un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

venerdì 27 febbraio 2015

Mezzo centesimo arrugginito



Venti milioni. Venti sudici, fottuti milioni. Ecco cosa c’è sul mio conto corrente da stamattina. Cosa me ne farò? Ho ottanta sudici, fottuti anni. Ecco cosa c’è sul mio cammino morente.


Non viaggerò, questo è chiaro.
Non mi piace viaggiare, non mi è mai piaciuto, non è che mi sono spenta con gli anni. Ciò che ho chiesto alla vita, e l’ho avuto per Dio, eccome se l’ho avuto!, è stato un angolino tranquillo nel quale potermi rintanare a osservare il mondo e le sue beffe.
Quella di stamattina, anzi di questi ultimi cinque giorni, è la più assurda. Vincere venti milioni di dollari. Cosa ci farò? Il fuoco per il camino. Alla fine li donerò, in fondo sono sempre stata una brava cristiana, una tipa dura ma di cuore. Una donna cui la vita stessa ha insegnato a vivere. Né madre né padre l’hanno fatto, no. La vita.

Ma ora almeno un po’ ne dovrò spendere. Chi lo sa come si fa? È così: non vieni preparato a nulla veramente, ogni cosa ti cade addosso all’improvviso e tu passi il tuo tempo a non sentirti mai pronto per ciò che ti accade. Forse solo per me è così. Ma chi parlando di sé non ha la pretesa - la tentazione? - di parlare per tutto il mondo?

Guarda quella vecchia quercia com’é invecchiata bene, là sotto quei rami sono diventata donna e qua sotto questi mattoni ho smesso di esserlo per un po’. Da persona a oggetto: un viaggio terribile che non raccomando a nessuno. Oh per poco o molto non conta. Quando ti trattano come una sedia, una credenza o un cotechino non importa se è per un minuto o per cinquant’anni. Te lo porti dentro quel malumore, quel lerciume che marcisce e non si sa cosa diventa. Quando poi mio marito è morto e l’occasione per una nuova fioritura è arrivata, per tornare ad essere persona, donna, mi sono sentita persa, furiosa, disorientata. Difficile tornare indietro da quel viaggio.

Venti milioni, puah! Farò la signora, è stato il primo pensiero. Mi farò adulare come una baldracca, un bel toy boy, una garçonnière e via! ​Cataste di cellulari e apparecchiature elettroniche che non userò mai, un attico a New York e una villa in Toscana o sul lago di Como che va tanto di moda, punture dappertutto per far credere agli altri che sono più giovane... Giovane, che idiozia. Comprarmi case, gioielli, macchine… che me ne faccio ormai? Sono vecchia, sola, irritata. Il mio corpo è pieno di ferite… Non ho niente o nessuno a cui chiedere conforto, a cui rivolgermi. Potrei mettermi nuda, ricoprirmi di soldi e fare le facce idiote mentre mi fotografo con l’autoscatto. Che bello spettacolo sarebbe!
Si scherzava, come un tempo con gli amici. Bei tempi, tutto sommato.
Anche se, a dire il vero, di magoni ne ho dovuti mandare giù. Per farli sentire vivi, visto che avevo questo dono di saper vivificare i morti, dovevo pure pagare un prezzo. Ridicolo.

Farò così. Aspetterò la morte con grazia e dignità. E chi arriverà per restarmi accanto o passerà da queste parti, riceverà in dono la mia riconoscenza.
Non i soldi. Non i fottuti, sudici milioni.
Quelli sporcano tutto, compromettono relazioni, matrimoni, fiducia… Non farò l’errore di ricompensare l’amore con il sudiciume, coi soldi. Mio marito l’ha sempre fatto. Non vali nemmeno mezzo centesimo, mi diceva. Sempre a misurare tutto col valore dei soldi…
Non dirò che sono ricca, altrimenti cosa mi darebbero di autentico? Un fico secco.
Quando se ne andranno, se se ne andranno, solo allora donerò loro dei soldi. Ma li metterò in guardia: Il dono più importante l’avete già avuto: il mio affetto e la mia compagnia, ed io ho avuto il vostro.

Verrà poi qualcuno? Speriamo, speriamo. Intanto continuo a scrivere.

Che bei colori il giardino, è una vera meraviglia. E la sera, dietro a cantare i suoi cori eterni, implacabili… Chissà cosa c’è ancora più indietro, e giù, sotto di me, e su verso le galassie… Cosa sono io a confronto? Niente, non sono niente! E i venti milioni… figuriamoci! Nulla, non sono nulla.


Mezzo centesimo forse. Sì, sono mezzo centesimo arrugginito! Ah, che ridere!

mercoledì 18 febbraio 2015

Erika Kohut e Rita Riboldi, due donne a confronto




Il 23/02/2015 al cinema Settebello di Rimini in occasione della proiezione de La pianista di Haneke ho eseguito al piano dei brani tratti dal film e altri. 
Un sogno che si realizza: cinema, letteratura e musica che si fondono in un'unica serata.

Perché c'è un legame tra questi due personaggi? 


"La caduta" ha molto in comune con "La pianista", non ci sono equivoci. Il film di Michael Haneke prima, il romanzo di Elfriede Jelinek dopo hanno lasciato un segno profondo in me. La folgorazione per certi minuscoli acquari domestici dove la poca acqua che c'è è stagnante e non bene ossigenata, la voglia di raccontare l'immobilità di una donna imbrigliata "nell'ambra come un insetto" (cit. La pianista), la curiosità di entrare dentro una donna poco evidente, quasi anonima per darle voce, ancora: il desiderio di distruggere la leggerezza che troppo spesso viene usata nel descrivere il cambiamento (soprattutto in certi messaggi appartenenti al mondo femminile): questi gli spunti che mi hanno spinto a interessarmi a questa storia. E benché i modelli, gli stilemi culturali e la formazione miei e della Jelinek siano molto distanti (fatta eccezione per l'incontro/scontro con la musica classica), sicuramente quel mondo viennese austero, glaciale e quella donna asettica, mezza tramortita che è Erika Kohut appartengono allo stesso universo di significati di Rita Riboldi.

Le mutilazioni che si infligge Erika sono fisiche, quelle di Rita (forse) solo mentali. Ma pesa su entrambe queste figure femminili una sorta di supplizio eterno, una stagnazione dei destini e delle possibilità che addolora, porta a chiedersi perché non facciano nulla per andarsene, per rinascere. Erika e Rita vivono in casa con le rispettive madri, non hanno vere amicizie e vivono in apparenza solo per il lavoro, il dovere... C'è qualcosa però che accade ad entrambe: Erika si imbatte in questo studente morbosamente interessato a lei, alla sua sfera privata, Rita cade. Tutti e due questi colpi di scena in queste vite deserte scatenano un pandemonio di sensazioni e tumulti dell'animo che svelano in realtà il tema più profondo di tutte e due le opere: il desiderio. Dov'è andato a finire il desiderio castrato di queste due donne? Ci sarà una possibilità remota di ritrovarlo? E' interessante, a mio avviso, discutere di queste due donne per capire, in fondo, l'immobilità di certe nostre certezze, abitudini per combatterle (forse!).