un Blog di Gabriele Cecchini


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venerdì 23 gennaio 2015

Perché non ritorni



Sono qui con mio figlio, cara sorella. Del nostro vicinato siamo rimasti solo noi due, gli altri li hanno finiti tutti. Non mi sentirai mai, lo so, ma cosa c’è di più bello che lanciare un grido verso l’alto, verso chi ha contato qualcosa per noi nella vita? Non posso pregare Dio. Dio no.
Tante volte abbiamo pregato assieme, sorella mia, tante volte avrai pregato da quando ci hanno portato via, ma non è bastato, non basterà. Stringo il mio bambino al petto e prego, supplico che finisca il brutto sogno e tutto torni indietro, ma non accadrà. Sogno che le grida degli uomini dimenticati da Dio si uniscano in un boato e spacchino la terra, arrivando alle viscere di qualcosa di più grande e che quel qualcosa si ricordi di noi, ci guardi e ci salvi. Deve esserci qualcosa di più grande. No, non può essere Dio. Lo so, sorella, se mi sentissi mi diresti che sono impazzita, che sto peccando di spergiuro. I respiri delle persone, i pianti, le parole pronunciate in lingue sconosciute… niente mi consola. Penso al mio bambino e lo stringo, gli dico che lo salverò, ma non posso e che madre è una che non può salvare il frutto del proprio ventre? Cara sorella, spero tu sia al sicuro, là dove il mondo ha ancora un nome. Qui solo il vento, gli alberi hanno più o meno la stessa voce, ma anche loro a momenti mi fanno impazzire e mi parlano in lingue sconosciute, li scambio per un passo furtivo che viene a prendermi, per una fucilata. Ho perso la mia persona qui dentro, si è sciolta tra la polvere, i ciottoli e i corpi e ora non so più cosa sono, forse solo un’anima che aspetta la sua ora spogliata di tutto ormai. Sorella cara, ora provo a dormire, nella speranza che un po’ di questo, anche solo un po’, tutto sarebbe troppo, venga conosciuto e mostrato un giorno, perché non ritorni. Sì, perché non ritorni.

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