un Blog di Gabriele Cecchini


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sabato 8 agosto 2015

Padre e figlia


Un giorno di ottobre un uomo come tanti guardò fuori dalla finestra di casa sua.
C'era qualcosa di strano, lo sentiva. Eppure nulla era fuori posto: il glicine se ne stava immobile in fondo al giardino, il vialetto si destreggiava come meglio poteva con le violette che senza tregua gli gettavano addosso i loro petali donandogli un aspetto disordinato, sua figlia dormicchiava sull'amaca apatica e scostante più che mai dopo che qualcosa che stava leggendo dalle mani le era scivolato sull'erba. Non riusciva a capire di cosa si trattasse: sicuramente uno di quei giornaletti senza senso che in casa leggeva solo lei. Che gioventù disperata, borbottò tra i denti.

Si sentiva un uomo come tanti perché nessuno gli aveva mai insegnato a capire ed apprezzare cosa rendesse speciali le persone - di certo non cosa rendesse speciale lui. La madre, morta ormai da anni, era stata per lui maestra di sconfinata saggezza nel tarpare le ali alle volontà spontanee e nel recidere le delicate cordicelle che reggono gli attimi di felicità, sospesi come sono in quegli equilibri impossibili da descrivere e, a volte, anche da riconoscere. A lei non andava mai bene nulla e se solo avesse potuto avrebbe impedito ai mari di incresparsi e alle onde di fuggire continuamente dall'orizzonte. Una cosa vale l'altra, figlio mio.
Il padre, oh il padre, che grande uomo! Possono due, tre parole far risorgere una persona dalla non-esistenza? No, lo sapeva. Sempre dietro alle sue aziende, agli affari, ai soldi. Senza di lui saremmo dei derelitti, lo difendeva la madre quando il figlio si lamentava delle sue assenze, più per spirito di contraddizione che per amore. Lei, in fondo, nonostante non lo avesse mai ammesso, era più felice quando il marito non c'era.
L'uomo in verità era una persona normale, ma aveva dentro di sé questa maledizione che non gli permetteva di essere cosciente della propria natura, in qualche modo finiva sempre per sentirsi inadeguato e inetto. Le persone trovavano estremamente piacevole la sua compagnia, non facevano altro che invitarlo e cercarlo, ma niente: lui non si sentiva niente.
Fuori tutto a posto; allora dentro casa doveva esserci qualcosa non andava. Fece il giro del soggiorno e percorse la geografia di quell'ambiente familiare pieno di ricordi e oggetti preziosi. La vecchia cassapanca con il tappeto orientale, il tavolo di vetro che nel corso degli anni si era come offuscato, il ritratto di sua madre fatto da quel ciarlatano in riva al mare in una lontana sera d’agosto, un mazzetto di lillà essiccato custodito dentro un piccolo scrigno di cristallo donato alla moglie... Ecco, giunto alla libreria capì subito di cosa si trattava: mancava un libro.
Quel libro.
Oh perché affezionarsi ad un libro, sempre votato alle futilità tu, figlio mio, avrebbe detto la madre. Si trattava forse del regalo di un'innamorata, di un saggio buddista o un antico cimelio di famiglia, ancora: delle storie che gli leggeva la nonna tanto buona e che dopo la sua morte gli avevano fatto compagnia nelle lunghe sere invernali? No, niente di tutto ciò. Semplicemente un libro di fiabe. Una raccolta infinita e senza età di mondi paralleli che aveva visitato e amato in un tempo molto, troppo lontano. Era il libro attraverso cui si era messo al riparo da ogni fastidiosissima menzogna e dal frastuono ossessivo, dalle grida senza senso e dal silenzio gravido di sofferenza, da una famiglia che non sapeva nulla sulla vita e non aveva niente da insegnare se non una terribile inerzia svuotata di qualsiasi significato. Si era convinto nel corso degli anni che grazie a quelle storie fantasiose aveva sviluppato un'anima profonda e riflessiva, un ritmo di sarabanda pacato, dolce che nessuno conosceva. Se dentro, giù in fondo alle viscere, non avesse coltivato un mondo a sé di idee valorose, positive e tutte sue, la vita non gli avrebbe riservato granché.

Il libro si intitolava "I Raccontastorie" ed era accompagnato da alcune audiocassette dove le medesime storie venivano lette da attori professionisti. Per lui quelle voci che ripetevano in eterno le stesse storie erano diventate familiari e anche il libro, quando lo sfogliava, evocava i suoni e le atmosfere evocate dall'ascolto dei nastri. La cosa che più lo appassionava di quelle storie era il carattere fortemente fantastico che avevano - alberi di scarpe, arcobaleni che si tagliano a fette e con cui ci si può cucinare una torta, salvadanai a forma di porcellino che si trasformano in mongolfiere per volare nella notte...
Ora non c'era più. Nello scaffale c'era un vuoto enorme tra la Bibbia illustrata da Dalì e I promessi sposi. Chissà quant'era che mancava... erano mesi che non andava a trovare quel vecchio amico.
Scartabellò tutto il giorno, rivoltò la casa e la soffitta in cerca di quel dannato libro, ma non trovò nulla.
La figlia, che nel frattempo se n’era andata a zonzo con le amiche, quando tornò lo guardò e gli chiese: "Papà, cos'hai?"
Lui spiegò che aveva perso il suo libro prediletto, “l’ho cercato in ogni dove senza trovarlo”.
Lei sparì per un attimo. La vide che attraversava il giardino buio, raccoglieva qualcosa da terra e poi rientrava in casa. Gli si accostò e gli porse il libro. Ecco cosa stava leggendo nel pomeriggio.
"Me l'ero dimenticato. È troppo strambo questo libro, però mi piace".
Il padre glielo strappò di mano e lo ripulì per quanto poté dalle foglie, e sebbene si fosse bagnato, era più o meno intatto.
"Perché ci tieni tanto?" chiese lei abbassando gli occhi come per scusarsi.
Solo in quel momento il padre si rese conto che non aveva mai parlato alla figlia della sua infanzia, non seriamente. Allora si sentì morire. Stava facendo gli stessi sbagli dei suoi genitori? Anche lui era chiuso in silenzi piombati pieni d'odio e atteggiamenti scostanti? Pure lui, come suo padre e sua madre, avrebbe condannato la figlia ad ignorare la maggior parte della vita di suo padre e quindi a dannarsi quando ormai sarebbe stato troppo tardi?
La figlia colse lo sguardo smarrito del padre, lo prese per mano e lo scortò verso il divano. Dopo essersi seduta accanto a lui, lo abbracciò.
"Su, vecchio mio, raccontami tutto da principio. Perché sei così affezionato a quel libro?"
Lui sorrise e tornò a respirare. Non era un cattivo padre, forse un po' introverso perché troppe volte era stato ferito quando aveva cercato di amare gli altri - compresa la moglie che l'aveva lasciato da ormai cinque lunghi anni per un uomo più giovane – ma per il resto aveva cercato di mettere in opera il meglio di sé e delle sue teorie nell'educarla. Mai aveva assecondato le proprie convinzioni a scapito della soggettività della figlia.
Quell'abbraccio spontaneo instillò in lui un barlume di fiducia in se stesso, un certo orgoglio; la ragazzina che aveva davanti (così piena di gioia di vivere, curiosa, sensibile) era la dimostrazione che almeno qualcosa di buono l'aveva fatto nella vita.

E un po' era merito anche del libro.

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