troppo tardi”.
Più madre lei per me che io per lei. 
Rileggo la definizione. No, madre non lo sono, no.


martedì 12 gennaio 2016

Madre e figlio in un turbine di rabbia e vendetta



PREAMBOLO
«Non riesco a trovare la giacca... mamma, vieni tu!»
Quel giorno era la decima volta che Giacomo Tardelli chiedeva l’aiuto di Linetta, sua madre, ed erano appena le sei del pomeriggio! Ma era la normalità, "quel Cristo non trova mai niente" diceva la madre alle amiche, era come se dietro di lui passassero degli elfi a spostare le cose. Tremendamente sbadato, non prestava attenzione a dove metteva le cose. E così la povera Antonia (madre di Linetta), ritratta da un amico pittore morto di fame (senza fama) e appesa in salotto da ormai trent’anni, era costretta a sentire centinaia di volte sempre la stessa storia: lui che chiama in preda al panico e lei che corre in suo soccorso gridando; lei che nasconde e lui che corre di qua e di là; lui che grida e lei che trova... Se fosse stata ancora viva, la vecchia avrebbe gridato a sua volta contro la figlia e il nipotastro. Nonostante non l’aveva mai ammesso a causa del suo carattere irascibile, era stata lei la causa di tutto; insomma, come lei era stata il trovarobe di suo marito e dei suoi figli maschi, così sua figlia Linetta lo era diventata per i suoi figli maschi (e per il marito fino al giorno della sua morte). Storie di famiglia che si ripetono.