un Blog di Gabriele Cecchini


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giovedì 4 giugno 2015

Allegro impetuoso con stravaganza


Ristorante sul fiume, esterno notte.
I Barogi erano seduti al tavolo migliore, uno di fronte all'altra, accanto agli Strepponi, anche loro una di fronte all'altro; donne e uomini dalla stessa parte, come sempre. I ricchi e gli arricchiti, gli artisti, i politici brulicavano senza sosta mettendo in scena lo spettacolo più prevedibile, triviale e noioso per chi guarda e allo stesso tempo più peccaminoso, allegro e folle per chi lo mette in scena: il desinare. La terrazza pareva una vecchia bomboniera a forma di gabbia di metallo arrugginito piena di omini e donnine di metallo anch'essi che ondeggiavano per effetto di una mano dispettosa. Era lui che li muoveva, il fiume, che correndo più giù, nel suo letto, di tanto in tanto sbatteva la sua sinuosa coda contro le rive come un gigantesco luccio d'argento che si agita nella notte. E chissà, forse qualcuno l'avrebbe sentito il suo canto.
La sera si stava congedando dagli ospiti in punta di piedi sulle sue scarpette d'avorio facendo l'inchino (c'erano ospiti importanti, che diamine!), mentre la notte, che aveva azionato i suoi campanelli, era già sull'uscio – il cielo – e bussava incessantemente. Le luci dentro i palazzi occhieggiavano timide, sonnecchianti com'erano dopo una giornata intera di riposo. Le acque dominavano il tempo piegandolo al loro tremolio incostante, sostituivano i minuti con un ritmo strascicato simile alla pavane. Note amaranto appena nate in una sala da concerto poco lontana non volevano morire, e continuavano ad aggrapparsi all'ossigeno, al vento leggero, mutando lo spazio in un mosaico di cristalli colorati che si incastravano a metà tra un mondo e l'altro. E il tutto assomigliava all'arte che si vede appesa nei musei, ai chiaroscuri dei romanzi ottocenteschi, alle poesie declamate in un chiostro minuscolo in fondo alle città. Eppure sulla tela, in mezzo alla folla, un occhio attentissimo avrebbe scorto uno o due dettagli che non quadravano.
«Non c'è aria» fece Moira Barogi abbassando lo sguardo sul colletto del suo vestito rosso scuro. Chissà perché si era convinta che il sudore andasse a imbrigliarsi sugli abiti, e l'idea che qualcuno potesse notare gli aloni o le goccioline che correvano all'impazzata sul collo e sulla fronte le procurava un'angoscia del diavolo. Odiava quel vestito, non era il suo genere. Avrebbe voluto essere una di quelle donne sprezzanti e fiere, piene di amor proprio e sfacciataggine; invece, nonostante una bellezza rigogliosa e innegabile, si sentiva niente e abbassava lo sguardo quando la osservavano. La sua compare Annetta Strepponi, al contrario, benché ostentasse un cattivo gusto e una volgarità innegabili anch'essi, piena com'era di fronzoli fuori e dentro di sé, si sentiva una dea e come tale esigeva di essere trattata. Ci vorrebbe il carattere di una e l'aspetto dell'altra, pensò. Sorrise. Corse il rischio di scoppiare a ridere senza ritegno: Annetta agitava il suo ventaglio nero come un'ossessa. Anche lei è nervosa, eccome se lo è, pensò Moira.
«Infatti. C'è troppa gente qui» rispose quella quasi colpendosi il naso prominente con una ventagliata.
I mariti si godevano lo spettacolo del fiume (e delle mogli) discutendo del più e del meno, lasciando sospesi nell'aria frasi a metà, sospiri e ritornelli come sono soliti fare gli uomini. Sono più bravi a mascherare il terrore per natura.
«Stai bevendo un po' troppo, non vorrai mandare tutto a puttane» fece Lorenzo, il marito di Moira rivolto alla moglie.
«Hai ragione» rispose distratta quella.
Era vero, sentiva un piccolo nucleo di letizia che andava schiudendosi in lei mano a mano che trangugiava un bicchiere di vino dopo l'altro; non sapeva se nell'animo o nella mente, fatto sta che sentiva una membrana collosa liquefarsi, come un fascio di catene, serpenti e artifizi mollare la presa sul suo essere. Era la paura. D'un tratto si accorse che non pensava più al sudore, allo sguardo degli altri, al piano. Divino.
Il gruppetto attendeva qualcosa, non vi era dubbio; però quell'attesa indolente li saziava, se l'erano cucita addosso, tanto che c'era qualcuno che non lo diceva, ma aveva voglia di fare di testa sua. No, non era Moira coi suoi ardori, Lorenzo col suo sguardo imbronciato e nemmeno Annetta con le sue caldane; era il quarto elemento: Giorgio, l'altro marito. Si era gustato l'antipasto di pesce e i tagliolini, l'atmosfera, il basso continuo delle acque, la sera chiara che andava morendo... ma ora non ne poteva più. Ma il fato decise per lui. Come quando stai per fuggire da un appuntamento importante, ma poi un attimo prima di andartene arriva la persona che stai aspettando e ormai è troppo tardi per cambiare il corso degli eventi, lui arrivò e Giorgio capì che non c'era più tempo per ritirare gli ormeggi.
«Eccolo» disse Annetta tra i denti.
Vladimir Horowitz il grande pianista fece il suo ingresso sulla terrazza e i soldatini lo accolsero con una standing ovation e un lungo, vigoroso applauso. Aveva finito di suonare da un'ora o poco più. Infatti la terrazza si era riempita più o meno verso le dieci. Erano stati tutti al concerto. A parte loro quattro, che non erano riusciti a comprare i biglietti. Per colpa dei porci mafiosi, aveva scritto Lorenzo a Giorgio in una lettera.
Il pianista allargò le mani e annuì con la testa, poi si sedette (ma non attaccò a suonare alcunché). Aveva ottantadue anni e ancora suonava come un Dio. Quella sera il programma comprendeva gli Studi op. 42 di Skrjabin, le Soirées de Vienne n. 6 e 7 di Liszt - Schubert, la Sonata op. 101 di Beethoven, la Kreisleriana di Schumann. Era stato un successo oltre ogni aspettativa; nessuno immaginava un ritorno così folgorante dopo due lunghi anni di pausa (si dice perché bevesse) e a quell'età. Non si era risparmiato: aveva fatto cinque bis, prima di ritirarsi coi segni di una evidente stanchezza sul viso e sulle gambe traballanti.
Il maestro era al tavolo con altre tre persone: un uomo che doveva essere l'assistente più due donne non meglio identificate (se si eccettua il cappello di piume di una e i seni prosperosi dell'altra).
«Non avremo più occasioni per sentirlo dal vivo, e tantomeno Bruno» sbottò Lorenzo rimettendosi a sedere.
«Questo è certo» concordò Giorgio.
«Come la Melato, non sono riuscita a comprare i biglietti per quell'ultimo spettacolo da Ibsen» commentò affranta Moira.
«Ordina un'altra bottiglia, se no che stiamo a fare qui?» gracchiò Annetta.
Il fiume prese a scuotersi più in fretta, forse come per applaudire anche lui all'artista o perché aveva visto il futuro, chissà. Qualcuno lo udì.
«Sst! Silenzio» gridò Moira facendo girare le persone degli altri tavoli.
«Che ti prende, scimunita?»
«Il fiume mi sta parlando.»
«Cosa? Ci mancava anche questa. Si è ammattita» fece Lorenzo.
«Sst, ho detto! Ha detto che stiamo sbagliando tutto, che il Signor Pianista è un uomo buono, che ama la musica e la gente come noi.»
«Non eri di questo parere dopo aver visto Bruno piangere perché non siamo riusciti a comprare i biglietti. La gente povera come noi la vogliono fare crepare.»
«Lo so, ma la musica è la madre di tutti, ci saranno altre occasioni, mi dice il fiume. Guardatevi, guardiamoci. Ci siamo fatti prestare questi vestiti balordi, abbiamo speso i nostri soldi per questo cibo sciapo... siamo gente perbene, cosa ci è preso? Lorenzo, guardati, fai paura. Tu, Annetta, sembri una vecchia con quel vestito...»
«Benissimo, non possiamo contare su di lei» constatò Annetta provando a sventolare un po' il suo ventaglio sul viso dell'amica.
«Andiamo avanti noi. Siamo decisi, no?»
«Sì» fece il coro dei banditi.
«Lo spirito del fiume, il grosso luccio d'argento, dice che siamo dei mostri.»
«Tu resta con lei, facciamo tutto noi.»

Era passata un'ora e lo scenario era decisamente cambiato. Le luci, i campanelli, le note nell'aria... tutto finito. Solo l'acqua continuava a dare il tempo con il suo scorrere incessante. Cinque persone camminavano senza parlare formando un aquilone che avanzava lento nel buio annerito del lungofiume. Uno avanti, due dietro e la quarta e la quinta a chiudere la coda. Come sempre: uomini davanti e donne dietro. La prima e la seconda fila erano unite dalla canna di un fucile.
«Non va bene. Non si fa. Guarda che meraviglia il fiume» bisbigliava Moira, l'ultima.
«Statti zitta, eravamo d'accordo. Lo uccideremo» rispose Annetta, la penultima.
«Come ho fatto a sposarti?» chiese a se stessa Moira.
L'anziano pianista camminava a fatica in mezzo alle sterpaglie e inciampava continuamente, mentre piangeva. Ormai taceva, si era rassegnato. Il tentativo di salvarsi con le parole era già venuto e non aveva riscosso alcun successo.
«Cosa ho fatto?» aveva chiesto.
«Ha dato la maggior parte dei biglietti ai mafiosi.»
«Chi sarebbero i mafiosi?» chiese quello nel suo italiano zoppicante ma corretto.
«Quelli che allontanano l'arte dalla gente come noi, dal popolo. I politici, i potenti, gli imprenditori, i ruffiani. Non ci sono biglietti per i poveri diavoli.»
«Io non so niente...»
«Nostro figlio voleva sentirla suonare più di ogni cosa al mondo, va a scuola di piano, sa?» fece Lorenzo.
«Io voglio incontrare il vostro piccolo, se volete» supplicò il vecchio in preda a un eccesso di volontà mentre tentava senza riuscirci di pulirsi il naso con il cappotto. Aveva le sue benedette mani legate dietro la schiena.
«Troppo tardi» chiosò Giorgio spingendo il fucile più forte sulla schiena del vecchio.
«Mi resta poco da vivere, lasciatemi andare.»
«Lasciamolo andare, poveretto, non sentite come ansima? Morirà di crepacuore. Lo spirito del fiume ci punirà...» supplicò Moira, in lacrime anche lei.
«Taci» sbuffò Annetta schiaffeggiandola.
Arrivati in un punto in cui non c'era più nessun rumore, la città era lontana e i suoi occhi, le sue orecchie pure, si fermarono.
«Ci siamo» sentenziò Giorgio a mo' di prematuro epitaffio.
«No!» gridò con tutte le sue forze Moira scagliandosi addosso a Giorgio.
Prese il fucile e sparò tre volte.


Il vecchio e la pazza camminavano l'uno accanto all'altro, lungo le rive del fiume, lentamente.
«Perché mi ha salvato?»
«Ho parlato col fiume.»
Silenzio.
«E poi lei assomiglia a mio padre.»
«Come si chiama il fiume?»
«Non ricordo, signore, la testa non risponde.»
«Queste acque mi ricordano l'attacco della Sonata n. 5 di Skrjabin. La inciderò e gliela dedicherò.»
«Grazie. Cosa c'è scritto all'inizio?»
«"Allegro. Impetuoso. Con stravaganza".»


«Allora la dedichi al fiume.»

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