un Blog di Gabriele Cecchini


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sabato 12 settembre 2015

Un sognante e per nulla tragico au revoir




Marguerite, la grande diva. Stasera la vedrò in concerto, è il mio idolo. Oh non è la prima volta, questo no, ma ogni volta muoio un po’.

Ora come ora conserva poche cose dell’artista di mondo, della cantante che tutti acclamavano, i panettieri come gli intellettuali: gli uni percepivano in lei la capacità di portare fuori sentimenti troppo complicati perché li potessero esprimere loro, con le mani unte e infarinate dell’umana semplicità del quotidiano, del lavorare per tirare a campare; gli altri riconoscevano in lei una genuinità tanto sfacciata da superare ogni sentore di didascalico sentimentalismo o banale emotività popolare.
Uomini e donne compravano i suoi dischi e cantavano in coro le sue canzoni. Superava confini, riusciva a parlare indistintamente a ogni casta, razza, ceto, classe… Sui contorni delle cose era in grado di disegnare ricami e rammendi, offriva la sua vita in pasto all'arte e le nuove linee che creava a volte erano così complicate da seguire... anche per lei. Nel corso della sua carriera non aveva fatto altro che mettersi in gioco in nome della libertà di ogni tipo. Odiava i prodotti precostituiti e stantii, i luoghi comuni e le frasi troppo facili. I testi delle sue canzoni, visto che le doveva cantare, dovevano rappresentarla in ogni sillaba e se li faceva scrivere solo da chi diceva lei. Li cercava come una pazza i nuovi autori. Se mi ripeto, mi annoio, così cerco nuove voci, non ho paura di rischiare, rispondeva ai giornalisti che spesso si lamentavano della sua incostanza o delle sue bizzarrie.
Non poteva avere una vita privata, ma lamentarsi sarebbe stato come bestemmiare contro il Dio che l’aveva redenta – il successo - e lei quel Dio lo rispettava e lo venerava più di se stessa.

Ricordava a menadito l’indice del libro “Vita di Marguerite prima di diventare una celebrità”, era fatto di capitoli vuoti, pieni in realtà di ore trascorse nel nulla assoluto, nella noia, rinchiusa nella sua camera a sognare, cantare, aspettare, a sentirsi emarginata dalla gente normale perché diversa, minuti di angoscia asfissiante dove pensieri mortiferi danzavano nella sua mente, attimi in cui il peso delle sue scelte stravaganti quasi la schiacciava a terra, su quel pavimento di legno usurato e rovinato.
No, non poteva lamentarsi.
Per di più finché c'era stata la giovinezza, non c'era stato un giorno in cui non aveva avuto voglia di correre dietro alle sensazioni sconosciute, di girare il mondo e di conoscere.
Ma tutti questi bei discorsi si fanno sempre dopo, quando la partita è già finita.

Poco ha con sé, dicevo, dell’artista di mondo, del successo, a parte il corpo, e proprio questo meccanismo perfetto che sempre le è stato amico la spinge a torturarsi, a martoriarsi il cervello, a dannarsi fino allo sfinimento.
"I capelli sono gli stessi, le mani sono sempre quelle, l’ugola, le corde vocali, me le hanno forse sostituite? No. Le labbra: le mie, le famose labbra di Marguerite. Il corpo è il medesimo, diamine, la sostanza è immutata, perché non mi vogliono più? Non riempio più gli stadi, non mi aspettano più fuori dai locali, sotto casa… Mi dicono: i tempi sono cambiati. Sono cambiati? Le ore non durano sempre sessanta minuti e i minuti sessanta secondi? Le stagioni non sono sempre quattro e i giorni dell’anno trecentosessantacinque? Ancora: il pubblico chiede altro. Cosa chiede? Non chiede sempre canzoni, cioè una melodia che poggia su accordi ben definiti e un testo che si arrampica su quella melodia? Oppure: non c’è più un pubblico vasto come allora. Giro il mondo, la gente mi sembra tanta! Dicono che la popolazione aumenti continuamente… Allora dicono la verità, dopo queste razionali osservazioni di una mente semplice quale è la mia sputano il rospo: sei vecchia, nessuno vuole più ascoltare quel genere di canzoni, il tuo pubblico non esiste più, fattene una ragione. Ecco dove volevate arrivare! Allora è tutta vanità, tutta apparenza questo mondo della musica, nulla che abbia a che fare con il mio modo di cantare. Canti canzoni vecchie, obsolete, ribattono. Datemene di nuove! Ma nessuno mi dà canzoni valide, alla mia altezza. Per questo continuo a cantare le mie vecchie canzoni, puzzano di naftalina, è vero, hanno l’odore dei vecchi bauli, ma almeno sono la storia, raccontano qualcosa…"

Si tormenta continuamente, non accetta la fine di qualcosa, soprattutto quando quel qualcosa è lei stessa.
Il paese la tratta come se fosse già morta da secoli. "Ho sessantadue anni, diavolo". Nessuno la chiama per qualche serata in televisione. "Se non altro per ricordare i miei tempi d’oro! Nulla, già mummia".
Marguerite sta restituendo all’Italia ogni gioia, successo, premio, le stanno togliendo l’anima a morsi, come iene indomite e voraci. È tornato il periodo atroce della noia. E lei cosa fa? Non si dà per vinta, no, continua a cantare. Le offrono la sagra del vitello arrosto? Ci va, e canta le sue canzoni, incantando un pubblico di anziani che non paga nemmeno per sentirla cantare. La fiera del cardo? Sì, ci sarò. Le basta salire sul palcoscenico e inchiodare alle sedie il suo pubblico, venti, trenta, cento anime… non le importa. Li guarda, li incanta, li doma come leoni, è la sua rivalsa, il suo dire “Sono ancora qui e sono sempre io”. Che importa se invece degli stadi e dei teatri ha davanti prati d’erba o distese di vecchie sedie parrocchiali? Che importa se le persone non sono venute apposta per lei, ma solo per trascorrere una serata di svago dalla loro terrosa esistenza?
Importa in realtà, eccome se importa, ma cerca di non pensarci troppo.

Io, che sono un suo ammiratore, e la seguo da tanti anni, la scruto e mi perdo in quelle note basse, urla di rancore, rabbia come rugiada sui campi novembrini, amore per la vita che fa capolino in fondo agli orizzonti. Quando dico «Vado al concerto di Marguerite», gli amici, i conoscenti mi guardano e quasi arrossiscono imbarazzati. Dovrei vergognarmi! Inventa che vai a sentire il tal gruppo, se è vero che fai chilometri per quella vecchia non vogliamo saperlo, sembrano dire. Se lei li sentisse e vedesse le loro espressioni di disgusto certo morirebbe sul momento e il suo viso si farebbe di cartapesta, il vestito di fiori secchi, i capelli di batuffoli di lanugine dimenticata sotto un armadio. Sono diventato suo amico, l’ho conosciuta dieci anni fa e mi ha accolto come un figlio. Se posso corro in giro per l’Italia a sentir cantare Marguerite, sì, lo grido a voce alta! Me le ha raccontate lei tutte queste storie.

Stasera si esibisce in Toscana, vicino ad Arezzo. Non ho avuto difficoltà a trovare il luogo dove si svolge il concerto, mi è bastato seguire un camion pieno di fieno e mi sono trovato qui, in mezzo a buoi, mucche e paglia. La fiera del vecchio mulino. Aria vera, che ai miei polmoni mezzi inceneriti sembra un vero miraggio.
Le colline qui attorno sono in attesa, chissà da quanto aspettavano che la grande cantante arrivasse anche da loro, d'altronde loro non si possono spostare! Verdi, gialle e rotonde sorridono a chi le riesce ancora a vedere, e non mi riferisco al buio che sta per scendere. L’aria sta per colorarsi di blu trasparente di ghiaccio, prima del nero denso e borioso della notte, quando le spighe di grano, la ghiaia, il granturco, i cespugli si priveranno per qualche ora della loro essenza primaria, il colore, per sprofondare nel nulla. Cederanno il passo a lei, all’arte, a Marguerite, non importa che lo facciano ogni notte, stanotte lo fanno per lei, e questo a lei basta.

Appoggiato a un trattore mi dondolo e guardo. La curiosità mi è sempre stata fedele. Osservo la giostra, con i bambini tutt’intorno. Non sono abituati a vedere giostre nei paraggi e imbambolati fanno avanti e indietro in preda all’eccitazione. Il banco dei dolciumi con i suoi colori sfacciati – rosa, rosso, nero, verde – verrà preso d’assalto prima dell’inizio del concerto, chi riesce a resistere senza una liquirizia in bocca? Gruppetti di persone osservano il bestiame, ma forse il momento d’oro di asini buoi e mucche è bruciato sotto il sole delle ore diurne, ormai sono solo contorno. Ecco lei, non in carne ed ossa, no, solo su un cartellone. D’istinto guardo l’orologio, manca un’ora.
Ai piedi del palco la platea – se così si può chiamare, dato che è costituita da un centinaio di sedie di plastica arancione bucherellate appoggiate maldestramente sul manto di terra spianata ma non troppo – è ancora deserta.
Mi viene in mente un vecchio concerto a Firenze, a cielo aperto. Doveva essere il ’67, la piazza era piena già alle sei del pomeriggio, e il concerto sarebbe cominciato solo alle nove. La città era tappezzata di poster con il suo viso sorridente e sulle labbra della gente svolazzava leggiadro un solo nome: Marguerite, Marguerite...

Gli odori qui sono assai più vivi che nelle hall dei teatri, nei camerini frondosi di orpelli: pannocchie abbrustolite, croccante e zucchero filato. Se poi ci si avvicina alla zona cibarie, su panche lunghe e pericolanti disposte attorno a vecchissimi tavoli di legno (testimoni di quaranta, cinquanta, cento feste simili a questa) vengono divorati cibi tipici da cavallette avide, i profumi si fanno assai più intensi, e ti fanno ricordare che nascere in Italia vuol dire appartenere per tutta la vita, contro la propria volontà e prima della ragione, a una stirpe che più che respirare mangia, e si attacca ai luoghi attraverso il gusto, il divorare in compagnia gli antichi piatti, che ci uniscono in una sarabanda senza età che valica generazioni, guerre, violenze e lontananze. I ritorni a casa sono ritorni attorno un tavolo, a mangiare, gli addii appaiono meno tristi perché grondanti dell’olio fatto a pochi chilometri da qui e del vino che ubriaca senza mal di testa del giorno dopo.

Oddio tutti questi vaneggiamenti di un vecchio mesto e malinconico mi hanno distratto da lei, la grande star della serata! Tra pochi minuti uscirà, sfavillante e grintosa come non mai.

Qualche boccata d’aria prima dello stato di trance in cui finiremo. La fiera del vecchio mulino imploderà silenziosamente, scomparendo per quasi due ore dalle teste delle persone qui presenti (non è forse cessare di esistere?), si farà da parte. E Marguerite pizzicherà l’arpa degli dei, gettando pioggia d’oro su di noi, su Arezzo, sulla Toscana, sull’Italia, sul mondo. Pazza delle pazze spingerà nel cantuccio più recondito della sua mente il dolore, la mestizia, la tentazione di mollare, il suicidio, le ore in cui giace immobile a letto depressa e annoiata come un tempo.
Non le importerà che i flash dei fotografi saranno radi e lontani (se non saranno soltanto i bagliori delle stelle cadenti), non si accorgerà che gli applausi non rischieranno di rovinarle i timpani, non vedrà i vecchi fantasmi dei fanatici che a tutti i costi tentavano di salire sul palco come bestie in calore, non piangerà perché alla fine dello spettacolo non la travolgeranno innumerevoli mazzi di fiori.
Niente di tutto questo.
Guarderà le colline, laggiù, ormai scure, fisserà le guglie degli alberi che si agitano a tempo di musica, si lascerà catturare dai turbini di questo vento impalpabile che lambirà il suo corpo leggero. Quando arriverà l’ultima canzone la canterà come se fosse l’ultima della sua vita, supplicando il pubblico con gli occhi di non applaudire troppo perché potrebbe commuoversi, aprirà le labbra per un sognante e tragico “Au revoir”, lasciando a chi saprà coglierlo il dubbio che questo nuovo incontro potrebbe avvenire in questo come in quell’altro mondo, e io mordicchiando il retrogusto amaro degli addii piangerò come un idiota. Poi sparirà, e la platea sotto il palco rimarrà un secondo a bocca aperta e con gli occhi spalancati, impietriti dai serpenti di Marguerite, un idillio ipnotico e fugace di trasmigrazione delle anime, lei sarà in loro ancora per questo breve minuto di eternità, poi la paglia, i trattori, la giostra, i dolciumi, il suolo terroso, la strada di ognuno riprenderanno il loro posto.

In quel momento morirò un po’, perché non accetto la fine delle cose, la morte, come lei.

Eccola…


Cari Lettori e Concittadini,
questo è il resoconto sognante che ho scritto prima del concerto di Marguerite, volevo trasmettervi la mia attesa e la mia passione per quella magnifica artista. Perdonerete un po' di sentimentalismo, o no? Del resto questo è il mio ultimo articolo, da domani vado in pensione dopo quarant'anni e più di onorato servizio. Per una volta ho fatto finta di essere un grande giornalista che vive in città... Ridicolo? Forse, ma la libertà di fare come voglio credo di essermela conquistata! Ah i sogni di diventare scrittore... di abitare nelle grandi metropoli. Chissà non sarei stato poi così male. Che dite?

Non è vero che l'ho conosciuta, come non è vero che conosco i suoi patimenti, me li sono immaginati (anche se si sentono nell'aria mentre canta, non è da considerarsi verità anche ciò che arriva in sogno, all'immaginazione?) e ho desiderato di lasciare scritti i miei pensieri sul gazzettino del mio paese per voi , cari amici; anno dopo anno ho sperato che Marguerite acconsentisse a venire alla nostra sagra, pareva che fossero sfumate tutte le possibilità, e invece alla fine ce l'abbiamo fatta.​ Proprio quest'anno che me ne vado... Che bel regalo chiudere la mia carriera, per quanto modesta e minuta, con un articolo sul mio idolo. Ringrazio il sindaco e l'amministrazione, grazie di cuore e ora vi saluto, è stato bello entrare nelle vostre vite.

Vi lascio con il mio sognante e per nulla tragico au revoir!

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