un Blog di Gabriele Cecchini


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lunedì 1 giugno 2015

La sarabanda di Arno J. Gould


Arno J. Gould cammina per una strada qualunque di Charlottetown. Conosce talmente bene le vie della sua città che nella mente sono un tutt’uno ormai. Passeggia per i viali alberati della periferia con i suoi occhiali scuri e il cappello in testa, lento, a ritmo di sarabanda. Pochi lo notano. Non è uno di quelli che fa tante piccole soste a parlare con i vicini, il massimo sforzo che concede al mondo è un palmo alzato che poi torna subito giù dentro l’altro, dietro la schiena.


Qui è sempre pomeriggio; un senso di eternità indolente, calda e immobile ricopre come una guaina le zone residenziali, non ci sono code, auto in fuga, chiacchiericci molesti. Anche Arno J. Gould è sempre calmo, fermo anche quando si muove.
A volte osserva le scie degli aerei nel cielo, si ferma e impassibile segue quei fili sottili (ma nemmeno troppo), a naso in su. Nessuno lo sa, ma quelle scie lo angustiano, gli rammentano le infinite possibilità che non ha colto - vivere una vita migliore, sposare una brava donna, avere dei figli; pensa alle scelte che non ha fatto, agli errori commessi... Allora riabbassa gli occhi, li punta diritti davanti a sé e riprende il suo viaggio.
La sarabanda di Arno J. Gould.
La pelle è arsa, scura, cammina cammina; l’anima è levigata, lieve, aspetta aspetta. Col tempo, Arno ha imparato a nascondere agli occhi del mondo intero la propria insicurezza – i segreti che ci portiamo in viaggio se si aspetta troppo finisce che nessuno li nota più, si accucciano dentro e lentamente mutano ogni cosa. Arno sente di essere nato avventuriero o guerriero, non l'insetto in stasi perpetua che è diventato. A volte pensa a quell'eroe come un antico ricordo schiacciato da forze sovrumane. Deve essere accaduto qualcosa.
Non ha mai saputo quale fosse la sua strada, ha trascorso la vita vagando senza direzione; dopo aver preso una strada, tornava immediatamente sui suoi passi e si chiedeva se avesse fatto la scelta giusta. Un passo avanti e cinque indietro.

L’altra notte ha fatto un sogno strano. È in un gigantesco teatro e si deve cambiare d’abito. Prende i calzoni, li indossa, ma si accorge che non sono suoi, se li toglie e li restituisce; poi si mette le scarpe, ma nemmeno quelle sono sue, toglie e mette di nuovo. Poi esce. Quando è già fuori, e sta andando da qualche parte, in avanti, d’improvviso si accorge di aver preso la borsa di qualcun altro lasciando il suo zaino dentro il teatro. Tenta di rientrare e rimediare, di nuovo, ma una donna delle pulizie gli dice che ormai le porte sono sbarrate e non può più tornare indietro.
È troppo tardi.
Si è svegliato con la bocca piena di amarezza, gli occhi impallinati di rabbia e le mani appiccicate che piangevano rimpianto.

Non si vive bene così, dice a se stesso quando ripensa agli “anni dell’attesa”, come li chiama lui. Non sono finiti, intendiamoci, ma a forza di aspettare qualcosa che sarebbe dovuto arrivare si è rassegnato a vivere nel bianco dell’apatia più pietrificata e pietrificante.

Oggi accadranno un sacco di cose, ma Arno J. Gould non lo sa ancora. Passeggia per la via distrattamente, come sempre.

Ha quarantaquattro anni, vive solo e non ha mai avuto una donna.


Entra nel solito caffè un po’ più tardi degli altri giorni. Non è un maniaco degli orari. Ovvio, ha passato la vita a non far niente. La sua unica occupazione è sempre stata quella di vagabondare a più non posso. Quando è stanco va a prendersi qualcosa al caffè. Vino, in genere. Al contrario, è ossessionato dai luoghi, quelli sì che lo incatenano. Non potrebbe mai andarsene da quell’isola, da Charlottetown.

«Buongiorno» fa la cameriera.
E' di origini italiane, qualche volta le ha rivolto un ciao o un buonasera. Niente più.
Arno ordina un bicchiere di vino bianco frizzante, adora le bollicine. Anna glielo porta e si sofferma un momento a guardarlo. Lui ha già abbassato lo sguardo.
«Come si chiama lei? Viene tutti i giorni qui e non so nemmeno come si chiama, voglio dire, così non va.»
«Arno.»
«Scusi?»
«Mi chiamo Arno. E lei?»
«Anna. Arno... che cosa bizzarra.»
«Trova?» fa lui un po’ risentito.
«No, voglio dire, non ho niente contro il nome in sé, anzi! Sa cos’è l’Arno?»
«Sarei io.»
«No, in Italia non sa cos’è l’Arno?»
«Non ne ho idea.»
«È un fiume magnifico.»
«Davvero?» mormora lui incuriosito.
«Scorre in Toscana, bagna anche Firenze. È da lì che vengo io. Dalla Toscana voglio dire, non proprio da Firenze, da Incisa in Val d’Arno.»
«È un bel posto?»
«Un paradiso. L’Italia è la terra degli dei» e guarda su, nell’olimpo.
«È tanto che non ci torna?» continua lui un po’ infastidito dalla banalità di quell’uscita.
«Almeno vent’anni. Chissà, magari un giorno ce la potrei portare a vedere il suo omonimo!»
«Già, chissà» commenta lui con quel modo involontariamente enigmatico che ha.
La donna si allontana per andare a servire due ragazzine.
Lui la guarda.
Avrà più o meno la sua età, altezza media, capelli biondo stinto, paglierino, il fisico leggermente arrotondato (da anni di vita sedentaria, pensa Arno), il seno grosso, i piedi minuti. Il viso... non riesce a definirlo. È un volto chiaro, aperto, orizzontale. Ha le guance spaziose, gli occhi grandi e la bocca piccola.
Non è male, pensa. Gli viene da sorridere, perché lui il cascamorto con le donne non l’ha mai fatto, e tantomeno ha mai fatto commenti volgari sulle donne assieme ai compagni durante una sbronza. Da quando i suoi genitori sono morti, Arno ha sempre vissuto da solo. Ecco, quella donna in viso ha qualcosa, un millimetro quadrato, un pezzetto, un’ombreggiatura che gli ricorda sua madre; non sa dire cosa sia di preciso, quella cosa gironzola per il suo ampio viso e si sposta continuamente quasi a non volersi fare acchiappare, riconoscere da lui.
Ma c’è e lo ammutolisce.
Lei dal bancone gli lancia un’occhiata distratta e sorride. Magari pensa a quant’è strana la vita, a farti incontrare un bel giorno un uomo che si chiama come il fiume che ti ha visto nascere, che è un segno del destino, che è ora che ritorni in Toscana...
Lui non ha mai viaggiato, si diceva. Nato e vissuto a Charlottetown. Suo padre era un costruttore, gli ha lasciato una fortuna in immobili. Essendo figlio unico ha potuto campare di rendita. Dicono così i suoi vicini: "Beato lui, campa di rendita!". Lui tanto beato non si sente, più che beato si sente imbalsamato.
Si alza dal suo tavolo vicino alla finestra e fa per andarsene, quando Anna lo avvicina.
«Non stavo scherzando. Non so lei cosa penserà di me, ma dicevo sul serio. Andiamo in Toscana?»
«Quando?»
«Io potrei partire anche dopodomani.»
«Ma non ci conosciamo. Potrei essere un maniaco omicida che la fa a fettine.»
«No, conosco le persone. Lei è un brav’uomo. Un po’ timido, chiuso, goffo, ma buono.»
Lui arrossisce e non sa che dire.
«Va bene. Dove abita?» sbotta poi all’improvviso.
«Qui dietro. Ha presente la Montgomery Road? Al numero 2.»
«Mi occupo io dei biglietti.»
«Perfetto! Poi mi dice quanto le devo.»
«Ma io non so nemmeno il suo cognome.»
«Quanti ma... lei non è un uomo di mondo vero? Mi chiamo Anna Marchi.»
«Arno J. Gould. Piacere.»

Le gambe di Arno vanno più veloci sulla via del ritorno. Una voce dentro lo guarda e lo deride, dice che è una follia partire con una sconosciuta che potrebbe essere una pazza o una delinquente, che è stato ridicolo a ripetere il proprio nome ben due volte, che non si prende e si parte così, senza motivo, che si deve vergognare...
«Quali impegni, diamine?» dice ad alta voce rompendo in un solo istante anni di tentennamenti, nubi pesanti di dubbi e paure.
Ecco cosa c’era dentro la borsa che aveva con sé: i timori e le insicurezze. Non gli appartengono, non è sua la borsa!
Le case color pastello lo guardano stranite, non l’hanno mai sentito alzare la voce o spezzare il loro incanto, la loro maledizione di mutismo e rassegnazione; i vialetti e le aiuole intonano un coro soave, liberatorio, quasi che aspettassero il "la" per attaccare. È il venticello delle cinque che spira dal canale.
All’improvviso Arno suda. Lui!, che non ha mai avuto la fronte madida durante le infinite ore di passeggio.
Mai.


Epilogo

Arno J. Gould è su un traghetto qualunque, sta navigando sull’Arno. Arno su Arno. È nel suo habitat naturale e non conosce nulla! La direzione che sta prendendo; la riva che li saluta dalla terraferma con un palmo alzato che poi torna subito giù, dentro l’altra riva; il fiume docile che si lascia cavalcare sul dorso; il cielo svuotato di almeno una scia – di una scelta che è stata fatta.
Finalmente.
Con i suoi occhiali scuri e il cappello in testa, Arno guarda Anna, che, seduta al suo fianco, si è addormentata buttando la testa di lato. Senza la divisa è molto più bella e ha scoperto che stare a guardarla ogni volta che può – senza risultare molesto – è il passatempo più piacevole che abbia mai avuto.
Sono le tre del pomeriggio e il sole brucia più forte che a Charlottetown, è il riverbero dell’acqua, forse. Suda, non ha più smesso. Negli ultimi giorni, esattamente otto da quando ha preso la decisione di partire per l’Italia, si sono susseguite scoperte, avventure e abbacinazioni che se si mette a contarle gli viene un capogiro.
Anna l’ha guidato lungo l’Arno: Empoli, Capannone, Capraia, Samminiatello, Camaioni, Brucianesi, Lastra a Signa... si è scritto tutte le località. Ancora devono visitare Firenze per poi proseguire fino al paese natale di Anna, Incisa in Val D’Arno.
Sorride, lo fa spesso. Si sente un uomo ridicolo, patetico, a godere della meraviglia, del bruciore dell’anima solo così tardi negli anni. Ma solo a tratti torna fuori quella voce, per fortuna. Il resto del tempo si lascia andare, cullare, e il suono di quella lingua che non conosce gli s’infila sottopelle, lo domina. E i paesaggi, le colline, certi riflessi delle acque... gironzolano per la mente e si spostano continuamente quasi a non volersi fare acchiappare, riconoscere da lui. Quasi che li avesse già visti davvero... Quasi che Arno J. Gould, quarantaquattro anni, una vita solitaria, distratta, sia nato davvero sull’Arno e lì sia dovuto tornare per ritrovare qualcosa... o dimenticare qualcos’altro.

Si chiede che differenza ci sia tra prima e dopo, in fondo non è sempre la stessa la vita che viviamo? Non è un continuo attendere un giorno, un’ora, un minuto che ci porti qualcosa di inaspettato? Ah l’attesa... il suo cruccio. Anche ora è dilaniato dai dubbi, dall’attesa?
Si guarda attorno e la risposta è lì, tra i flutti indomiti e furenti, tra le pietre levigate e le correnti.
Chiude gli occhi.

Il suo zaino è là sotto, in mezzo alle sedimentazioni, appollaiato sui sassi levigati. Lo segue, a distanza.

Anna si sveglia e lo guarda a sua volta.


«Grazie» sussurra mentre infila una mano nelle sue, beata.



Gabriele Cecchini


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