un Blog di Gabriele Cecchini


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mercoledì 14 gennaio 2015

Il germoglio del bene


Elizabeth Lind è una donna che sa il fatto suo, cari miei. Non si può dimenticare la sua torta ai mirtilli e zenzero caramellato, le orchidee del suo giardino che fioriscono anno dopo anno più fedeli di un marito come si deve, il suo sorriso immacolato quando saluta qualcuno. Ha le fattezze di una creatura d’altri tempi e un po’ lo è anche nello spirito. Ha paura di offendere il prossimo con aggettivi troppo netti, così utilizza sempre tonalità indefinite, gentili che riescono a conquistare anche un sordomuto. Abbassa lo sguardo quando l'aria si fa troppo calda per lei, che cosa antica e meravigliosa abbassare lo sguardo - non lo fa più nessuno. Si sentono tutti padroni del mondo.
Qui ci troviamo nella nostra casa e questa storia inizia proprio davanti ad una casa, quella casa. Elizabeth se ne sta sempre lì a sistemare il giardino con le sue scarpe basse da first lady in libera uscita nella tenuta di campagna di famiglia, i boccoli armoniosamente acconciati sugli angoli delle guance e i suoi occhi blu cobalto che a volte si confondono con la notte. E badate bene! Non sono artificiali quei boccoli, nessuno ci crede, ma è così. Io l'ho vista nascere e non è mai cambiata, posso garantire per lei.
Per chi non la conoscesse, la casa di cui vi parlo è una casetta rosa, quadrata circondata su tutti i lati da portici illuminati che giace su un piccolo monticello di terra come una ciliegina su un piccolo dolce a punta di quelli che si trovano nei vassoi di paste che in genere porta l'ospite ai pranzi domenicali. Un vero gioiello, dice lei.
In fondo, strana la vita, non c’è tanta differenza tra quei dolci ed Elizabeth.
Prima o poi arriva qualcuno che ti divora.

Per Elizabeth quel momento è arrivato troppo presto, e sono qui a raccontarvi la sua storia proprio perché possa servirvi da esempio, cari amici. Mi trovo qui su questo pulpito per educarvi al meglio. La storia di questa donna, in fondo, può insegnarci molto. Una sorta di parabola.
Un giorno dunque Betty stava concimando le belle di notte nei vasi sul lato destro della casa. Concime liquido, è chiaro. Vanno concimate quando sono in fiore, non è magnifico?, era solita dire. Erano le tre del pomeriggio e iniziava a salire da chissà quale remoto luogo un caldo insopportabile. Allora la nostra beniamina prese e si rifugiò in casa per bere un tè ghiacciato. Come uscì, le vide e si spaventò non poco.
Si paravano davanti a lei tre ragazze alte quasi il doppio di lei - che come sapete è una donna minuta. Queste tre donne erano magre, altere, dotate di una perfezione che Betty mai aveva visto prima di allora. I vestiti alla moda che indossavano, se paragonati al vecchio abito da lavoro di Betty, avrebbero anche potuto appartenere ad un'epoca differente, più in là nel percorso dell'umanità. La nostra concittadina mai aveva visto abiti di quelle fattezze e colori. Il verde brillante della camicia di una con dei riflessi cristallini accecava gli occhi ricoprendoli di insulsi artifizi, il rosso prepotente della gonna dell'altra ricordava certi antichi peccati di gioventù e infine il nero lucente che impregnava la giacca della terza dava l'idea che troppe cose si fossero perdute chissà dove. Due delle tre fumavano e con la mano libera sorreggevano il gomito opposto, e la guardavano. La terza, quella che non fumava, aveva i capelli biondi dai riflessi ramati e scrutava Betty come si fa coi quadri nei musei o davanti ai monumenti; quella, poveretta, quasi indietreggiava sotto i fari di tanta bellezza ed estraneità. Chiaro che si sentiva a disagio - non le aveva mai viste - ma c'era qualcosa in loro che la faceva rabbrividire, un millimetro di quelle tre la spogliava di un certo ottimismo che l'aveva sempre caratterizzata e sentiva come un piccolissimo foro che da dentro pulsava e si ingrandiva dandole un fastidio del diavolo.
Se ne stavano lì, nel suo bel giardino, tra le belle di notte e i ciclamini formando un triangolo per nulla rassicurante.
«Buongiorno ragazze, posso aiutarvi?» disse la nostra Betty con fare timoroso.
«C'è sua figlia?» disse la non fumatrice.
«Mia figlia? Io non ho figlie» rispose la padrona di casa.
«Non ha figlie?» rispose quella come se Betty le avesse appena detto che era solita riempire di terra i panini del pranzo della parrocchia.
«No.»
«Un marito del cazzo ce l'avrà» sbottava una delle altre due.
«Quelle come lei ce l'hanno sempre un maritino» sghignazzò la terza, la mora.
«Non mi sembra il modo di rivolgersi a una sconosciuta, e in più nella mia proprietà.»
«Oh sentila! Ce l'hai il telefono almeno? O non hai nemmeno quello? Vedi che ci si è rotta la macchina?»
«Che modi barbari, ragazze mie. Nessuno in vita mia mi ha mai trattato in questo modo.»
«E allora? Sai che m'importa? Ce l'hai il telefono o no?»
«Sì, seguitemi.»
Mentre apriva la fila, Betty ebbe l'impressione come di averle già sentite quelle voci, tanti anni prima. Forse è solo uno stupido abbaglio, pensò.
Le tre stangone la seguirono in casa e si accomodarono in salotto. Due si sedettero sul divano, accavallando le gambe lunghe e sinuose, ma magre troppo magre. La terza, la mora, si accomodò sulla poltrona che guardava verso il lago, la preferita di Betty nelle lunghe notti della sua solitudine. Non è facile per una donna sola riuscire a fare mattina senza qualcosa (o qualcuno) di brutto che ti venga a trovare. Come se non bastasse, quella era la poltrona su cui era solito sedersi suo marito tanti anni prima, prima che la lasciasse. Betty assistette allo spettacolo come una bambina terrorizzata al suo primo film horror al buio con gli amici - non sapeva che fare, si sentiva terribilmente sola. Non puoi far vedere agli altri la tua paura, sei costretto a continuare a guardare.
«Non ci offri da bere? Che padrona di casa sei? Stai lì come una mummia.»
«Cosa posso offrirvi?» chiese lei, punta sul vivo.
«Dacci qualcosa di forte.»
«Di alcolico? Non tengo alcolici», un rivoletto di sudore.
«Buona questa! Hai proprio l'aria di una povera alcolizzata. Non ce la beviamo.»
«Ragazzina, ora basta. Andatevene! Fuori!» gridò Betty mentre un rossore insolito prese a salire dal petto verso il viso.
«No, staremo ancora un po'. Capito, Norma? Ecco perché si è incazzata. È stata un'alcolizzata. Questa è la reazione di chi ha smesso.»
Elizabeth Lind, che per pochi anni era stata Elizabeth Moore, si abbandonò su una sedia, era in stato di shock.
«Fate pure, quello è il mobiletto del bar» bisbigliò abbassando lo sguardo.
Era vero. Suo marito l'aveva lasciata proprio per colpa dell'alcol. E sua figlia Tessa, Dio se le mancava... era solo colpa sua se non c'era più. Lo sapete cosa le è accaduto, no?
Insomma, queste tre streghe si insediarono a casa sua.

Ogni pomeriggio, mentre lei concimava o annaffiava i fiori, quelle tre venivano e le facevano compagnia per qualche ora. Lei non ce le voleva in casa, poveretta, ma poi cominciò ad abituarsi alla loro presenza. Prese ad aspettarle con impazienza, un giorno dopo l'altro.

Un mese fa circa l'ho incontrata in città. Le ho chiesto come mai non viene più alle funzioni o agli incontri qui in parrocchia. Lei mi ha risposto che aveva da fare a casa, con le ragazze. Allora, dopo qualche domanda, mi ha raccontato questa storia delle tre ragazze. Io ho provato a dirle che non doveva far entrare delle sconosciute in casa, che erano delle delinquenti, ma lei quasi offesa ha ribattuto che sono solo ragazze bisognose di affetto. Vengono tutti i giorni?, ho chiesto io. No, quando possono, a volte due, tre volte la settimana, in certi periodi anche meno, ma io le aspetto sempre.

Da bravo parroco, devoto ai miei parrocchiani, mi sono recato da lei ogni giorno (ho approfittato per fare una passeggiata in collina, ho messo su peso come potrete notare) e senza farmi vedere ho atteso che arrivassero le tre donne. Vi dico la verità: ero convinto che si trattasse di allucinazioni, che fosse tutta farina del suo sacco. Insomma non avevo alcun dubbio: Elizabeth era impazzita. Poi però, dopo cinque giorni, le tre donne sono venute davvero. Si trattava di tre modelle, come le chiamate voi? Insomma quelle che sfilano per gli stilisti.
Avevano in mano delle bottiglie di liquori e scortarono Elizabeth in casa.
Allora io cosa ho fatto? Sono andato a suonare il campanello. Betty è venuta ad aprire ed era in visibile imbarazzo.
«Padre, cosa ci fa qui?»
«Come! Sono venuto a trovarti. Vedo che hai ospiti» sbottai mentre entravo in salotto. Quelle tre erano stravaccate sui divani come se fossero a casa loro. Sul piccolo tavolo del salotto c'erano bottiglie di alcol, ghiaccio e bicchieri.
«Sono delle mie amiche. Si chiamano Norma, Sue e Loolony.»
«Quelle di cui mi parlavi ieri. Piacere, sono padre Tom.»
«Hai fatto parola con qualcuno di noi? Non dovevi! Lo sai, vero?» sbottò la bionda dai riflessi ramati con lo sguardo più crudele che avessi mai visto.
«No, io... veramente....» andava farfugliano Betty sfregandosi i gomiti con le mani.
«Sei una traditrice. Andiamocene. Non ci vedrai mai più», era la mora a parlare.
«No, vi prego, non posso fare a meno di voi...»
«Ubriacona del cazzo, dammi i soldi per gli alcolici di oggi. Non penserai mica che paghiamo noi per il tuo vizietto!» concluse la terza. Notai che questa aveva i capelli di un biondo spento, quasi grigi, e aveva una somiglianza agghiacciante con Tessa, la figlia defunta di Betty.
«Restate, in fondo si stava bene insieme» singhiozzò la padrona di casa, affranta.
Le tre streghe presero le loro cose e se ne andarono.
«Vedete di non tornare, altrimenti chiamerò la polizia» dissi io con fare minaccioso.
Una brutta storia, ne convenite, miei fedeli parrocchiani? Lo sapete tutti ora Elizabeth come sta. È completamente pazza. Continua a dire che la sua è una casa che va sacrificata per il dolore che è stato inflitto alle tre amiche e per la sua vergogna che non se ne vuole andare. Non entra più in casa, è diventata una casa votiva. Sacrifico tutto ciò che ho in nome dell'unico spiraglio di luce che ho avuto dopo la morte di mia figlia e il divorzio, continua a dire. Per lei erano delle figlie da educare, delle compagne con cui confidarsi. Non vedeva il marcio in loro, o quantomeno lo chiudeva da qualche parte, in fondo alla mente. Gira attorno alla casa e prega. Non si rendeva conto, non più, che la deridevano e la ingannavano, che lei per loro non era altro che un gioco. Accettava tutto pur di avere qualcuno accanto. Quello che le hanno fatto sopportare durante quelle visite... non vuole parlarne, dice che le sue amiche se ne avrebbero a male.
Io so cosa le facevano, ma non chiedetemi altro, è meglio così.

Il messaggio che voglio trasmettervi attraverso la storia di Elizabeth Lind è che ci si adatta a tutto, pur di non star soli, anche al maligno. Anche alla tortura e alla perversione. Più l'amore si unisce alla paura, più l'amore vero, la fede o comunque il bello della vita sfiorisce, muore lentamente. E mentre le successive esperienze di quell'amore malato continuano a rafforzare quell'albero possente e oscuro, il piccolo fragile germoglio del bene viene potato ogni giorno di più e non cresce. Si secca e cade.

Guardatevi dal male, amici e fratelli, perché non è facile liberarsene. Rinverdite le vostre isole nascoste, hanno bisogno di mari sconfinati dove potersi cullare e moltiplicare. Lì troverete Dio e la sua parola.

Spero che la storia di Elizabeth vi sia di esempio.


Parola del Signore.


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