un Blog di Gabriele Cecchini


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giovedì 25 giugno 2015

Forse no


Cos’è per te la noia, vediamo…quella che ti sta strozzando la gola adesso? Sì, sarebbe perfetta come definizione di noia. Ma andiamo nel dettaglio! Sentire tuo padre che continua a fare i suoi movimenti striscianti in una stanza, tua madre che dorme tinca come uno stoccafisso nell’altra, tuo fratello, che sarei io, che sta per tornare per poi andarsene immediatamente dopo (del resto il decerebrato ci sta poco in casa). Tu che stai lì a scrivere al computer e ti fai schifo. Anche se cerchi di assumere la posizione dell’intellettuale, critico e cinico dalla sensibilità fuori dalla norma, che dall’alto del suo piedistallo vede tutto, pretende di non assomigliare a quei bastoni che l'hanno cresciuto (o ci hanno cresciuto) e si sente estraneo a loro fin dalla nascita, in fondo sei come loro.

Sei​ loro. Siamo loro.


Restare: è questa la tua definitiva sconfitta. La diversità che difendi si basa sui pensieri, ma guardati. Le parole, i gesti, gli sguardi, le mani – in una sola parola l’eredità – dominano dall’alto della loro roccaforte e ti fanno sentire miseramente e paurosamente simile a loro. Quando sei a tavola, e ti accorgi che di fronte a te, al posto di tua madre, potrebbe esserci uno specchio e l’immagine sarebbe la stessa: stesso sguardo spaurito, stessi scatti, stessi occhi persi in chissà quale niente. Quando siete in macchina, e ti gratti alla stessa maniera di tuo padre, lo specchietto retrovisore non mente: tu o lui è lo stesso. Quando ti addormenti alla televisione e apri la bocca come la mamma o quando russi facendo lo stesso fischio bestiale del babbo. Non si costruisce niente solo coi pensieri, serve guardare e considerare anche il corpo. Questo vale anche per me, è evidente, ma lo dico a te perché sei tu che hai sempre rifiutato le radici dalle quali siamo nati. Sai cosa ti dico? In fondo, caro fratello, sono radici né meglio né peggio​ di tante altre. Ma quelli come te la gratitudine non la conoscono, pensano solo alle ferite e ai soprusi subiti. Chissà se riuscirai a vedere anche un minuscolo spiraglio​ di luce colorata, forse no.

Magari un giorno scoprirai che sono un po' più di niente. Ti osservo mentre passo silenzioso e assente, quando butto un occhio oltre le tue spalle girate e oltre la gabbia che ti circonda e vedo più di quello che tu ti possa aspettare da un fratello distratto e pigro come me. L’impressione è questa: che io sia solo di passaggio e tu quello fisso, tu che sopporti i fardelli di due vecchi genitori senza nome e speranza, e io che fuggo appena posso. Che io non capisca niente di niente. Prima o poi ti sorprenderò con un’uscita degna di un'arguzia che arroghi solo a te e a nessun altro. Ma ti capisco, forse ti dirò proprio questo. Ti dirò: Ho compreso perché vuoi distinguerti, vuoi a tutti i costi dimostrarti diverso. Ti guarderò dritto negli occhi, ti costringerò a non abbassarli. Adesso dimmi realmente come sei, griderò alla tua faccia attonita.
Chissà se mi risponderai, forse no.
Chissà se leggerai mai questi pensieri scritti sul retro del vecchio libro di ricette di mamma, forse no. ​

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