un Blog di Gabriele Cecchini


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sabato 3 ottobre 2015

Il ramo e la bambina


I rami non parlano. O meglio: parlano, ma nessuno li ascolta. La nostra è una lingua a sé. Doni le tue parole al vento che dove le porterà non si sa. Come soffioni, palloncini e uccelli, il cielo sterminato(re) le inghiotte senza pietà.

Sono un ramo di pioppo. Ho raggiunto un’altezza tale che parlo, parlo e nessuno risponde.
Ah, l'altezza.

I rami poco sotto di me tacciono, indolenti e arrugginiti. Negli ultimi tempi, non facevano altro che lamentarsi: Siamo troppo vecchi, non c’è nessuna utilità a tenerci vivi. Perché io riesco ancora a rimanere in vita? Dico rimanere in vita perché a parere mio se non comunichi con gli altri, sei finito: morto. Le foglie continuano a nascere, fiorire e morire su di essi, ma ugualmente sono rami morti. Tristi, derelitti, ammazzati dalla rassegnazione. Stasi eterna.
Dunque, perché io vivo? La mia teoria è che vivo perché c’è come una fiamma che mi porta avanti. Ho fiducia che da qualche parte le mie parole vengano udite, oltre il tempo, lo spazio e le galassie. Oltre. Chissà che il cielo non tessa delle trame infinite di scie invisibili, ragnatele sottili che trasportano i pensieri, le parole che si tuffano nel vento. E magari poi qualcuno le sceglie e le consegni a chi ha bisogno di aiuto... Ne dici di bazzecole, mi diceva un vecchio ramo.
Oh un tempo come mi divertivo quando i bambini venivano a giocare qui sotto. Correvano, cantavano e si azzuffavano.
È l'altezza la mia nemica. Ora vedo solo in alto, non posso più guardare giù. Se ti ostini a curvarti su te stesso per sforzarti di vedere il suolo, ti spezzi e finisci nel fuoco. Ogni tanto sento qualche brusio provenire dal basso, forse una persona o un cane, ma non ci giurerei. Non è più tempo per i rumori e i suoni. È tempo di meditare.
C’era una bambina in particolare cui mi ero affezionato; veniva qui sotto e parlava. Non sentiva le mie risposte, ovvio, ma io le parlavo comunque. Piangeva spesso, poverina. Le sue parole mi facevano male. Chissà se è più venuta qui sotto, ad ogni modo non avrei più potuto udirla, sono troppo in alto ormai. I suoi genitori non la amavano. È passato tanto tempo... ah il tempo! Cos’è ancora non l’ho capito. Sono solo un ramo, in fondo. Le madri dei rami, i tronchi, smettono di parlare quasi subito. Ma ricordo tutto. La saggezza di una madre è infinita. La mia diceva, mentre ero ancora in lei, che il tempo è portatore solo di dolore per gli uomini.
La bambina era bassa per la sua età, i suoi amichetti erano tutti più alti. Magrolina e solitaria, ogni pomeriggio veniva qui e si sedeva a terra, con la schiena appoggiata al tronco. Parlava, raccontava, taceva in un modo tutto suo: pieno di grazia. Non sei certo una prevaricatrice, pensavo, non sarà facile crescere, alzarti e fare sentire la tua voce in mezzo ai prepotenti. Anche per lei l'altezza era un problema.
Da troppo tempo sono alto, più alto degli altri, e nessuno mi parla, chissà lei ora com'è, sarà alta altissima. Ma lei la porto dentro, è nei miei pensieri, nelle parole che butto nel vento come i peli dei pioppi. Forse sono arrivate fino a lei, magari le sono servite a diventare qualcosa di buono, di forte.


In fondo, siamo uguali. Ognuno rinchiuso dentro la propria solitudine. Ognuno a lottare con i propri nemici.

3 commenti:

  1. bello! hai proprio ragione: ognuno lotta contro la propria solitudine che gli impedisce di vedere quella dell'altro mentre ognuno di noi vorrebbe solo essere visto.

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    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    2. Credo che sia così, è difficile riuscire a uscire (!) da sé e i propri labirinti... Grazie: sei cara a leggermi!

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