un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

giovedì 30 aprile 2015

Janis



un viaggio (immaginario) a Monterey - 1967


Saltò fuori da quel palco come una tigre e dopo tre forse quattro canzoni con un salto se ne andò. Doveva essere caldo a Monterey quell'estate, non ricordo con esattezza - sono passati ben quarantasette anni. Portava un completo di maglia verdognolo, sembrava una provinciale alla prima uscita in società con quei capelli lisci ma crespi sulle spalle. Non si doma una bestia selvaggia. Hanno detto di tutto di lei: infelice, beona, piena di acne, adolescenza orribile, rissosa, brutta, faceva l'amore sul palco, i musicisti non erano alla sua altezza... tutte stronzate.


Io l'ho vista ed era bellissima, ma non deve fregare un cazzo a nessuno di com'era, perché Santo Dio, se c'era una cosa di cui si sarebbe dovuto parlare prima e dopo la sua sventurata morte era il suo modo di cantare, di come teneva il palco, catturava l'attenzione... si mangiava il pubblico. Non potevi distrarti quando c'era lei. Una vendetta bella e buona nei confronti di chi non l'aveva amata o ascoltata. Adesso ascoltate me e solo me, bastardi. Ma eccomi di nuovo a questo tentativo balordo di interpretare e parlare a vanvera su Janis: non voglio farlo. Voglio parlare solo della sua musica. Perché la merda che le hanno buttato addosso non l'ha certo aiutata. Oh se decidono di farti a pezzetti ci riescono, potete starne certi. Fottuti imbecilli.
Se ora la musica è arrivata dov'è arrivata, cioè allo schifo più totale, è perché a nessuno frega della musica in sé. Interessano le tette e i culi, i lustrini, apparire perfetti in quei video tremendi e quelle odiose macchine elettroniche che con gli strumenti musicali veri non hanno niente a che fare. Non l'avete ascoltata Janis, no, l'avete buttata giù nel cesso e avete tirato l'acqua, la musica è morta. Ve lo dice un alcolista ex-eroinomane che, un tempo, credeva nella gente e nella possibilità di cambiare il mondo. Oggi il cappello da cowboy non lo metto più, l'ho appeso nel salotto della mia roulotte. Certe sere quando mi bevo una birra, non la prima è chiaro, guardo quel cappello e vorrei lanciarlo lontano. Assieme all'acido viene su per lo stomaco una stramaledetta malinconia per i tempi andati, per gli amici. Non si cambia un cazzo.
La tigre attaccò e immobilizzò tutti, me compreso, che avevo comprato il biglietto non certo per vedere lei. Poi ringraziai i santi del paradiso e la mia impulsività che per una volta aveva portato dei frutti. Poche file più avanti c'era Mama Cass che restò paralizzata pure lei a bocca aperta come un'ebete. Uno squarcio mi si aprì nel ventre e mi catapultò chissà dove. Seduto in mezzo alle praterie del Kansas, dentro un camion sudato a guadagnarmi da vivere lungo le infinite Highways, a vivere la mia prima sbronza colossale con gli amici. Il suono e la luce, il tempo e lo spazio collassarono su se stessi cedendole un posto immaginario solo suo che nessuno si era guadagnato prima. Assomigliava al rumore delle ruote sull'asfalto, al raglio di una donna stanca morta di essere presa per i fondelli dagli uomini, al dolore incessante dei popoli sfruttati... Rabbia, sofferenza, richiesta d'aiuto: tutto mischiato in quella voce roca, imperfetta e maschile. Sì, nessuna donna aveva mai gridato in quel modo i propri sentimenti, in modo così diretto e moderno, come solo gli uomini erano autorizzati a fare. Non come quella scema di Mama Cass che cantava le sue lagne. Dream a little dream of me. Say "Night-ie night" and kiss me... Janis le avrebbe spaccato una bottiglia di Southern Comfort (rigorosamente vuota) in testa, altro che dammi la buona notte e baciami. Comunque anche lei era in visibilio.
Quei cialtroni che erano con lei sul palco, Big Brother & The Holding Company, la accompagnavano in modo mediocre, ma forse questo le permise di raggiungere livelli ancora più alti. E poi la musica era diversa, allora. C'erano i suoni distorti, c'era la voglia di esprimere qualcosa che andava al di là degli accordi e delle note. Janis era questo: utilizzava la musica per dare uno scossone al mondo. Non ne nascono più, purtroppo.
La costrinsero a cantare ancora nei giorni successivi. Grazie a Dio avevo preso il biglietto dell'autobus per tornare a casa il giorno successivo alla seconda esibizione. La vidi tutte e due le volte.
Poi la sentii cantare tante altre volte in giro per gli Stati Uniti, ma quella volta al Monterey Pop Festival fu un vero spasso. La prima volta è speciale, no? Pensai a lei per due, tre settimane dopo essere tornato a casa. Mi facevo la mia ragazza di allora (non ricordo nemmeno il suo nome) e pensavo a lei. A Janis! Che forza quella ragazza texana.


Ora me ne torno nella mia roulotte a mangiare. Carne in scatola e una birra. Vi ringrazio per avermi chiesto di raccontare questa storia. In fondo, trovatemi un uomo cui non piaccia raccontare le sue vecchie storie. Trovatemelo!

Nessun commento:

Posta un commento