un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

mercoledì 5 agosto 2015

La terapia delle abitudini




Rose sta arrivando a casa come sempre alle otto in punto, è andata a prendere il latte. Il lattaio glielo porterebbe volentieri a domicilio, ma lei ama terribilmente fare quel pezzo di strada la mattina presto, senza anima viva in giro: tutti al lavoro negli uffici, nei negozi e nelle fabbriche (il lavoro non manca di certo a Bursbo).
Durante il tragitto osserva tutto intorno a sé, come fosse la prima volta, e i ciottoli del marciapiede rosso si lasciano calpestare docilmente dal suo passo leggero e discreto. Nessuno si accorge più del suo sguardo curioso e ingenuo, nemmeno le magnolie che Rose vide piantare secoli prima, nemmeno i vicini che ormai la considerano un monumento di Remember Street.

La prima volta che Rose vide i tetti di quelle case basse (che in realtà non sono più le stesse, essendo state ricostruite dopo il terremoto del 1929) era ancora un ragazza inesperta e docile, e neanche le ortensie di gesso della signora Morton − altra istituzione di Remember Street − hanno una memoria così buona da ricordare il suo viso il giorno remoto in cui arrivò dalla campagna col suo vestito rosso e giallo e una vecchia valigia.
Quel giorno vide per la prima volta il suo futuro marito George Giddy e la casa al numero 30 di Remember Street; il matrimonio era stato pattuito già da due mesi, a quel tempo i matrimoni erano al di fuori della libera scelta dei coniugi. Si sarebbero sposati dieci giorni dopo nella St. Anthony Cathedral, poco lontano da Remember Street.
Rose affretta il passo.
«Oddio, devo preparare le frittelle al miele e il latte caldo per George, altrimenti abbaia come un
cane rabbioso! Quanti anni sono che gliele preparo!».

Adesso sta preparando gli ingredienti. Farina: tre pugni scarsi; miele: tre cucchiaini; burro: una fetta sottile; cacao: un pizzico; uova: due. La prima volta che fece le frittelle fu un disastro, Rose ancora ricorda le parole stizzite di George: «Donna, sono immangiabili. Vedi di fare più attenzione, le voglio come quelle di mia madre».
Ormai si è abituata a quel tono di voce rauco e balbettante, come a tutto il resto, d’altronde le abitudini sono le uniche cose che le restano: i ragazzi se ne sono andati da un pezzo. I lavori di casa Rose non può più farli da sola, c’è Dorothy ad aiutarla due volte alla settimana (anche tre se ci sono le pulizie grosse da fare); è una ragazza di colore tanto gentile e premurosa, che veste sempre di bianco («Chissà perché si ostina a mettersi quel bianco sfacciato... è così grassa... dovrebbe vestire di nero!»). Anche se George la odia e pensa che la sua presenza sia solo un segno evidente della decadenza della loro famiglia, per Rose Dorothy è come una figlia, visto che per i figli loro sono ormai solo un ricordo lontano che ogni tanto riappare alla mente per poi sparire in un baleno, dopo una visita veloce e imbarazzante che calma i sensi di colpa per un po’. Il maggiore, Mike, fa il dentista a Bursbo. Lana, la più piccola, si è sposata con un militare, Carl Desmond, e abita a pochi isolati da lì.
«Perché non vieni mai a trovarci? Siamo pur sempre mamma e papà!»
«Per via dei bambini, sapessi le cose da fare...»
Lo so, lo so, non mi trattare come una vecchia rimbambita, vi ho cresciuti praticamente da sola!, pensa Rose, senza riuscire a vincere la paura che blocca i suoi pensieri, così abituati a starsene rintanati dentro la sua mente da non conoscere via d’uscita.
L’abitudine di fare colazione così presto George non l’ha mai perduta, nonostante ormai sia in pensione da decenni; ha lavorato per quarant’anni nella biglietteria della stazione dei treni di Bursbo.
Dopo aver pulito e messo in ordine ogni cosa, Rose si siede sulla veranda, con un bel bicchiere di succo di mirtilli ai suoi piedi e un libro in mano; nel frattempo George si occupa dei piccoli lavori attorno a casa: staccionata, cancello, giardino, orto (anche se ultimamente sta andando in rovina, a causa del mal di schiena di George), insomma tutto quello di cui si occupano gli uomini di Bursbo.
In quei momenti di ozio, Rose di solito pensa ai sogni che fa di notte. Negli ultimi anni c’è un incubo ricorrente che la perseguita: sogna di venire trasportata con un pulmino lontano da Remember Street, verso sera, e George non c’è più da nessuna parte. Altre volte sogna invece di tornare a Remember Street con lo stesso pulmino, di mattina presto, e George non c’è ad aspettarla neanche in questo sogno. Questi incubi le provocano molta ansia, e sente il sudore scenderle sulla fronte, senza possibilità di controllarlo. Fortunatamente arriva l’ora di pranzo, con tutto da fare: il pasticcio di carne, l’insalata, il pane tostato, la crostata di lamponi... che liberazione avere qualcosa di cui occuparsi, per non pensare a quelle allucinazioni notturne. Come avrete capito, George è un vero buongustaio, e Rose deve sempre preparare cose molto elaborate per accontentarlo; a ogni modo l’ha sempre fatto senza lamentarsi, anche quando di tempo per cucinare ne aveva molto meno, con i figli da crescere, la madre da accudire e la casa da mandare avanti. Ora che sono entrambi pensionati cucina ancora più volentieri, e ogni giorno sforna pietanze impeccabili e difficili da preparare. Cucinare è diventato il suo hobby preferito, oltre al ricamo e alla lettura. Oggi, 30 maggio 2005, Rose è molto scossa, e non si sorprenderebbe se le frittelle le venissero uno schifo. Un altro maledettissimo incubo.
George non dice nulla sulla colazione, si limita ad alzare le sopracciglia, il che significa: Anche se la colazione è disastrosa, non ti dico niente, ma sappi che domani esigo una colazione coi fiocchi, donna.
Si riempie di nuovo il suo solito bicchiere di succo di mirtilli, con le mani tremanti e l’espressione del viso vistosamente affaticata e preoccupata. Già durante il solito tragitto per andare dal lattaio aveva cominciato a rimuginare su quel dannato sogno, senza gustarsi né l’aria fresca del mattino, né la rugiada sulle rose gialle di Molly Callen, né lo scodinzolare allegro di Audrey, il boxer di Michael, il cuoco che abita due case più avanti (che l’aiuta sempre quando si trova nei guai con qualche ricetta).
Niente la distrae da quel labirinto di frammenti visionari e angoscianti.
Ecco il sogno: il tavolo del salotto è imbandito di ogni ben di Dio, ma la stanza è piena di avvoltoi che mangiano e sporcano dappertutto, mentre Rose sta facendo il solito viaggio che la porta lontano da casa, con un foglio ancora stretto fra le mani. È distesa su una barella e la destinazione è l’obitorio.

«Lana Giddy?»
«Sì, sono io. Chi parla?»
«Sono Dorothy, l’infermiera di sua madre. Devo darle una brutta notizia...»
«È morta?»
«Sì. Questa mattina come sempre l’ho accompagnata alla vostra vecchia casa, in Remember Street. L’ho vista strana, mi sembrava che...»
«Tagli corto, non cominci con le solite storie che sembrava che sapesse di dover morire, ok? Quando hai centoventi anni,ogni giorno pensi di morire, cosa dice lei?»
«Sì, è vero, però aveva un’aria così triste... insomma quando la sono andata a riprendere alle otto di sera, come faccio da vent’anni e come hanno fatto le altre infermiere prima di me...»
«Sì, lo so, è da quando mio padre è morto nel terremoto del 1929 (da quando ha perso la testa, per meglio dire) che si ostina a voler fare tutte le cose che aveva sempre fatto prima. L’unica terapia che i dottori hanno sempre voluto adottare è stata quella delle abitudini, così è da secoli che ogni mattina la si porta lì e ogni sera la si va a prendere, senza che lei sia cosciente di questi spostamenti, cade come in trance. Forse dovrei dire cadeva in trance».
«Non lo dica a me, che la accudivo ogni giorno, signora Giddy. Diciamo che non è stata molto presente nella vita di sua madre...»
«Non venga a farmi la morale. Per lei era tutto come prima, non voleva sapere niente delle nostre vite reali, delle nostre vite dopo che li avevamo abbandonati in Remember Street».
«Non esattamente. L’altro giorno mi ha raccontato i suoi sogni, mentre facevamo le pulizie (l’unico modo per controllarla era fingere di essere la domestica), e credo che avesse capito qualcosa. L’ha uccisa la realtà, l’ha schiacciata l’aver realizzato che il suo mondo era finito da secoli, che le sue abitudini non potevano più salvarla dalla verità, dalla vita crudele che la circondava nella quale lei non voleva vivere. E poi come spiega l’ottimo stato di salute di sua madre? A centoventi anni non aveva quasi acciacchi; evidentemente la terapia delle abitudini,
come dice lei, ha avuto qualche effetto!»
«Stronzate...»
«Creda ciò che vuole. L’ho trovata stesa per terra in salotto, con una lettera stretta fra le mani; evidentemente c’è un nuovo postino, li ho sempre avvisati di non portare posta qua... Secondo me il suo cuore non ha retto allo shock provocato dal contenuto della lettera. Il pranzo era pronto in tavola, come ogni giorno, per il suo George.»
«Oddio, non faccia la sentimentale, cribbio! Ormai era solo una vecchia pazza che continuava a vivere da sola una vita che non c’era più, che non c’è più.»
«Forse era davvero meglio “quella” di vita, considerando l’affetto che lei sta dimostrando per sua madre.»
«Cosa vuole saperne lei? Con tutte quelle abitudini, quei riti, non provava più emozioni, non faceva altro che fare le stesse cose tutti i giorni, come se mio padre fosse vivo, come se noi abitassimo ancora in Remember Street, Dio ce ne liberi! Che posto da incubo...»
«La devo correggere, Lana. Sua madre, sebbene non fosse in sé, parlava sempre di voi, mentre facevamo le pulizie, e non faceva altro che dire che ve n’eravate andati, che vi voleva bene, nonostante né lei né suo fratello Mike vi faceste mai vivi.»
«Tardi per dirmelo, Dorothy. Comunque la ringrazio per quello che ha fatto per mia madre, anche se lei non può sapere cosa abbiamo passato io e mio fratello in quella casa, solo noi possiamo saperlo, solo noi. Adesso la saluto, vado a riposare, sa ho novantacinque anni, anche io comincio a avere la mia età...»
«Un’ultima cosa, c’era una lettera che sua madre stava scrivendo nel suo blocco, gliela spedisco?»
«Me la legga adesso, tanto non fa differenza».

“Cari Lana e Mike,
ho appena finito di preparare il pranzo per vostro padre, e adesso sono qui seduta al tavolo di cucina a scrivervi, con il mio bel bicchiere di succo di mirtilli (ancora lo bevo, ricordo Lana quanto lo odiavi!). C’è qualcosa che voglio dirvi. Negli ultimi anni ho cominciato a fare dei sogni strani, che mi hanno fatto dubitare della mia mente, e anche della realtà stessa. L’ultimo sogno che ho fatto mi ha spaventata a morte. Nel sogno qualcuno mi portava una lettera, dove c’era scritto che ero solo una stupida vecchia, aggrappata ai ricordi, che facevo rivivere ogni giorno tornando qui, in questo cimitero di ombre defunte.

Mi dicevano che mio marito era morto e che i miei figli erano finiti male: una faceva la prostituta e l’altro era omosessuale. Allora mi si è riempita la mente di tanti vecchi litigi, però non riesco a capire se siano reali o immaginari... Ragazzi miei, non so se queste cose che mi dicono in sogno siano verità o menzogna, ma quello che mi preme dirvi è che ho sempre lottato e sto continuando a lottare con vostro padre a modo mio per fargli capire che la vostra vita non deve essere decisa da noi, perché almeno voi dovete avere la libertà di essere quello che desiderate essere, non come noi, che avevamo un percorso già segnato. Anche se non sono lucida (non distinguo più bene tra realtà, ricordi e incubi), e non so se siate vivi o meno, (forse anche io sono solo un fantasma del passato!), sappiate che dentro di me vi ho sempre voluto bene e vi ho accettato più di quello che voi possiate immaginare, nonostante mi sia mancato il coraggio delle grandi eroine, nonostante vostro padre tuttora mi faccia  una grande paura, e ancor prima di lui vostro nonno... Devo andare alla porta, c’è il postino, ha una lettera per me...”

da "Le anime meschine", raccolta di racconti che a suo tempo trovò la casa sbagliata (un editore pessimo) dove abitare, ma comunque riuscì a non morire...

Nessun commento:

Posta un commento