un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

lunedì 12 ottobre 2015

La strada morta


Altro tentativo.
Qualcuno riesce a sentire le mie parole?
Ehi c’è nessuno? Tutto inutile.
Nessuno si accorge più di me.

Vengo calpestata di rado e nessuno si ferma qui. Una strada morta, ecco cosa sono. La superstrada qui a fianco ruggisce, grida come una belva infuriata. Mi terrorizza. Io invece sono solo un inutile screzio al paesaggio ormai. Un avanzo di qualcosa che non so nemmeno cos’è. Nessuna utilità, nessuna funzione. Non porto da nessuna parte. 
Ah Teresa, quanto mi manchi! Per te sì che ero importante, venivi tutti i giorni a farmi compagnia, a passeggiare. Riconoscerei il tuo passo tra un milione! È una vita che non ti vedo, chissà dove sarai ora, in questo istante, anziana amica! Senza di te, le mie sono solo parole nel vento. Tu mi ascoltavi. 
Almeno di tanto in tanto – non dico sempre! - qualcuno potrebbe venire a salutarmi; come una domestica ho servito i miei padroni, gli uomini e le donne, obbediente, affettuosa, paziente. D’accordo: una sosta qui sarebbe solo una perdita di tempo, ma cos’è questa frenesia perpetua? Sentirvi sfrecciare a velocità allucinanti a pochi metri da qui mi fa rabbrividire, mi fa invecchiare. 
Sono tutta rotta. L’asfalto si riempie di crepe giorno dopo giorno – calli e rughe; i ciottoli sui bordi,immobili da un’eternità, non mi fanno più il solletico – cellule morte; solo l’erba continua il suo ciclo – nasce, si secca, rifiorisce. Ma io sto morendo. Non vengono più a rammendarmi, a rifare l’asfalto. Sono nata come strada sterrata, bianca, poi hanno cominciato a ricoprirmi di quel liquido nero e melmoso, catrame lo chiamavano, e di quando in quando tornavano a sistemarmi. Non è stato facile accettare questo cambiamento, cosa credete? Gli anziani, quelli sì che mi amavano! Passeggiavano con la loro andatura stanca (quasi ferma), chiacchierando e ammirando il paesaggio. Seguivo attenta le loro parole, senza perdermi una sillaba - d’altronde una strada quale altra occupazione può avere se non quella di farsi gli affari di chi la calpesta e guardare il cielo? 
Ah i discorsi che ho sentito nel corso degli anni! E li ricordo tutti, sul serio. A volte erano belle parole, altre no (in questo caso sputavo qualche ciottolo al punto giusto facendoli barcollare se non cadere). Me la ridevo. Qualche scherzetto non ha fatto mai male a nessuno. Non sopportavo quando riducevano in brandelli le vite altrui senza nessuna pietà. 
Tu Teresa non l’hai mai fatto, tu no. Solo un cuore gentile come il tuo poteva pensare ai sentimenti di una strada. Tu mi parlavi. Le porto con me quelle storie, quelle voci, e ogni tanto le faccio rivivere. I vecchi adesso non ci sono più, come mai? Possibile che siano scomparsi tutti? Ora me ne sto qui, appisolata, stanca della solitudine, di ascoltare solamente i ronzii delle mosche, dei calabroni e delle api. Un tempo non avevo certi pensieri, non mi lamentavo di nulla, ero sempre in allegria. Ricordi di gioventù di una strada, che assurdità! E chi ci pensava allora che tutto sarebbe finito? Chi poteva immaginare questo stordimento silente e pietrificato? 
Finché dura la festa, danzi; è quand’è finita che piangi! A dire la verità essere una strada non è un granché. Stai lì, atterrita, testimone zitta e impotente, scruti la vita, la studi come se un giorno toccasse a te viverla e volessi arrivare al grande passo preparata... invece rimani lì, passiva, inerme, avvinghiata su te stessa come una gigantesca calza, con le salite, le curve e i rettilinei. Non è un bel vivere. 

A volte vedi cose che non vorresti vedere, come quella lontana giornata di fine luglio. È trascorso tanto tempo da allora. Tu Teresa, come sempre passeggiavi tranquilla, (del resto a novant’anni suonati che altro potevi fare?), quando arrivò Beatrice, tua nuora. «Ecco dov’eri, vecchia maledetta!». Che scossoni quei passi veloci e isterici, tremavo tutta. Non mi è mai stata simpatica quella. «Basta! Mi hai stancata, adesso andrai dove so io! Sempre in giro per i fatti tuoi e noi a casa a preoccuparci… Basta, ora si fa come dico io! Ti mandiamo all’ospizio, così te la scordi questa stupida strada. La morte ti porterà via prima o poi». Tu piangevi senza parlare. Ti lasciasti trascinare via da quella furia. I tuoi piedi che scivolavano via su di me come i fiori strappati dai bambini nelle giornate di primavera. Cercai di lanciare qualche pietruzza, ma niente, non potei fare nulla. Come sempre. Che pena! Aspettai giorni e giorni il tuo ritorno, la tua voce cantilenante e i tuoi rosari… Amavo i racconti su una gioventù molto sognata e poco vissuta. 
Niente, non sei più venuta. 
Cosa sarà questo ospizio che ti ha divorata, ingoiata? Una strada è una creatura semplice, che ne so? E la morte... Cos’è? Ne parlavate, la temevate, amici, ma non ne ho mai colto il significato profondo. Per me essere “morta”, “una strada morta”, vuol dire che non porto più da nessuna parte, che non passa più nessuno di qui. Eppure ancora penso. Ma per voi esseri umani cosa significa essere morti? Stare soli per un tempo che non finisce mai, com’è per me? Forse sono troppo stupida per capire… Una strada vecchia e cretina, ecco cosa sei. 
C’è qualcuno? Riuscite a sentirmi? Se sapete qualcosa di Teresa e degli altri, chiunque voi siate, portate loro i miei saluti… ormai smetterò anche di parlare, morirò. Poi però mi dico: tentare non nuoce... Ondeggio tra illusione e sconforto, chi non lo fa? Oh vento, porta i miei pensieri lontano! Ve ne prego, aiutatemi. Sapete dove trovarmi, sono poco lontano dalla superstrada che porta in città, sulla sinistra. Invece di correre come demoni, rallentate e vi accorgerete di me! Nonostante i rattoppi, le imperfezioni e le storture, ho ancora un certo fascino. 
A presto allora, ci conto! Ehi dico a voi! Ci siete? 
Tutto inutile. 

6 commenti:

  1. Bellissima, vorrei averla scritta io…che mi sento una strada morta. Complimenti!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie, davvero. Ma no, perché dici così? Non ti conosco, ma tutti,credo,abbiamo delle strade morte dentro,dei viottoli che non percorriamo da tanto o che non abbiamo mai percorso.. Un abbraccio forte

      Elimina
  2. Ma che bello questo racconto... Che tenerezza infinita: una sorta di favola con dentro tante profonde verità... Bene, fino adesso di te ho letto di un pazzo e di una strada sola, mi faccio un giretto...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Eh, sapessi quanti siamo qua dentro... Strade,rami,donne,uomini, sorelle...Buonanotte e grazie, Regina (che se è il tuo nome è davvero bellissimo!)

      Elimina
    2. Mi piace la tua scrittura; ha una forma straordinaria, forse perchè semplice, e non è vana: nel senso che i contenuti lasciano traccia: come quando vai al ristorante invece di accontentarti di un panino al mac e il gusto di quello che hai mangiato ti accompagna per un lungo tempo...

      Felice giornata e a presto...

      (certo, anagramma-lmente parlando nome e cognome sono assolutamente miei ;)

      Elimina
  3. Grazie,mi piace moltissimo l'immagine del ristorante! I miei l'hanno avuto fino a poco fa e da quando sono nato..felice serata a te!

    RispondiElimina