un Blog di Gabriele Cecchini


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sabato 31 ottobre 2015

Il palo della funivia che finì nell'Arno


Il taxi mi sta portando da qualche parte, non so bene dove, credo lungo il fiume. Almeno qui c’è il tassista che guida, e conosce le strade, i percorsi, le vie, le scorciatoie. La mia vita invece non ha mai avuto direzione, lei no. Non riesco a portarla da nessuna parte. Non conosco le strade, i percorsi, le vie e le scorciatoie che la popolano, infatti non guido. Né la macchina né la vita. Ferma, immobile al capolinea (o al blocco di partenza?). Lui corre, esperto e un tantino esibizionista. Penserà: adesso faccio colpo sulla signora. Signora! A malapena raggiungo la definizione di essere umano! Proprio Signora non mi ci sento. Ecco i suoi occhi nello specchietto, mi infastidiscono: non capisco se guarda me o le macchine dietro, insomma se cerca un diversivo o se fa solo il suo lavoro. Sosta in coda. Mi sembra di riconoscere un’amica, la saluto, mi guarda con aria interrogativa, non era lei. Per fortuna il semaforo diventa verde. Partiamo. 

Non riesco a concentrarmi su me stessa. Ho qualcosa da pensare durante questo tragitto? No. Quindi, come sempre, mi dedico alla mia attività prediletta: attirare l’attenzione degli altri. Non che poi, una volta ottenuta, ci faccia nulla, giammai! Quando vedo che l’altro mi fissa, con quel fare interrogativo pulsante di desiderio, non mi interessa più e cambio bersaglio spaurita, annientata. Ciò che voglio una volta ottenuto non mi piace più, il gioco e il piacere stava nell’ottenerlo. Sono ambigua, lo so, contraddittoria, doppia. Voglio una cosa e allo stesso tempo il suo contrario. Esempio: vorrei andare a fare una crociera, per conoscere gente, vedere nuovi posti… ma allo stesso tempo non vorrei, per risparmiare denaro, per non correre rischi, per continuare a fare le solite cose. Così tentenno, mi mordicchio le unghie e annuso l’aria, immobile. Meglio distrarmi che pensare a me stessa.
Ora voglio che il tassista si interessi a me. Ci riuscirò, sono maestra in questo. Lo fisso nello specchietto da cinque minuti, ma non coglie. Non le interessa questa carrozzeria di tutto rispetto? Seni, mani, gambe, piedi, sedere, vagina, tutto appena uscito dall’autolavaggio, fiammante e lucidato. E pensare che sembro a posto a guardarmi così a colpo d’occhio, come mi sta guardando lui. Invece sono pazza, sissignore. Questa consapevolezza ce l’avrò un minuto al giorno, se non al mese, sia chiaro, per il resto mi lascio cullare beata dalle mie ossessioni. Trascorro le mie giornate a zonzo per negozi, strade, viali. Compro, guardo, gironzolo. Faccio tutto quello che fanno gli altri, niente di meno. Ma sono fatta di una pasta diversa, non mi consola la consapevolezza che dall’esterno possa apparire normale. Sono fatta di ferro, vernice, calce, mattoni: materiale inorganico, niente di vivo, emotivo, umano. 
Mi sento come se mi trovassi in cima ad una discesa, pronta a partire: con sci, scarponi, racchette, occhiali da sole, tuta, ma bloccata da gigantesche viti di ferro che mi inchiodano al suolo senza pietà guardo i velocisti, i maestri, i principianti, i bambini – tutti – sfrecciarmi accanto. E io rimango lì, fissa, preparata a puntino, con tutto l’equipaggiamento come da catalogo a colori, ma niente. Passano le stagioni, la neve si scioglie, viene l’estate, torna l’inverno, altra neve, altri sciatori, ma sono ancora lì come un palo di quelli che sorreggono la funivia, perpetuo e massiccio. 
Non ho famiglia. Vivo sola e sola macero nel liquido letale della disperazione. Ho tentato la via del cinema, della moda, della televisione, ho fatto le cose giuste e quelle sbagliate, sono andata a letto con certa gente che mi doveva dare questo o quello, mi sono agghindata per feste e aperitivi con luci soffuse... Niente. Sono ferma a casa da un anno senza prospettive. Mia madre era un’attrice, di quelle vere, talentuose. Ma l’arte non è passata attraverso i vasi comunicanti che uniscono madre e figlia, quella no. Non ho né la sua verve comica né la sua espressività altamente drammaturgica. Il suo nome ha risucchiato la fiducia in me stessa, la volontà di provare a vivere, la spontaneità, questo sì. La sua gigante ombra mi ha oscurato, per sempre. Colpa sua, sia chiaro. Adesso che è morta da tre anni nulla è cambiato per me. Maddalena – la solita inconcludente ha confermato la sua vacuità assoluta. Fammi pensare… proprio oggi è l’anniversario della tua morte, mamma adorata! 

Mi tolgo le mutande, deciso. La gonna me lo permette. Lo noterà, come può passare inosservato il mio pube? 
Ecco, le ho tolte e le ho appoggiate sul sedile, vicino a me. Le avrà notate? Chissà… Potrei provare a dire: Che caldo qui dentro. Oppure: Fanno degli elastici così stretti che lasciano il segno sulla pelle!
Un altro semaforo rosso. Un pedone che mi passa accanto nota le mutande accanto a me sul sedile, imbarazzata guardo altrove. Starà pensando: Guarda quella puttana! 
Salvata dal verde, di nuovo. 
Cara mamma, se mi vedessi qui – dentro un taxi, sperduta nei meandri della città, senza mutande, come una sgualdrina qualsiasi – ti vergogneresti di me e se fossi stata tu quel pedone che è appena scomparso dalla mia vista avresti sgranato gli occhi e saresti scappata, salvata senza l’aiuto del semaforo. Sarebbe bastata la mia vita o meglio gli avanzi della mia vita a farti rabbrividire e tirare dritto senza nemmeno un cenno della mano. Ho un’immagine da difendere, signorina, ripetevi fredda come il ghiaccio. 
Ma non ci sei più. 
Dannato tassista… Insomma, non ti interesso? Non sarai gay, l’unico tassista gay l’ho beccato io? Dannazione! Ecco il suo sguardo. Mi passo la lingua sulle labbra, come una gatta in calore. Quanti stupidi film hai visto, cara la mia Maddalena! Maddalena, come la peccatrice delle peccatrici, ma non voglio essere salvata, da nessun Gesù, da nessun Dio. Proseguo sulla strada di viziosa senza problemi, senza smanie di redenzione, glorificazione o pentimento. Maddalena, la tua vita imita i film, senza mai raggiungere la finzione, la realtà della tua piccola esistenza vola bassa, lenta come un moscone in inverno. Fai come le attrici, compi gli stessi gesti, gli stessi sorrisi velati e ammiccanti. Squallidi tentativi di darla a bere a te stessa si susseguono, poverina. Non ti pagano per la parte che hai ricevuto, la sgualdrina chic, non ottieni code al botteghino, applausi, critiche. Nessuno vede la tua piccola vita di polistirolo.
Fuori una donna mi guarda. Cos’ho di strano? Se lei lo sa me lo dica! Me lo chiedo da quando sono nata! 
«Signora» comincia il tassista. Finalmente ha abboccato! Adesso dirà: Mi accosto e vengo dietro a farle la festa. Oppure: Così mi tenta, andiamo da lei… 
Invece prosegue il discorso come un coglione di tassista amorfo qualsiasi: «Siamo arrivati, ecco il numero 5». Pago in fretta e furia e scendo tutta indispettita, astiosa, insoddisfatta della corsa e della mancata cavalcata. Ma la furia era tanta e trasbordante che ho dimenticato un piccolo dettaglio…
«Le sue mutande…» fa il tassista lanciandomele con forza. 

Eccomi qui con le mutande in mano all’indirizzo stabilito, una via e un numero qualsiasi che mi hanno permesso di trascorrere un po’ di tempo sul taxi. Cos’è questo rumore? È il fiume! Non mi ero mai accorta di questo borbottio sotterraneo! Arno caro, potessi essere uno dei tuoi flutti, o un piccolo giocattolo caduto dalle mani di un bambino che giace ormai sul fondo, o un sassolino che si lascia erodere dai tuoi docili tentacoli a cavallo dei secoli…
La felicità risiede in chi guarda, mai in chi è guardato. Tutti a dire: beata lei, guarda com’è felice! Come può non essere felice con tutti quei soldi e quel nome, quella madre? A tutti voi dico che non bastano le condizioni di partenza a garantire il risultato, ci sono mille fermate, bivi, svolte, scossoni. Non basta essere di bell’aspetto e benestanti per avere una fottuta anima, una tranquillità, una vita. Non basta l’equipaggiamento. L’involucro ben confezionato e sfavillante dice poco sul contenuto. 
Sono stanca. 
Magari anche tu sei stufo di correre, correre, andare, andare, e vorresti fermarti un attimo, un millesimo di secondo a riposare nel tuo bel letto, a guardare i passanti, i tuoi ponti, le nuvole… Noteresti anche me? Forse sì. Se non avessi tutta quella fretta… 
Alza gli occhi, mi vedi? Sono quella alta, magra, con i capelli biondi, dall’aria mesta, che si sta sporgendo…

Eccomi, Arno mio, sono qui. Finalmente una direzione di marcia l’ho trovata, vengo con te! Il palo della funivia è finito nell’Arno con tutto l’equipaggiamento, che cosa bizzarra! Sono all’inizio della discesa, finalmente! Non ce la facevo più a vederli sfrecciare e io lì, immobile, marmorea, dritta. Ora seguirò il tuo corso.
Non sarà poi così male scivolare via, senza mai fermarsi!
E correre, correre, andare, andare…

3 commenti:

  1. Mmmmmhhhh... e se all'improvviso qualcuno si lancia, nuota e salva Maddalena? :)... Bastano due braccia forti...

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