un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

sabato 15 agosto 2015

Attesa funesta!



Solita scena di perfida umanità all’opera: una sala d’attesa. Nel dettaglio, si tratta dell’anticamera di un ambulatorio. Qui, trattandosi di salute, le belve sono più accanite che altrove. Di esemplari ce n’è una bella varietà oggi, tra i quali due prototipi della coppia più pericolosa esistente in natura: madre e figlia.
La prima coppia è formata da madre settantenne e figlia sulla cinquantina. Somiglianza impressionante: la seconda presto muterà nella prima, dopo che quest’ultima sarà passata a miglior vita. Sono le più potenti qui, essendo le prime. Purtroppo, non essendo arrivato il medico, non possono ancora esercitare il loro diritto, ma lo sbandierano ai quattro venti a ogni nuovo arrivato (fingono anche di dirselo tra loro di modo che i nuovi arrivati capiscano subito che aria tira... che non si pensi di scavalcarle!).
La seconda coppia vede madre cinquantenne e figlia trentenne. In più, come appendice, c’è il figlio di tre anni circa, una peste che presto avrà compagnia, la figlia, infatti, è incinta. Il bambino mostra continuamente atteggiamenti di sfida nei confronti della madre. La nonna, a parte qualche lamento («Sei una lagna!», «Su, su smettila»), è troppo impegnata a tenere il posto nella fila per stare dietro al moccioso. Quando c’è di mezzo la conservazione del posto non ci sono santi che tengano, bisogna restare immobili e difendere il proprio territorio, neanche il nipote che strilla svegliando tutto l’ospedale e la figlia incinta che lo insegue disperata riescono a distrarla dal tenere tutto sotto controllo. Ovviamente il bambino se necessario sarà utilizzato per scavalcare chiunque, quando c’è di mezzo una creatura si ha la precedenza. E la pancia? Oh quella sarà l'asso nella manica. Una donna incinta impietosisce anche i sassi, è risaputo. Tant'è vero che, all’arrivo della triade, un signore seduto che fino a poco prima pareva inchiodato alla panca, non si era mosso all’arrivo degli altri pazienti occupando per di più il restante spazio disponibile con giornali, giacchetto e carte varie, si è alzato all'istante per far loro posto.
Tra le due coppie madre-figlia c’è una scintilla di sfida negli occhi, inutile fare finta che non sia così, e ciò sta a significare: "Non pensate di superarci con la scusa del bambino. Eh no, troppo comodo! Siamo qui da ore".
La vecchia, che è la paziente, esprime quest’ostilità di ordinaria amministrazione tra rivali dicendo rivolta alla figlia a voce bassa ma in modo da farsi sentire: «Con quei capelli lunghi pensavo fosse una femmina, invece è un maschio!» che vorrebbe dire: Continua così e te lo ritroverai una mezza femminuccia.
La madre incinta non le risponde per cortesia e finge di non sentire quello che la vecchia ha appena detto, anche se vorrebbe dirle: E io invece pensavo fossi una buona vecchia, invece sei solo una stronza grassa acida e decrepita!
Ma è normale, niente di nuovo: non sono cose che si possono dire alle persone anziane, mentre a queste è permesso dire anche due parole in più, si sa: da vecchi si torna bambini…
La madre-nonna, come si diceva, non si preoccupa molto del frastuono provocato dal nipote, deve stare lì piantonata come fosse una parte del mobilio a sentire tutte le cose che si dicono gli altri, per vedere se passa un’infermiera e dice qualcosa sull’arrivo del dottore. Poi dice rivolta alla figlia dell’altra coppia quasi sua coetanea come a vendicare la sfrontatezza della vecchiaccia): «Certo che noi con il bambino prima facciamo meglio è…».
L’altra alza le sopracciglia e sbotta (fingendo dispiacere): «Noi non possiamo più aspettare, chieda agli altri: siamo qui da ore». E chissà da chi avrà preso quella peste che strilla e rompe a tutta la sala!
L’uomo, una figura incolore senza nulla che denoti una qualche personalità, dice che per lui possono passare avanti. Bene, un ostacolo superato! pensa la madre vedendo maturare i frutti della sua tenacia e pazienza. Le mancano da superare solo le due vecchie. A dire il vero anche la mossa del signore coi capelli grigi unti e attaccaticci è nella norma: esempio di una certa galanteria fasulla degli uomini verso le donne, facciata di una rabbia che cova dentro per dover perdere altro tempo (pensa infatti: chissà quanto cazzo ci metteranno con quella peste! Gli darei due schiaffi!). Ah, la buona creanza!
Ma, tremate tremate, quando ormai tutto pareva sistemato, le armi deposte nei loro foderi, le difese praticamente azzerate, cosa accade? Arriva un’altra coppia di donne simile alle altre due formata da paziente ultra-settantenne - udite, udite: ferita e sanguinante! - e amica al seguito di qualche anno più giovane. Sono tutte agghindate, brillano di quegli ultimi bagliori di femminilità che sta colando via con gli anni che passano: peli che crescono bianchi dappertutto, carni che si crepano e cadono, trucco difficile da stendere per coprire i disastri del tempo, macchie marroni sulle mani, reggiseni che faticano a salvare la caduta, scarpe sempre più basse che non possono compensare l’altezza che diminuisce, i capelli difficili da tingere e da mettere in posa con vuoti sulla testa che fanno piangere...
La guerra ricomincia e si salvi chi può! Affilate le armi, si parte per il fronte.
La paziente è grave: un’urgenza. Le altre quattro arpie si guardano e la fulminano con gli occhi. Coro di pensieri: Dove crede di andare questa adesso?! Con la scusa che sanguina non penserà di sorpassare tutti? Sicuramente è una matta del Centro di salute mentale. Proprio quando stava per arrivare il dottore e il nostro turno, bastarda!
L’amica esprime quello che la povera amica ferita non riesce a dire: «È già arrivato il dottore? Sta perdendo sangue dall’orecchio ed è sotto shock, ci hanno mandate qui».
Davanti a un urgenza non ci sono vecchie, ore di attesa, bambini, gestanti e madri carnivore che tengano: deve andare per prima.
Ma non appena le due scompaiono dietro le porte del bagno per pulire il sangue, le belve cominciano a sbraitare. E chi le tiene più?!
«Adesso arriva lei e ci supera tutti! Sono ore che siamo qui!».
«Secondo me non è tanto grave, ha detto cosa le è successo? Sarà la solita demente».
«No, non sappiamo niente. Dovremmo almeno conoscere come sono andate le cose! Forse un incidente… dopo glielo chiedo, dato che ci supera, almeno deve rendere conto!»
«Perché? Abbiamo intenzione di farla passare?»
«Cosa fai? La lasci crepare lì sulla panca, idiota? E se mi imbratta tutto il nipote di sangue?»
«E io sono pure incinta, non basta per passare avanti agli altri?».
«Eh no, la pancia non fa impressione come il sangue, figlia mia».
«Come sono conciate poi… saranno delle poco di buono. Mi fanno schifo».
«Per me son matte da legare, altro che!»
«Le avete mai viste in giro? Non saranno delle abitudinarie che per ogni sciocchezza corrono dal medico? Sst, sst, che arrivano…».
I versi sguaiati delle belve incattivite, indistinguibili, volgari, si smorzano improvvisamente come sul finale di un adagio. Gli occhi, malandrini!, rivelano comunque i loro pensieri maledetti. «Cosa si è fatta?»
«Mi hanno investita, mentre tornavo a casa in bicicletta».
«Non è andata al pronto soccorso?».
«Sì, ma mi hanno spedita qua».
Potevano spedirla all’inferno, per quel che m’interessa, pensa la madre-cane da guardia cinquantenne.
A quel punto, come la ciliegina sulla torta e con suoni di trombe, fanfare e canti di gloria, chi ti arriva? Il medico! Benedetto uomo. Ha pure l’infermiera al seguito. Non ci sono più santi che tengano: la smania di parlare con lui e la voglia di passare avanti agli altri corre sul filo. Gli si avvicinano tutti con fare circospetto e fazioso.
La figlia cinquantenne maledice col pensiero l’anziana madre, che proprio in quel momento non c'è, poco prima che arrivasse il medico se n'è andata a prendersi un caffè. Nonostante sia la madre la paziente, la figlia si fa avanti per rivendicare il suo diritto di prima della lista. Il Maledetta vecchia, è due ore che se ne sta qui come una statua e proprio adesso va a prendersi il caffè! Mi farei curare io al posto suo solo per superare quelle due vecchie incrostate di sangue e le altre due stronze!
Alla vista del dottore sono tutti impazziti, cani ringhiosi che non aspettano altro che avventarsi sul pezzo di carne invitante e succulento – il dottore.
«Sa mia figlia è incinta e il bambino non si tiene più…».
«Io devo solo fare vedere le analisi…» è l’uomo che sembra aver cambiato idea e prende il coraggio a due mani.
«DAVIDE! VIENI QUI, O TI STROZZO CON QUESTE MANI!» è la gestante che non capisce più niente e si lascia andare all’ira, sentimento che una madre come si deve è libera di sfogare sui figli, per poi non capire perché da adulti gli stessi figli riverseranno la stessa ira sulle madri. Funziona così: solo lei è legittimata a rifarsi sul figlio; se qualche estraneo lì presente provasse a dire qualcosa al bambino, lei, esautorata dal suo ruolo di padrona-tutrice e divorata da una malsana gelosia, scatterebbe come una furia: «Si faccia i fatti suoi!», «Pensi a come educa i suoi, di figli!» o meglio ancora: «È mio! Giù le mani!». Anche la nonna, se pescata dalla figlia con le mani sporche di marmellata (soprattutto in presenza di altre persone), ovvero con l’eco di qualche grido ancora in gola o il muscolo ancora teso per un ceffone allungato al nipote, è a rischio di scenate di quel genere. Non sempre, però. A volte la figlia, infatti, stressata dalla peste fino allo sfinimento, lo abbandona dalla nonna, che in questi casi è libera di distribuire legnate, grida e quant’altro ritenga necessario a far rigare dritto il monello.
Il dottore, senza ascoltare nessuno, guarda la povera anziana ferma sulla sedia col rivoletto di sangue che le sgorga dall’orecchio e gli occhi lucidi. L'unica che tace.
«Lei cosa ha fatto?».
L’anziana con discrezione racconta l’accaduto.
«C’ero prima io!»
«Il bambino!»
«Qui fanno tutti come vogliono!»
«DAVIDE!».
Il dottore finge di non sentire quelle voci isteriche e fa entrare la signora con l’amica dentro l’ambulatorio.
«Lo sapevo che finiva così, vecchia del cazzo!»
«Chissà poi se era vero quel sangue, magari era pomodoro!»
«DAVIDE, PER DIO! DOVE SEI?!».
«Ah, eccoti! Prendilo con calma quel caffè, eh? È arrivato il dottore e tu non c’eri. Io cosa sto a fare qui da quattro ore come una stronza? Per colpa del tuo maledetto caffè il dottore fa passare avanti tutti!».
«Tutti? Badi a come parla lei! È passata avanti solo quella deficiente col sangue all’orecchio».
«Lei se ne stia zitta, che ormai quel marmocchio impertinente di suo nipote mi ha proprio stancata, non fa altro che capricci e lagne di tutti i tipi! Mi è venuto il mal di testa. Lo sistemerei io, quel moccioso!».
Tutti sembrano in preda al panico, come se le barriere e gli argini fossero crollati in un secondo.
«A me è venuto il mal di testa a stare a sentire lei e quella matta di sua mamma che chiacchierate tra voi come due sceme, pensi un po’! Non me ne frega un tubo delle vostre malattie e dei vostri racconti».
In quel momento escono le due donne, l’orecchio medicato e incerottato.
«Il dottore dice di fare silenzio, altrimenti non riesce a fare il suo lavoro».
«Ah sì? Vaffanculo! Sarà contenta adesso che è passata avanti a tutti!», è la nonna del pestifero infante (che adesso si è stranamente calmato).
«Non si vergogna alla sua età a parlare così?».
Le due si allontanano lentamente, lasciando il ring libero.
La porta dell’ambulatorio si apre. Il dottore non fa in tempo a sbucare fuori che la nonna ha già preso in braccio il bambino-stocafisso e lo spinge con la testa dentro l’ambulatorio, usandolo da ariete.
«Eh no, care mie! Ci siamo prima noi. Dottore, è cinque ore che siamo qui ad aspettare!» è la figlia della settantenne che cerca di spingere la triade fuori dalla portata del dottore.
«Non si tiene più il bambino! Vede com'è rabbioso?»
«Facciamo prima loro con il bambino».
Madre e figlia-gestante lanciano uno sguardo di vittoria sulle altre due, mentre finiscono di cacciare il bambino dentro l’ambulatorio.
«Le prime ad arrivare e le ultime a entrare… come sono stanca, povera me!» la vecchia si siede e riposa le sue stanche membra, dovrà pur farsi compatire un po’ per la sua veneranda età?
La figlia le si siede accanto, muta e con i denti stretti. Pensa al modo di sfogare la voglia repressa di arrivare un cazzotto dritto dritto sul muso della donna che l’ha appena defraudata del suo diritto di essere prima. Come sempre una madre è il parafulmini più indicato per sfogarsi, se non si hanno figli piccoli (o figli grandi e succubi) come surrogato materno. E poi andare a prendersi quel maledetto caffè proprio quando stava arrivando il dottore! Non l'ha ancora digerita questa.
«Statti zitta, sempre a lagnarti per i tuoi mali! E a me chi cazzo ci pensa, si può sapere? Chiudi il becco e aspetta, è solo colpa tua se mi sono arrabbiata così».
L’infermiera esce dall’ambulatorio, con l’intenzione di chiedere agli altri pazienti cosa debbano fare. Subito la figlia le si avvicina. L’infermiera legge il foglio che lei le porge, e la guarda con fare interdetto.
«Signora, avete sbagliato piano! Dovevate andare al terzo, non al sesto!».
«Adesso me lo dice? Sono cinque ore che aspettiamo qui come due stronze!».
«Non funziona proprio la sanità…» sospira la vecchia mentre viene trascinata come un rimorchio dalla figlia; cerca di utilizzare le solite frasi fatte per calmare i nervi della figlia, per trovare un appiglio che la plachi. Le fa quasi paura.
«Taci, taci, taci! Sei stata tu a dire sesto piano. Non capisci mai un cazzo, vecchia maledetta! Adesso stai lì da sola ad aspettare altre cinque ore. Devo andare a casa io! La sanità funziona male, ma anche il tuo cervello fa acqua da tutte le parti, per Dio!»


tratto da una vecchia raccolta di racconti, Le anime meschine, che nonostante avesse trovato la casa sbagliata nella quale abitare (un editore pessimo), è sopravvissuta e continua a vivere...

2 commenti:

  1. Ritratto perfetto e dettagliato dell'animo umano! Realissima e significativa anche l'ambientazione... Devo smetterla di arrabbiarmi con mio figlio quando fa il discolo, eh sì, mi sa che mi conviene...

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    1. Eh, un po' estremizzato, ma non troppo... Una specie di grottesca provocazione. Brava,non ti arrabbiare che i bambini la sanno lunga! E ancora, grazie!

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