un Blog di Gabriele Cecchini


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giovedì 9 luglio 2015

Miriam


Le rotte degli aerei disegnano nel cielo gomitoli ingarbugliati e indomabili, e chi sta sotto, benché riesca a intravvederne a malapena un misero frammento, sente quei rovi stringersi attorno al collo, al cervello, come se la gravità si annullasse e piovesse giù ogni cosa.
Tra coloro che stanno sotto a soccombere sotto il peso di quelle scie avvelenate c’è Miriam, che su nel cielo vede milioni di strade, miriadi di percorsi che potrebbe percorrere, ma lei prende sempre la stessa strada, esce da casa la mattina e viaggia sui binari fissi della sua vita terrosa di periferia.
Li vede i percorsi sconosciuti, ma rimane immobile.


Oggi però c’è qualcosa di strano nell’aria, e neanche sa perché, ma tra pochi minuti si ricorderà il sogno che ha fatto stanotte, e allora si sentirà meglio. Perché a dire il vero ora come ora, mentre prepara il caffè, si sente come una forchetta spaiata – di plastica - in un servizio d’argento. Oh la vita è stata anche troppo buona con te, che diritto hai a sentirti così?, blatera la madre che, dopo la morte, ha affittato un monolocale nella sua mente con contratto senza scadenza, del resto sembra starci proprio bene! Da lì può parlare alla figlia come faceva in vita: senza freno e senza rispetto. Taci, vecchia!, sussurra Miriam consapevole ormai di quanto la madre continui a toglierle il gusto delle cose che fa, delle emozioni che prova. Sì, perché spesso si trova senza fiato senza aver fatto nulla, ha la sensazione di essere schiacciata sotto il peso di un macigno che la immobilizza al suolo, vive incastrata tra l’inizio e la fine di qualcosa – il lavoro, il weekend, la lezione di ballo. Seduta al tavolo di cucina, con un biscotto in mano e ancora il pigiama addosso, ascolta il rumore del fiume, che a causa del traffico è udibile solo in questo momento della giornata. Nonostante abiti lì da anni, ogni volta che sente l’incedere costante del fiume si meraviglia come una bambina. Almeno lui va, senza fermarsi mai…, pensa mentre si alza con l’intento di prepararsi per andare al lavoro. Attraversando il salotto, lo spoglio e modesto cantuccio dove ama rintanarsi la sera davanti alla televisione, il suo sguardo va a cadere su suo padre, che ormai vive solo in quel quadro opera di un amico pittore del quale forse, se si sforza, riesce a ricordare la faccia. Doveva avere la barba, sì, o forse no? Nella mente le immagini reali si mescolano alle foto dei pittori visti nei libri di storia dell’arte o sui giornali. Ed è questo istante (solo più tardi Miriam scoprirà perché proprio questo istante) che riporta a galla il sogno, che lo trascina sulle rive della coscienza dalla profondità del limbo dov’era andato a nascondersi. “Capita che i sogni ce li ricordiamo solo dopo un po’ che ci siamo svegliati, non subito”, Miriam aveva sentito qualcosa del genere in un programma televisivo.
Dunque, il sogno. Miriam era un uomo, un bell’uomo. Non una donna, ma un uomo! Che stranezza. E poi si alzava, si radeva, si metteva camicia, giacca e cravatta, come se tutto fosse normale. La casa, per quel che importa, era la stessa, la vecchia casa sul fiume. Miriam-uomo si sentiva bene, viva (vivo?) e senza le solite insicurezze. Che stupidaggine, pensa, i soliti luoghi comuni sul maschilismo della società… Certo che se fossi uomo non avrei problemi a trovarmi qualche amico, basterebbe andare in un bar e parlare di sport!
Sorride.

Nel sogno usciva di casa e andava da un’altra parte, non verso l’ufficio, c’erano salite, discese, e si allontanava sempre più da casa, dal fiume. Chissà magari inconsciamente mi sento un uomo! Dovrò operarmi? Che assurdità.
Ferma davanti al quadro di suo padre, mezza vestita e in ritardo, non riesce a cogliere il significato profondo di quel sogno (sempre che ce ne sia uno). Si siede un attimo sul divano, ha ancora sonno…

I pensieri sempre più annebbiati continuano a danzare nella testa di Miriam: polka, valzer, mazurca… Forse era la sua parte maschile quell'uomo? Allora l’uomo che è in me è più libero della donna che sono? Cosa devo fare? Che banalità sto macinando...
Ricominciando a fare le solite cose, allontanando quelle questioni troppo complesse da decifrare in poco tempo, Miriam torna alla vita di sempre, e per fortuna! (non è raro infatti che si dimentichi dello scorrere del tempo quando comincia a pensare, e al lavoro non accettano ritardi, non da lei almeno).
Borsa, computer, pranzo… Ho preso tutto, via, andiamo!
Una volta in strada, annusata la calura di luglio e l’odore del fiume, le cade l’occhio sull’orologio, le dieci! Com’è possibile che siano già le dieci? Devo essere in ufficio per le otto! Si guarda le gambe… pantaloni? Metto sempre la gonna… Si tocca il viso, appena rasato! Vuoi vedere che quel dannato sogno sta diventando realtà? Aiuto!
Miriam d’un tratto piomba nel sogno, si trova fuori da casa e si sente e si vede uomo. Il fiume, l’unica cosa che le sembra reale, scorre lì sotto dentro i suoi argini, nel suo letto, come sempre. Beato lui! Miriam viene presa da uno stato di angoscia insopportabile, l’angoscia di chi non riconosce se stesso e quindi non discerne tra ciò che è e ciò che non è. Dove vado? Chi sono? Certo non posso andare al lavoro così, non mi riconoscerebbero… E se prendessi il sentiero che va oltre le colline?Forse il sogno mi vuole portare lì.
Miriam, la donna-uomo, si sta allontanando lungo una strada sconosciuta (non la stessa strada di tutti i giorni) senza sapere cosa l’aspetterà. La madre sembra tacere. Vagabonda! Ogni scusa è buona per non andare a lavorare, le direbbe.
La giornata è splendida e il sole picchia sulla sua testa, ma non le dispiace troppo. Chissà perché non sono mai venuta qua, è così bello!, pensa mentre tenta invano di spostarsi i capelli dagli occhi, hai i capelli corti, sei uomo, cretina!
Lungo la strada non incontra anima viva. Dopo un po’ si siede sotto un albero. Chiude gli occhi, beata. Quando li riapre si accorge di non essere sola, c’è il pittore accanto a lei, con la barba (allora non si sbagliava!) e un cappello di paglia in testa.
«Ti ricordi di me?» fa lui con voce bassa.
«Certo! Hai dipinto mio padre.»
«Sì, non ricordi nient’altro?»
«No, dovrei?»
«Non ricordi quel ritratto che ti feci?»
«No, mi dispiace.»
«Avevi quattro anni, e la prima cosa che dicesti dopo averlo visto fu “Sembro un maschio”.»
«Ah sì! Parli di quel vecchio quadro, è in soffitta! Ero convinta che si trattasse di mio cugino…»
«Eri tu.»
Ecco perché prima proprio quell’istante aveva portato a galla il ricordo del sogno. Forse che l’uomo-Miriam nel sogno della notte precedente rappresentasse lei nell’infanzia?
«Ero un maschio?»
«No, ma qualcosa dentro di me mi portò a dipingerti così… Tua madre si arrabbiò molto con tuo padre, disse: “Che razza di pittore è quello? Sarà ubriaco, tanto gli artisti si sa, sono o barboni o alcolizzati o entrambi”.»
«Certo non le mancava il carattere, vero?»
«Mi sembri terribilmente sola e afflitta.»
«Sono un uomo, vedi?»
«Un uomo?»
Miriam posa lo sguardo sulle sue gambe, è tornata donna!
«Prima ero diventata un uomo…»
«Come nel quadro…»
«Sì, che cosa strana.»
  
…un rumore molesto e martellante riporta Miriam al presente, al suo corpo reale, fatto di muscoli, sangue, ossa. Il resto scompare di botto.
Il telefono.
«Pronto? Sì, sto poco bene, oggi non posso venire al lavoro. A domani» dice assonnata. Si sente rispondere con un gentile: «Crepa! A giudicare dalla voce ti sei addormentata, di nuovo! Se vai avanti così finirà che…». Miriam chiude la conversazione, non ha voglia di sentire le solite lagne del suo capo.
Si è addormentata sul divano! E il sogno è andato avanti… Senza pensarci si catapulta in soffitta, ha voglia di rivedere quel vecchio quadro. È vero, sembra un maschio, ma non vi è dubbio che sia lei la bambina ritratta. Che bei colori, e pensare che sono passati più di trent’anni, esclama mentre rientra in casa con il dipinto in mano. È rimasto intatto, sei tu che sei in bianco e nero. Speriamo che questo andirivieni sogno-realtà non duri per sempre, altrimenti impazzirò!
Ora sa cosa deve fare: finisce di vestirsi ed esce. Sta andando verso la collina, lungo il sentiero che non ha mai percorso (sono realmente io?), poco lontano dalla solita strada, ma chissà forse lontano anni luce dalla vecchia vita, e più vicino a quelle scie disperse nel cielo, a quei gomitoli ingarbugliati e indomabili, alle alternative che abbiamo per salvarci.



Da piccina voleva fare la pittrice...

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