un Blog di Gabriele Cecchini


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lunedì 27 luglio 2015

Le stagionali motorizzate



Nunzia posò lo straccio dopo averlo strizzato a dovere, pronto per la sera. Il sospiro liberatorio che seguì segnò una fine e un inizio, la fine del turno di mezzogiorno (il pranzo) e l’inizio del suo riposo – tre ore scarse – prima del turno serale (la cena). Allora contò i suoi anni di matrimonio, venti. Che cosa sciocca. Senza pensarci si trovava a contare con la mente, contava le ore di straordinario (che mai e poi mai le sarebbero state pagate), le ore di lavoro (troppe e troppo stressanti perché passassero senza lasciar volare la mente lontano), contava i clienti dell’albergo… Insomma teneva impegnata la mente mentre con il corpo spazzava, tagliava, lavava, correva. Cosa vuoi pretendere del resto? Fai la cuoca stagionale, non lavori mica al Ministero o in un ufficio del Comune, lì sì che la situazione sarebbe rovesciata (far lavorare la mente e abbandonare il corpo a se stesso), pensò mentre si sciacquava via dalla faccia il sudore e la stanchezza accumulati.
Inutile.

Adesso l’attendeva una corsa in motore fino a casa, con le gote rosse e il vento malsano che, nonostante si fosse d’agosto, con quel suo battere bisbetico e insistente sui vestiti bagnati di sudore, di certo le avrebbe causato un malanno. L’esodo dalla riviera romagnola, le donne in motoretta (definire scooter quei motori scassati è troppo) che tornano nell’entroterra, a casa loro, dopo aver sgobbato come muli. E quei ferri scalcagnati e arrugginiti troppo antiquati vanno sempre troppo piano per restituire loro il tempo che trascorrono lontano da casa, lontano dai figli, dalle vicine, dalle cognate. Certo che Giorgio potrebbe comprarmi un motore nuovo, questo prima o poi mi lascerà a piedi… Tutti così gli uomini, non fanno altro che smadonnare con le moto, ma mai che ti aiutino quando hai bisogno, farfugliò mentre partiva. Ci avrebbe impiegato venti minuti per arrivare a casa, venti minuti di pensieri sfreccianti, pezzi di apprensione materna, rottami di sensi di colpa per la casa che non è pulita come dovrebbe. Ma per fortuna la stagione dura da maggio a settembre, e si sta accorciando sempre di più, pian piano andrà a finire che lavoreremo solo luglio e agosto, fece Nunzia ferma a un semaforo rosso. La riviera romagnola non le piaceva, e quando qualche amica le diceva: Beata te, vivi in riviera, chissà che divertimento!, lei non sapeva mai se rispondere con un bel "Crepa!“ o con uno schiaffo. Per lei la riviera era solo il suo luogo di lavoro, la vetrina davanti cui passare senza comprare nulla. Guardava i turisti, i villeggianti e si chiedeva: Se fossi lì in mezzo alla mischia sarebbe diverso? Chissà…Forse vedrei cose che adesso non riesco a vedere…Una volta o l’altra dico ai miei che rimango a dormire da mia sorella e invece prenoto una singola in quell’hotel di lusso davanti alla pensione e mi godo la vita. Sì perché Nunzia ingurgitava ogni giorno solo il pezzetto di riviera (e già quello le risultava indigesto!) che percorreva durante il tragitto in motorino fino alla pensione dove lavorava, niente più. Casa-pensione, pensione-casa. Quattro viaggi al giorno. Non andava mai a farsi un giro sul lungomare a piedi, a buttare un occhio ai negozietti sfavillanti pieni di gioielli fasulli, souvenir, guide turistiche…Prima che una cuoca stagionale era una madre e una moglie, non poteva rubare tempo alla sua vita per bighellonare in giro per le strade. Rita, l’aiuto cuoca, madre e moglie anche lei, ogni tanto prendeva e andava a farsi una passeggiata sulla spiaggia, diceva che le faceva bene alla circolazione. Nunzia non si azzardava ad accompagnarla, sapeva che si sarebbe sentita in colpa, avrebbe pensato ai suoi ogni secondo. Le maligne dicevano che Rita andava a spassarsela con il suo amante, ma lei non ci credeva. Possibile che una povera crista che lavora come una schiava ai tempi delle piramidi se si prende un po’ di tempo per sé dev’essere per forza una zoccola? Ah noi donne, quanto poco solidali sappiamo essere, non come gli uomini, loro sì che si coprono e si difendono, rifletté salutando con un cenno della mano Mara, l’edicolante.
Spesso le capitava di trovarsi ferma a un semaforo con altre due o tre donne della sua stessa specie, lavoratrici stagionali che tornano a casa. Le guardava e le riconosceva all’istante: aspetto poco curato, capelli sfibrati e mosci a causa dell’unto, degli odori e dei vapori della cucina, le guance rosse, i vestiti sudati. Chissà se anch’io risulto così sciatta, così povera, così poco donna. Sì, si rispose, stupidina, anche tu sei così, non ti vedi allo specchio? Siamo noi donne dell’entroterra che mandiamo avanti questo stupido baraccone che reca l’insegna colorata “Riviera Romagnola”, e cosa otteniamo in cambio? Sembriamo delle morte viventi… Bell’affare la vita!
Una volta a casa non faceva in tempo a fare nulla, giusto riordinare qui o lì, una doccia, un caffè. E poi via! Di nuovo in viaggio verso la riviera! Non aveva molto senso tornare a casa per così poco tempo, lo sapeva, ma almeno poteva vedere i suoi ragazzi. Non sempre, a dire il vero, spesso finiva che neanche si incrociavano, o perché erano fuori con gli amici o se n’erano andati al mare. Il mare! Che noia, non trovo niente di più stupido che andarsi a stendere al sole a bruciarsi e sudare, sentenziò entrando in casa.
Silenzio di tomba.
Neppure Giorgio c’è, è in ferie ma trova sempre qualcosa da fare, un piacere a un amico o una birretta al bar, sbottò. Aprì la doccia, con un’idea fissa che le penetrava il cervello. Si sta bene senza nessuno fra i piedi. Si insaponò e si strofinò, con la consapevolezza che entro poche ore sarebbe stata di nuovo sporca, sudata e accaldata. Si asciugò e si stese sul letto, nuda. Non capitava spesso che riuscisse a riposarsi in quel boccone di aria di casa che riusciva a respirare tra i due turni. Ah che pace! Non so cosa darei per rimanere qui distesa almeno due o tre ore, pensò. Stranamente la morsa dei doveri tardava a stringersi su di lei e per pochi attimi avvertì una sensazione di vuoto che era davvero vicina al paradiso. Poi gli occhi, maledetti!, caddero sui vestiti di suo marito sparpagliati a terra, e con un balzo si ritrovò a sistemare e piegare. Che squilibrata che sei! Metterti a rassettare tutta nuda! Se ti vedono i vicini chissà cosa pensano!, e si precipitò al cassetto della biancheria intima.
Un brivido lungo la schiena. Di nuovo finì schiacciata tra una fine e un inizio, la fine di una pace che non provava da anni (e che probabilmente non avrebbe provato per molto) e l’inizio del turno di sera (poco tempo ancora per fare due o tre cose e sarebbe dovuta ripartire sul suo motore sciamannato).
La consapevolezza di sé, dopo un mare di azioni meccaniche compiute come un robot, tornò nel momento in cui si ritrovò nuovamente ferma ad un semaforo rosso - erano le sei - accanto ad un’altra stagionale motorizzata che stava tornando sul luogo di lavoro. Si scrutarono per un attimo, come davanti allo specchio, l'una vedendo nell’altra la stessa faccia stanca, le stesse borse sotto gli occhi, lo stesso fazzoletto annodato sotto al mento per non prendere colpi d’aria, l'una annusando nell'altra la stessa infelicità, la stessa dannazione. Siamo fatte così noi donne, sempre lì a fare il nostro dovere, senza che nessuno ce lo chieda, disse ad alta voce, non volendo. L’altra annuì e sorrise. Sa cosa le dico signora? Una volta o l’altra me la svigno, prendo il mio motore e scappo!, fece quella e scoppiarono a ridere. Uno stuolo di strombazzamenti le investì da dietro, il verde. Arrivederci, dissero con un movimento del capo.
Si ritrovò immersa nel lavoro. Il turno serale lo preferiva, durava meno e i clienti erano più rilassati, e poi si avvicinava l’ora di rivedere il marito, i figli. Sempre che non fossero con gli amici, e il marito al bar… Sua cognata le dava una mano facendo da mangiare per tutti, anche per la sua famiglia. Si perdeva pranzi e cene dei suoi bambini, era un grande rammarico per lei, la madre di famiglia, quasi fu sul punto di lasciarsi scappare una lacrima sul luogo di lavoro, lì, mentre affettava il pane con gli occhi fissi davanti a sé. Ma si trattenne, in fin dei conti, anche quando c’era, a casa, non la degnavano di molte attenzioni. Sono nell’età critica, sempre fuori a fare i fatti loro… E mio marito è nell’età critica da una vita, quello è irrecuperabile, pensò sorridendo. Sbirciò in sala, guardò i clienti. Erano allegri, ridevano e ridevano. Cosa avranno tanto da ridere? Li studiò per qualche secondo, quasi a voler scoprire il segreto della loro felicità, come uno scienziato che osserva delle cavie in laboratorio...
Non scoprì nulla, come sempre.
Così passò anche quella sera, come sarebbero passate tutte le altre sere, e arrivò la mattina successiva, come sarebbero arrivate le altre mattine.
Come sarebbe trascorsa tutta la vita.
Questa è l’ultima stagione che faccio, voglio godermela anch’io questa dannata riviera prima che sia troppo vecchia. E non mi interesserà se mi daranno della poco di buono, non siamo mica bestie noi donne!, decise mentre tentava di mettere in moto quel ferro vecchio, sulla via del ritorno.
Partì, percorrendo il solito pezzetto di riviera (la mitica Riviera Romagnola!), stanca morta e trafelata.
Non lo farai mai, sarai di nuovo qui anche il prossimo anno, puoi giurarci.

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Un piccolo omaggio a tutte quelle donne che ogni anno, qui nella riviera Romagnola, sudano, faticano e rinunciano.

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