un Blog di Gabriele Cecchini


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mercoledì 30 settembre 2015

Le oche



Ho tirato il collo all’ultima oca che c’era in cortile. Le oche sono animali cattivi e strani: ti guardano con il loro becco dritto, tagliente; il collo lungo e sottile le innalza al di sopra degli altri animali da cortile, e questo le fa sentire migliori di galline, anitre e polli. 
Mi ero sempre rifiutato di mangiare la carne d’oca, temevo che, avendole dentro di me, qualcosa sarebbe cambiato, avevo paura degli effetti sulle mie azioni, finché... 

Per tutta la mia infanzia, la domenica si andava a trovare i nonni che vivevano in campagna in una casa immensa e desolante. In autunno il parco che la circondava era sopraffatto da rosso, marrone e arancio, tanto che da lontano, mentre giungevi al podere, sembrava di vedere un groviglio di fiamme. Lì vagabondavo per i fatti miei, trovando sempre nuovi nascondigli per spaventare mia madre, non riusciva mai a trovarmi. La casa non era fatta di mattoni, pareti, finestre, tegole: come una pianta cresciuta lentamente nel corso dei secoli, apparteneva all’ambiente naturale che la dominava in tutto e per tutto. In verità, la casa non era proprietà dei miei nonni, né degli alberi che la imprigionavano, era il regno di quegli animali altezzosi e arroganti: le oche. La loro roccaforte si trovava nell’angolo sinistro del parco, dove rumoreggiavano in continuazione per tutto il giorno. Il cortile era pieno dei loro escrementi e degli acquitrini che creavano da sé... Animali indipendenti, ma allo stesso tempo capaci di un forte spirito di gruppo. All’inizio mi piaceva starle a guardare, nonostante la paura («Stai lontano dalle oche, che ti beccano!»); poi cominciai a trascorrere sempre più tempo in casa, come se mi sentissi rifiutato da quel branco di pennuti gracchianti e sporchi. A volte si spingevano addirittura fin sotto il portico e puntavano quegli occhi rotondi verso di me, che le scrutavo da dentro, spaurito. Temevo che le oche, non contente di essersi appropriate del cortile, volessero impossessarsi anche della casa, dello spazio, del tempo, della mia anima. 
Questo è durato fino alla morte di mio nonno, in seguito la casa è stata venduta e non ci sono più tornato. In realtà, fantasticavo, le oche avevano revocato alla mia famiglia il permesso di soggiorno nel loro regno, e così ce n'eravamo andati contro la nostra volontà. 
Le sogno tutte le notti, le vedo che girano attorno al recinto della casa dove vivo ora, un misero appartamento in città. Si muovono velocemente tutte in gruppo, saranno un migliaio, e non mi permettono di uscire di casa. Corrono sempre più velocemente, fino al punto che non distinguo più occhi, becchi, colli e ali: tutto viene come risucchiato da un vortice bianco. A quel punto mi sveglio, in preda al panico. 
Al contrario delle altre persone, non ho paura del nero-morte o del rosso-Satana, quanto del bianco. 
La mia casa è modesta, piccola e un po’ trasandata. Mi sono trasferito qui cinque anni fa, dopo la morte di mia moglie. Non potevo permettermi una casa indipendente, né una villetta in periferia, così ho affittato questo bilocale grigio e umido. L’unica cosa carina di questo condominio è il piccolo parco che lo costeggia, pieno com'è di betulle lunghe e sottili. Mi ricordano il collo delle oche. 
Ricordo un giorno, doveva essere la vigilia di Natale di almeno venti anni fa. Mi svegliai prestissimo - un po’ per la frenesia di aprire i regali, un po’ per i rumori che provenivano dal piano inferiore (precisamente dalla cucina). Scesi a piedi scalzi, ancora in pigiama e quasi addormentato. Trovai mio padre con un’oca in grembo che tentava di liberarsi dalla sua presa vigorosa e gridava in modo parossistico. 
«Papà, cosa stai facendo a quell’oca?». 
Lui mi guardò, con uno sguardo arcigno pieno d’ira. Dunque afferrò un coltello dalla lama lucente sulla quale si specchiava il bianco delle piume. 
«Ti avevo detto che le oche erano cattive, ecco cosa si meritano! » e con foga piantò la lama nel collo dell’animale, dopo averlo appoggiato sul tagliere. 
La testa volò lontana sul pavimento, lasciando una scia di gocce rosse sul pavimento di legno, come un aereo nel cielo. 

«Bambini! Tutti in fila indiana! State zitti, altrimenti niente merenda!». 
Quelle voci gracchianti e stridule mi sono entrate nella testa. Non le sopportavo più... Se solo avessi saputo che c’era un asilo qui sotto, non sarei mai venuto ad abitare qui. Purtroppo era estate quando ho affittato la casa... ho dovuto porvi rimedio. 

Il punto di non ritorno: una cena della Vigilia (che coincidenza!) a casa del mio collega Jean-Francois. Ero stato invitato contro voglia, ma essendo solo non avevo potuto rifiutare. Che barba! Regali, bambini, sorrisi forzati, auguri senza senso... Il pranzo era di quelli sopraffini, infatti Pauline, la moglie di Jean-Francois, era uno degli chef più ricercati di tutta Parigi. Il problema dell’essere invitati a casa altrui è che si deve mangiare ogni cosa senza fare storie e facendo finta che sia tutto ottimo. In più, in quell'occasione, essendo il menù composto da piatti molto elaborati (sembrava una gara culinaria tanto tutto era perfetto), non sapevi mai cosa stavi per mettere sotto i denti. Così addentai un crostino ricoperto di una salsa scura. Lo inghiottii in fretta e furia, dato che il sapore era veramente stomachevole e strano per il mio palato abituato a cibi surgelati e pizza. Chiesi a Pauline cosa fosse, e lei rispose con orgoglio: «Paté d’oca al tartufo». Mi sentii stringere lo stomaco e diventai rosso tutto d’un colpo. 
«Gerard, cos’hai? Sei allergico al tarfufo?». 
Mi scusai e corsi in bagno e sforzandomi riuscii a vomitare quell’orrore. Ma il peggio era ormai fatto. 

Sono esseri simili in tutto e per tutto alle oche, girano per il cortile, strillano dietro ai bambini, vogliono comandare tutti. Fanno lo stesso verso acuto e insopportabile, sono malvagie come loro. Così, a causa dell’accaduto, mi sto trasformando piano piano in un essere spregevole, sanguinario, prepotente, rumoroso, sporco. 


Gli ho tirato il collo a una ad una, per far capire loro qui chi comanda. 
«Vedi quelle oche? Sono come le donne, anzi le donne sono peggio: non ti permettono di vivere, ti prendono tutto, devi stare lontano da loro». 

Questo diceva mio padre, e così ho fatto.​

6 commenti:

  1. Delirante. Ma che lascia il segno. Mi ha attratto all'inizio perchè tutti i pennuti da cortile inquietano non poco pure me... Ho patteggiato per il protagonista a cena-forzata a casa dell'amico: dddiochebarba dover mangiare tutto di tutto e ancora di più gli auguri necessari a destra e a manca... Peró, peró, povere maestre... :))

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    1. Eh lo so, povere maestre!! Grazie per averlo letto... in realtà è un tentativo di entrare in una mente disturbata, ma io le donne le AMO!!!! Credo dagli altri miei racconti si capisca... no???!! Dovrò riparare allora... A presto! :-)

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    2. Bè, direi tentativo egregiamente riuscito...almeno dalle emozioni che (bbbbrrrr) in me ha suscitato.
      Vedrò io di leggere qualcos'altro di tuo, dunque :))
      A presto!

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  2. D"ora in poi quando vedró un oca cambierò strada....cmq il patè penso lo avrei riggettato anche io...ora si ha paura anche dell"uomo cattivo che sei diventato.. Parlo del racconto ovvio.

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  3. Eh attenzione! A me il pate' d'oca non piace.. però il sushi sì! Chissà che non abbia effetti strani...!!! Grazie davvero per avermi letto..buon sabato

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  4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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