un Blog di Gabriele Cecchini


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venerdì 14 agosto 2015

A lezione da Yates



15 Novembre 1992 – Ad una settimana dalla scomparsa del famoso scrittore Richard Yates, John Drake,  suo allievo e celebre romanziere, ci regala un affettuoso ricordo. 


Nell’estate del 1962 ero sicuro di avere in pugno la mia vita. Lo ricordo perché proprio stamattina ho trovato qui, nella mia vecchia camera,  dentro un cassetto, uno stupido biglietto del treno dove, in preda ad uno dei miei folli momenti, scrissi: “Sento che tutto sta cambiando, in un modo positivo, intendo. Tutto merito di Richard Yates”. 
Dio se mi aveva colpito quell’uomo. Frequentavo i suoi corsi di scrittura alla Columbia University e seguire quelle lezioni era il piacere più grande che mi fosse capitato fino a quel momento. Così lo definivo tra me e me. E credo di non sbagliare di molto se dicessi che anche ora lo definirei il piacere più grande che mi sia capitato. 
E’ curioso che mi chiediate un pensiero in occasione della sua morte; rispetto a lui non sono niente. 
Non posso tirarmi indietro: se sono diventato uno scrittore, lo devo a lui. 

Dunque ogni giorno ascoltavo le sue lezioni. I tempi erano quelli che precedevano la morte di Marilyn, la fuga di quei due galeotti da Alcatraz (non ricordo i nomi… uno era Scott, l’altro… mi verrà in mente), mentre l’Operazione Chopper segnava l’inizio della tattica della mobilità aerea da parte dell’esercito Statunitense nella guerra del Vietnam. All’epoca non ci capivo granché, le informazioni erano falsate e poco chiare. Sapevo solo che i comunisti erano da abbattere. Mi sono documentato in seguito. Piegare l’opinione pubblica a proprio vantaggio: ecco in cosa gli Stati Uniti sono maestri. Ma questa è un’altra storia. 
Ero un ragazzo introverso, pieno di complessi e inquietudini. Mia madre quando tornavo dalle lezioni o da qualsiasi altra parte si vergognava di presentarmi alle sue amiche. Amiche, che parola grossa. Erano delle cretine che si trascinava dietro illudendo il mondo e se stessa che ci fosse qualcosa al di là dell’interesse che le univa. Lei vendeva e loro compravano quegli stramaledetti trucchi Avon. Si atteggiava a gran dama con loro, e per lei erano come Cristo sceso in terra. Così, quando entravo in casa, arrossiva e diventava mezza isterica finché non mi ero rintanato nella mia camera dopo un breve saluto. Nemmeno il trucco copriva quella vergogna ignobile, macabra. Ben ti sta, le dicevo, ben ti sta. Chiaro che inventava una montagna di parole per negare l’evidenza, per rispettare le convenzioni e le buone maniere, ma i fatti parlavano da sé: mai avrebbe voluto avere un figlio come me. 

Poi, si diceva, è arrivato Richard Yates e da allora, sotto i viali alberati perennemente coperti di foglie autunnali che erano la mia vita, mai luce fu più accecante. 
Aveva un modo schietto, diretto e allo stesso tempo ironico di proporsi. Lo sguardo vagava su di te come alla ricerca di un brufolo, un’imperfezione o un cruccio che ti facesse apparire simpatico ai suoi occhi. Trovava sempre qualcosa per appassionarsi alle persone. Odiava i tipi perfetti, si capiva da come era lui e da ciò che scriveva. Un essere imperfetto schiavo di certi fantasmi che pareva non conoscere nemmeno lui fino in fondo. A prima vista pareva ordinario, non vorrei essere frainteso: intendo un uomo bonario, normale, ma due tre volte durante la lezione faceva capolino una maledizione dell’anima, un demonio che lo lacerava da dentro e rifulgeva attraverso i suoi occhi. Dicevano che fosse alcolizzato, che avesse problemi mentali… Non li ascoltavo quegli stupidi pettegolezzi. Uno che aveva scritto quel romanzo magnifico, con quel titolo che, ogni volta che lo scorgevo sullo scaffale della mia camera, questa camera!, provocava in me un brivido lungo la schiena e un sussulto, doveva essere un uomo speciale. 
Revolutionary Road. 
Era per quella sua natura tragica che mi affezionai a lui. Non proprio tragica, eppure dovrei saperle usare le parole, dice quel suo sguardo birichino, caro lettore, ha ragione devo saperle usare, ma proprio quando devi usarle vengono a mancare. L’obbligo ammazza la scrittura, lo sa? 
Diciamo "quella sua natura disperata" - ecco, meglio. Con gli anni e dopo aver letto gli altri romanzi che scrisse nel corso del tempo, ho capito che c’era qualcosa di ben più profondo che ci legava: in fondo la nostra storia personale si assomigliava, quel tipo di madre… la separazione dei genitori… una certa attitudine distaccata, dissacrante... e poi chissà che altro! 

Lui un giorno notò che ascoltavo le sue parole come fossero oro colato e alla fine della lezione mi parlò. 
“Ragazzo, ti piace il mio corso?” 
“Sì, signor Yates” risposi io timoroso. 
“Bene, ne sono felice, a me non piacerebbe affatto, se fossi io a frequentarlo, voglio dire, sai? Non si può insegnare a scrivere”. 
“Ma…” 
“Perché ho accettato di fare questo corso di scrittura allora? Perché mi pagano e bene, e tutto sommato mi piace stare con voi studenti. Forse, anche se non si può insegnare a scrivere, qualcosa di buono ce l'ho da dire. Che dici, ragazzo?” 
“Sì, le sue lezioni sono molto istruttive per me”, e mi pentii subito di quell’uscita così ruffiana, senza senso. 
Avrei voluto dirgli che mi stava insegnando molte più cose sulla vita di quante me ne avessero mai insegnate mia madre e mio padre. Di come ascoltare la sua voce era un ristoro per la mia giovinezza così poco consapevole. Di quanto avrei voluto che fosse lui, mio padre. 
Lui capì ugualmente, almeno credo, perché sorrise, mi diede una pacca sulla spalla e uscì a fumare. 

Ecco cosa ricordo di Richard Yates e di quell’estate. 
Il libro è ancora lì, guardi come si è ingiallito. 
Se lo può prendere? Certo, glielo regalo. 

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