un Blog di Gabriele Cecchini


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martedì 6 gennaio 2015

Risplenderò per te - Ah, l'amore...




“Tornerà, lo dico sempre io” vai ripetendo a destra e a manca.
Come puoi dire un’idiozia simile? Lo sai che non tornerà più. Ti guardo sperare con tutta te stessa, giorno dopo giorno e anno dopo anno, ma niente: non vuoi rassegnarti.

Ti sto scrivendo questa lettera d’addio seduto sulla sedia dove tu, quando la prenderai in mano per leggerla, ti scaraventerai come un’aquila che plana in mezzo alle vette. Fai così, lo so. Quando qualcosa ti angoscia, prendi e ti butti su questa sedia con un bicchiere di caffè lungo in mano; mezzo freddo lo bevi. Io lo voglio bollente, ricordi? No, non ricordi proprio un bel nulla, tu pensi solo a lui che deve tornare e mai a me che sono (o dovrei dire ero?) qui ad aiutarti. Io so un sacco di cose su di te, ti ho studiata in questi anni e conosco ogni tua abitudine. Fanno così le persone innamorate. Stare accanto a una persona che aspetta qualcun altro è una tortura bell’e buona, lo sai? No che non lo sai, tu non sai nulla. Vivi la tua vita come una brava donna, che pensa a tutti e ha buone azioni da compiere ogni giorno, anzi ogni minuto. Meno che per me, per me niente, solo indifferenza e forse a volte un po’ di pietà; quando la sera è caldo e la mia insofferenza non si placa, mi guardi con gli occhi dolci ma vuoti e mi accarezzi come si accarezza un vecchio. Oppure quando torno sfinito dai campi, sporco, sudato, disumano, anche allora mi illudi per due, tre secondi che la vita con te valga la pena di essere vissuta, che ci sia qualcosa dietro i tuoi occhi e sotto quel seno minuto, dentro la cassa toracica. Ma non senti niente. Non per me. Solo lui riesce a strapparti lacrime e slanci, saette o fulmini che piovono senza misericordia su di me che ti sto accanto. Un ricordo improvviso della vostra vita insieme, una foto mangiata dal tempo che vi ritrae abbracciati, insieme, una persona che torna dalla guerra e ti parla di lui: allora sì che diventi un’altra. Si accendono lumi e lampadari dentro case abbandonate da secoli in villaggi fantasmi, di colpo è di nuovo Natale nei presepi accatastati nelle soffitte polverose, le trombe della vittoria portano un sollievo dolcissimo dopo anni di guerre e carestie. Dura poco, è chiaro, giusto il tempo di ripercorrere le strade che hai percorso con lui, poi torni la solita donna annoiata e triste, cieca, sorda e muta al presente e alla vita che stai vivendo con me. A volte dicevo: se dura così poco quella felicità che risuona dentro di lei forse è perché piano piano la memoria di lui creperà del tutto e ci sarà finalmente posto per me, in quei minuscoli istanti di luce. Sarò io a farla risplendere, un giorno, mi dicevo. Ora sono sicuro che non è così, che non risplenderai mai per me.
Non c’è più tempo per aspettare. E’ giunto il tempo di andarmene da questa terra che ho fatto rifiorire e che ho amato più di me stesso. Più frutti dava, più tu ti inasprivi. Movimento inverso. La speranza terribile (perché mal riposta) che almeno ora tu possa sentire la mia mancanza o che capisca all’improvviso che conto qualcosa per te c’è, inutile negarlo. Ma so che nella realtà non è così. Giù nel profondo c’è solo lui. Il grande amore distante che, alla fine, vive e si rigenera molto più di quello vicino. Perché sul vuoto, sull’assenza si può costruire di tutto. Castelli e rovine, allegorie o liriche, sarabande e minuetti.

Il vento che spira dalla finestra e invade la stanza è caldo, è lo stesso che accarezzerà anche te tra poco, quando tornerai dal solito giro di compere del sabato e troverai questa stupida lettera. La vista me la godo ancora per qualche minuto, anzi: facciamo anche dieci. Me lo sono meritato, per Dio. Guardare i frutti del lavoro, della fatica è una delle poche cose che mi toglie i pensieri e mi rasserena un po’.
Immaginami qui, seduto sulla tua sedia che guardo prima verso il vecchio capannone dei trattori, poi passo all’aia che pare pulsare delle feste e delle risate che l’hanno invasa, dunque ai campi sterminati e appena arati che nessuno potrà portarmi via, nelle memorie, questa vita lunga con te che non era poi così male perché ti amavo nonostante tutto. Alla fine fai finta che ti stia guardando mentre me ne vado. Ti faccio un cenno con la mano, mi volto e in pochi minuti scompaio.

Io ricorderò. Puoi starne certa, ricorderò tutto. Risplenderò per te.

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