un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

giovedì 29 gennaio 2015

Il narciso addormentato - Sorelle e dintorni





Cara la mia sorellina, la vita è così: prima ti dà e poi ti toglie. Finché hai avuto quel fisichetto da sballo, accessoriato e full optional tutto andava bene, eh? Non dobbiamo dare nulla per scontato, tutto arriva e se ne va. Eh, lo so, ora che l’organetto è cambiato, è tutta un’altra musica.

venerdì 23 gennaio 2015

Perché non ritorni



Sono qui con mio figlio, cara sorella. Del nostro vicinato siamo rimasti solo noi due, gli altri li hanno finiti tutti. Non mi sentirai mai, lo so, ma cosa c’è di più bello che lanciare un grido verso l’alto, verso chi ha contato qualcosa per noi nella vita? Non posso pregare Dio. Dio no.
Tante volte abbiamo pregato assieme, sorella mia, tante volte avrai pregato da quando ci hanno portato via, ma non è bastato, non basterà. Stringo il mio bambino al petto e prego, supplico che finisca il brutto sogno e tutto torni indietro, ma non accadrà. Sogno che le grida degli uomini dimenticati da Dio si uniscano in un boato e spacchino la terra, arrivando alle viscere di qualcosa di più grande e che quel qualcosa si ricordi di noi, ci guardi e ci salvi. Deve esserci qualcosa di più grande. No, non può essere Dio. Lo so, sorella, se mi sentissi mi diresti che sono impazzita, che sto peccando di spergiuro. I respiri delle persone, i pianti, le parole pronunciate in lingue sconosciute… niente mi consola. Penso al mio bambino e lo stringo, gli dico che lo salverò, ma non posso e che madre è una che non può salvare il frutto del proprio ventre? Cara sorella, spero tu sia al sicuro, là dove il mondo ha ancora un nome. Qui solo il vento, gli alberi hanno più o meno la stessa voce, ma anche loro a momenti mi fanno impazzire e mi parlano in lingue sconosciute, li scambio per un passo furtivo che viene a prendermi, per una fucilata. Ho perso la mia persona qui dentro, si è sciolta tra la polvere, i ciottoli e i corpi e ora non so più cosa sono, forse solo un’anima che aspetta la sua ora spogliata di tutto ormai. Sorella cara, ora provo a dormire, nella speranza che un po’ di questo, anche solo un po’, tutto sarebbe troppo, venga conosciuto e mostrato un giorno, perché non ritorni. Sì, perché non ritorni.

Perché non ritorni su 20lines

martedì 20 gennaio 2015

Youth Dew, il profumo della libertà





La vide sul comò un giorno di settembre mentre faceva le pulizie. Le solite noiosissime pulizie, ma quello era il suo lavoro, non c'era scampo. Stava lì, davanti ai suoi occhi rossi per la stanchezza, impettita e piena di sé. Colonna vertebrale dritta, spalle aperte - non come lei che era mezza gobba per la fatica e l'artrite che era una certezza più che una promessa. Una signora magra con un fiocco dorato in vita che aveva per testa il tappo del profumo e niente piedi, braccia, mani. Una boccetta a dir poco meravigliosa: il liquido attraverso il vetro zigrinato era marrone scuro, come la sua pelle bruna.

mercoledì 14 gennaio 2015

Il bivio


Nel momento in cui mi sono accorta che ridevano alle mie spalle, ho deciso che li avrei uccisi. Sono come dei serpenti che strisciano dietro di me, emettono bisbigli sordi e irritanti.
Faccio la segretaria nel Comune della mia città, città dove sono nata e cresciuta.
Sto marcendo a poco a poco.

Il germoglio del bene


Elizabeth Lind è una donna che sa il fatto suo, cari miei. Non si può dimenticare la sua torta ai mirtilli e zenzero caramellato, le orchidee del suo giardino che fioriscono anno dopo anno più fedeli di un marito come si deve, il suo sorriso immacolato quando saluta qualcuno. Ha le fattezze di una creatura d’altri tempi e un po’ lo è anche nello spirito. Ha paura di offendere il prossimo con aggettivi troppo netti, così utilizza sempre tonalità indefinite, gentili che riescono a conquistare anche un sordomuto. Abbassa lo sguardo quando l'aria si fa troppo calda per lei, che cosa antica e meravigliosa abbassare lo sguardo - non lo fa più nessuno. Si sentono tutti padroni del mondo.
Qui ci troviamo nella nostra casa e questa storia inizia proprio davanti ad una casa, quella casa. Elizabeth se ne sta sempre lì a sistemare il giardino con le sue scarpe basse da first lady in libera uscita nella tenuta di campagna di famiglia, i boccoli armoniosamente acconciati sugli angoli delle guance e i suoi occhi blu cobalto che a volte si confondono con la notte. E badate bene! Non sono artificiali quei boccoli, nessuno ci crede, ma è così. Io l'ho vista nascere e non è mai cambiata, posso garantire per lei.
Per chi non la conoscesse, la casa di cui vi parlo è una casetta rosa, quadrata circondata su tutti i lati da portici illuminati che giace su un piccolo monticello di terra come una ciliegina su un piccolo dolce a punta di quelli che si trovano nei vassoi di paste che in genere porta l'ospite ai pranzi domenicali. Un vero gioiello, dice lei.
In fondo, strana la vita, non c’è tanta differenza tra quei dolci ed Elizabeth.
Prima o poi arriva qualcuno che ti divora.

Per Elizabeth quel momento è arrivato troppo presto, e sono qui a raccontarvi la sua storia proprio perché possa servirvi da esempio, cari amici. Mi trovo qui su questo pulpito per educarvi al meglio. La storia di questa donna, in fondo, può insegnarci molto. Una sorta di parabola.
Un giorno dunque Betty stava concimando le belle di notte nei vasi sul lato destro della casa. Concime liquido, è chiaro. Vanno concimate quando sono in fiore, non è magnifico?, era solita dire. Erano le tre del pomeriggio e iniziava a salire da chissà quale remoto luogo un caldo insopportabile. Allora la nostra beniamina prese e si rifugiò in casa per bere un tè ghiacciato. Come uscì, le vide e si spaventò non poco.
Si paravano davanti a lei tre ragazze alte quasi il doppio di lei - che come sapete è una donna minuta. Queste tre donne erano magre, altere, dotate di una perfezione che Betty mai aveva visto prima di allora. I vestiti alla moda che indossavano, se paragonati al vecchio abito da lavoro di Betty, avrebbero anche potuto appartenere ad un'epoca differente, più in là nel percorso dell'umanità. La nostra concittadina mai aveva visto abiti di quelle fattezze e colori. Il verde brillante della camicia di una con dei riflessi cristallini accecava gli occhi ricoprendoli di insulsi artifizi, il rosso prepotente della gonna dell'altra ricordava certi antichi peccati di gioventù e infine il nero lucente che impregnava la giacca della terza dava l'idea che troppe cose si fossero perdute chissà dove. Due delle tre fumavano e con la mano libera sorreggevano il gomito opposto, e la guardavano. La terza, quella che non fumava, aveva i capelli biondi dai riflessi ramati e scrutava Betty come si fa coi quadri nei musei o davanti ai monumenti; quella, poveretta, quasi indietreggiava sotto i fari di tanta bellezza ed estraneità. Chiaro che si sentiva a disagio - non le aveva mai viste - ma c'era qualcosa in loro che la faceva rabbrividire, un millimetro di quelle tre la spogliava di un certo ottimismo che l'aveva sempre caratterizzata e sentiva come un piccolissimo foro che da dentro pulsava e si ingrandiva dandole un fastidio del diavolo.
Se ne stavano lì, nel suo bel giardino, tra le belle di notte e i ciclamini formando un triangolo per nulla rassicurante.
«Buongiorno ragazze, posso aiutarvi?» disse la nostra Betty con fare timoroso.
«C'è sua figlia?» disse la non fumatrice.
«Mia figlia? Io non ho figlie» rispose la padrona di casa.
«Non ha figlie?» rispose quella come se Betty le avesse appena detto che era solita riempire di terra i panini del pranzo della parrocchia.
«No.»
«Un marito del cazzo ce l'avrà» sbottava una delle altre due.
«Quelle come lei ce l'hanno sempre un maritino» sghignazzò la terza, la mora.
«Non mi sembra il modo di rivolgersi a una sconosciuta, e in più nella mia proprietà.»
«Oh sentila! Ce l'hai il telefono almeno? O non hai nemmeno quello? Vedi che ci si è rotta la macchina?»
«Che modi barbari, ragazze mie. Nessuno in vita mia mi ha mai trattato in questo modo.»
«E allora? Sai che m'importa? Ce l'hai il telefono o no?»
«Sì, seguitemi.»
Mentre apriva la fila, Betty ebbe l'impressione come di averle già sentite quelle voci, tanti anni prima. Forse è solo uno stupido abbaglio, pensò.
Le tre stangone la seguirono in casa e si accomodarono in salotto. Due si sedettero sul divano, accavallando le gambe lunghe e sinuose, ma magre troppo magre. La terza, la mora, si accomodò sulla poltrona che guardava verso il lago, la preferita di Betty nelle lunghe notti della sua solitudine. Non è facile per una donna sola riuscire a fare mattina senza qualcosa (o qualcuno) di brutto che ti venga a trovare. Come se non bastasse, quella era la poltrona su cui era solito sedersi suo marito tanti anni prima, prima che la lasciasse. Betty assistette allo spettacolo come una bambina terrorizzata al suo primo film horror al buio con gli amici - non sapeva che fare, si sentiva terribilmente sola. Non puoi far vedere agli altri la tua paura, sei costretto a continuare a guardare.
«Non ci offri da bere? Che padrona di casa sei? Stai lì come una mummia.»
«Cosa posso offrirvi?» chiese lei, punta sul vivo.
«Dacci qualcosa di forte.»
«Di alcolico? Non tengo alcolici», un rivoletto di sudore.
«Buona questa! Hai proprio l'aria di una povera alcolizzata. Non ce la beviamo.»
«Ragazzina, ora basta. Andatevene! Fuori!» gridò Betty mentre un rossore insolito prese a salire dal petto verso il viso.
«No, staremo ancora un po'. Capito, Norma? Ecco perché si è incazzata. È stata un'alcolizzata. Questa è la reazione di chi ha smesso.»
Elizabeth Lind, che per pochi anni era stata Elizabeth Moore, si abbandonò su una sedia, era in stato di shock.
«Fate pure, quello è il mobiletto del bar» bisbigliò abbassando lo sguardo.
Era vero. Suo marito l'aveva lasciata proprio per colpa dell'alcol. E sua figlia Tessa, Dio se le mancava... era solo colpa sua se non c'era più. Lo sapete cosa le è accaduto, no?
Insomma, queste tre streghe si insediarono a casa sua.

Ogni pomeriggio, mentre lei concimava o annaffiava i fiori, quelle tre venivano e le facevano compagnia per qualche ora. Lei non ce le voleva in casa, poveretta, ma poi cominciò ad abituarsi alla loro presenza. Prese ad aspettarle con impazienza, un giorno dopo l'altro.

Un mese fa circa l'ho incontrata in città. Le ho chiesto come mai non viene più alle funzioni o agli incontri qui in parrocchia. Lei mi ha risposto che aveva da fare a casa, con le ragazze. Allora, dopo qualche domanda, mi ha raccontato questa storia delle tre ragazze. Io ho provato a dirle che non doveva far entrare delle sconosciute in casa, che erano delle delinquenti, ma lei quasi offesa ha ribattuto che sono solo ragazze bisognose di affetto. Vengono tutti i giorni?, ho chiesto io. No, quando possono, a volte due, tre volte la settimana, in certi periodi anche meno, ma io le aspetto sempre.

Da bravo parroco, devoto ai miei parrocchiani, mi sono recato da lei ogni giorno (ho approfittato per fare una passeggiata in collina, ho messo su peso come potrete notare) e senza farmi vedere ho atteso che arrivassero le tre donne. Vi dico la verità: ero convinto che si trattasse di allucinazioni, che fosse tutta farina del suo sacco. Insomma non avevo alcun dubbio: Elizabeth era impazzita. Poi però, dopo cinque giorni, le tre donne sono venute davvero. Si trattava di tre modelle, come le chiamate voi? Insomma quelle che sfilano per gli stilisti.
Avevano in mano delle bottiglie di liquori e scortarono Elizabeth in casa.
Allora io cosa ho fatto? Sono andato a suonare il campanello. Betty è venuta ad aprire ed era in visibile imbarazzo.
«Padre, cosa ci fa qui?»
«Come! Sono venuto a trovarti. Vedo che hai ospiti» sbottai mentre entravo in salotto. Quelle tre erano stravaccate sui divani come se fossero a casa loro. Sul piccolo tavolo del salotto c'erano bottiglie di alcol, ghiaccio e bicchieri.
«Sono delle mie amiche. Si chiamano Norma, Sue e Loolony.»
«Quelle di cui mi parlavi ieri. Piacere, sono padre Tom.»
«Hai fatto parola con qualcuno di noi? Non dovevi! Lo sai, vero?» sbottò la bionda dai riflessi ramati con lo sguardo più crudele che avessi mai visto.
«No, io... veramente....» andava farfugliano Betty sfregandosi i gomiti con le mani.
«Sei una traditrice. Andiamocene. Non ci vedrai mai più», era la mora a parlare.
«No, vi prego, non posso fare a meno di voi...»
«Ubriacona del cazzo, dammi i soldi per gli alcolici di oggi. Non penserai mica che paghiamo noi per il tuo vizietto!» concluse la terza. Notai che questa aveva i capelli di un biondo spento, quasi grigi, e aveva una somiglianza agghiacciante con Tessa, la figlia defunta di Betty.
«Restate, in fondo si stava bene insieme» singhiozzò la padrona di casa, affranta.
Le tre streghe presero le loro cose e se ne andarono.
«Vedete di non tornare, altrimenti chiamerò la polizia» dissi io con fare minaccioso.
Una brutta storia, ne convenite, miei fedeli parrocchiani? Lo sapete tutti ora Elizabeth come sta. È completamente pazza. Continua a dire che la sua è una casa che va sacrificata per il dolore che è stato inflitto alle tre amiche e per la sua vergogna che non se ne vuole andare. Non entra più in casa, è diventata una casa votiva. Sacrifico tutto ciò che ho in nome dell'unico spiraglio di luce che ho avuto dopo la morte di mia figlia e il divorzio, continua a dire. Per lei erano delle figlie da educare, delle compagne con cui confidarsi. Non vedeva il marcio in loro, o quantomeno lo chiudeva da qualche parte, in fondo alla mente. Gira attorno alla casa e prega. Non si rendeva conto, non più, che la deridevano e la ingannavano, che lei per loro non era altro che un gioco. Accettava tutto pur di avere qualcuno accanto. Quello che le hanno fatto sopportare durante quelle visite... non vuole parlarne, dice che le sue amiche se ne avrebbero a male.
Io so cosa le facevano, ma non chiedetemi altro, è meglio così.

Il messaggio che voglio trasmettervi attraverso la storia di Elizabeth Lind è che ci si adatta a tutto, pur di non star soli, anche al maligno. Anche alla tortura e alla perversione. Più l'amore si unisce alla paura, più l'amore vero, la fede o comunque il bello della vita sfiorisce, muore lentamente. E mentre le successive esperienze di quell'amore malato continuano a rafforzare quell'albero possente e oscuro, il piccolo fragile germoglio del bene viene potato ogni giorno di più e non cresce. Si secca e cade.

Guardatevi dal male, amici e fratelli, perché non è facile liberarsene. Rinverdite le vostre isole nascoste, hanno bisogno di mari sconfinati dove potersi cullare e moltiplicare. Lì troverete Dio e la sua parola.

Spero che la storia di Elizabeth vi sia di esempio.


Parola del Signore.


Una video recensione de La caduta, a cura di Viliam Antonio Amighetti

BANDIERA BIANCA - PRIMA PUNTATA

sabato 10 gennaio 2015

Una recensione su Valseriana news


Recensione su Valeriana News di Viliam Amighetti

CARRUBA!


 
Ah, cara la mia signora, non è per nulla facile. Cosa crede? Anche mettersi a nudo con la prima che ti capita a casa è una piccola battaglia quotidiana contro me stessa. Cosa vende lei? Enciclopedie? Ah, non vende niente, porta la parola di Geova. Mi scusi, devo aver capito male.

Mio marito mi dice sempre che la testa, averla o non averla, nel mio caso non fa alcuna differenza. Sì, mio marito! Non l'ha visto in giardino? Non il piccolo gnomo di marmo che saluta, eh? (ride) Sicuramente sarà nel suo garage che sferraglia, quel crisantemo. Sì, ha capito bene! È talmente morto che lo chiamo così. Mi diverte dare alle persone dei nomignoli strambi, tutti miei. Io? Io mi chiamo Ridolfa. Certo se avessi potuto sceglierlo io il nome, avrei preferito Margherita o Iris, che ne so, non certo Ridolfa. Tutti fiori, che piccola pazza che sono. Vuole qualcosa da bere? Un liquorino? Sa lo faccio io. No, non mi prenda in giro, non è di rosa! Vede che bel giallo? Lo faccio coi limoni che coltivo. Una vera delizia. Lo so già quello che sta pensando, con quei due occhi da corte suprema: no, non sono un'alcolizzata che prepara i suoi liquori e poi se li trangugia tutto il giorno in solitudine in preda alla malinconia. Le gote rosse sono rosse per il buon vivere. Dico sempre così. (beve tutto d'un fiato il bicchiere di liquore). Lei come si chiama? Vera? Ah, un nome spartano, non c'è che dire. Certo, ben si accoppia con il vestito grigio e l'aria lugubre... No, non si offenda, io dico tutto quello che mi passa per la testa. Ah se n'era accorta? E che m'importa? Pensi per sé, che è già stanca e sudata. Suonano alla porta, chi sarà? Mi scusi, la abbandono un attimo. Non beva di nascosto, eh? Lo so come siete fatte voi religiose. Era una battuta, non si offenda, si rimetta seduta, che devo vedere chi è alla porta. (si allontana) Lo so già chi è (tra i denti). Piccolino, la tua palla è finita nel nostro giardino dietro casa? Certo che te la prendo. (prende la palla). Oh dev'essere caduta su qualcosa di appuntito. Si è bucata! Da parte a parte... che peccato. Su, su, che ho ospiti, saluta la mamma. (Torna dalla donna). Che maleducato. Sono stata io a passarla da parte a parte con un coltellaccio. Sì, lo confesso, cara la mia Vera. Ma aveva bisogno di una lezione! Sta tutto il giorno alla porta a chiedere quella stramaledetta palla. Nessuno è più capace di educare i figli. No, io figli non ne ho. Cosa vorrebbe dire? Ah, che si vede? Devo stare zitta? Allora, cara la mia Vera, che tanto 'vera' non mi pare, è ora che se ne vada. Io apro il mio cuore e lei cosa fa? Mi insulta e pure in casa mia? La saluto, prenda Geova, i suoi giornaletti e mi lasci in pace, quegli occhi da topastro mi hanno stancata. (grida, perché la donna se ne sta andando): Ah, dimenticavo! Sa che nome le ho dato? Carruba! Secca e puzzolente come lei! (ride)​

Gabriele Cecchini 

giovedì 8 gennaio 2015

Al cinema fuori dal cinema: i Narcisi!




Mi è capitato di incontrare persone che ti metti a guardarle e ti sembra di essere al cinema. Fanno una mossa o l'altra con i tempi perfetti, il sorriso smagliante che scatta al momento giusto e con la giusta combinazione di simpatia e scaltrezza (che pensi: Cazzo, che persona decisa!), conoscono tonnellate di persone e salutano anche le piante, i barboncini e quelli che hanno visto una volta a una festa per un minuto scarso (e quelli li risalutano!).

mercoledì 7 gennaio 2015

Una buona mappa



Mi ostino a parlarti. La convinzione che come per magia queste parole giungano a te non mi abbandona; che magari passando dalla via lattea, dalle galassie questi suoni tramutati in carboni freddi planino sulla tua nuova vita, su di te. Mi illudo che risuonino dentro il rumore del rasoio mentre ti radi, si mescolino al gorgoglio dell’acqua che bolle sui fornelli mentre prepari il pranzo o che interrompano il cianciare sfasato della marmitta della tua vecchia macchina... Non sono pazza, solo vorrei che capissi. E tornassi.
Da quando ci siamo lasciati, mi aggrappo ai luoghi - non alle persone. Vago per il mondo senza meta. Non mi affeziono a niente e nessuno, non voglio conoscere niente e nessuno. Il viaggio che sto facendo è tra me e te.
Ma tu non ci sei più.
  
L’altro giorno mi sono trovata la sabbia nelle scarpe. Mi è esplosa dentro una bomba di emozioni, ricordi serbati chiusi sotto chiave, avanzi di una vita che era più vita di quella che conduco ora. Sensazioni che erano scivolate via come nubi dall’orizzonte sono risalite a galla, e pesano.
I ricordi nelle scarpe... che cosa bizzarra!

Sono arrivata a Rio quattro giorni fa. Fino a quel momento ero riuscita a tenerti fuori dall'acquario che mi contiene fatto di piccole azioni meccaniche e piccole manie, di mezzi vizi e mezze virtù. Poi all’improvviso mi sono sentita catapultare fuori dalla geografia, dalle mappe che incapsulano gli spazi nella pretesa di conoscerli, misurarli, da Rio. Mi sono trovata in braccio a te, ancora.
Non sono mai riuscita a incapsularti, conoscerti, misurarti (non sono una buona mappa!). Per un momento ho avuto la pretesa di farlo, ma è durato il tempo che impiega un palloncino a sparire nel cielo dopo che è scappato di mano. La scintilla di un attimo. Sfuggivi come la marea che arretra per non farsi prendere dai bagnanti.
Chi ti ha conosciuto? Io no.
La sabbia nelle scarpe... chissà se ricordi. Credo di no. Ero sempre io a tenere i conti. Ero la memoria della nostra coppia, tu non ricordavi mai niente. Un bambino eri. Ci siamo già stati qui, ricordi?, facevo io. No, sei sicura?, mi accoltellavi tu. Quasi che la nostra vita insieme la dimenticassi all’istante, eri forse sovrappensiero mentre la costruivamo? Che male faceva ogni volta che dimenticavi il nostro passato, la nostra storia... così dimenticavi anche me. Quante cose ho serbato, galassie di pensieri che non si dicono agli altri, non si comunicano, ma rimangono dentro in attesa che qualcuno li accenda strofinandoli come fiammiferi in una scatola...
Un essere senza memoria che essere è?
Avrò lasciato una piccola traccia su di te?

Dunque, la sabbia.
Come si dice, rivivo quel momento come fosse ora. Non è vero. Non è ora, non è niente, quel pezzetto di esperienza non sarà mai più nulla.
Eravamo io e te, a Nizza. La prima vacanza assieme. La spiaggia era un po’ come quella di Rio. Lo stesso tipo di persone, le stesse frasi monche in lingue diverse ma con gli stessi suoni, sguardi, gesti. I luoghi sono scenari di plastica che carichiamo di significati nel momento in cui li viviamo. Certo a Nizza non c’erano questi pendii che guardano i bagnanti negli occhi come vecchie curiose. Forse sei tu che mi guardi da dentro la roccia. Illusa!
Sto divagando, lo sai, è il mio peggior difetto. Devo dire ogni cosa nei dettagli e far uscire dalla mia mente tutto quello che c’è. Mi perdonerai, giusto? Sempre a spiegare, chiarire... Questo ostinarmi a essere onesta ha distrutto la nostra storia. Aspetto a parlarti di Nizza perché per me ricordare quelle giornate di gioia sfrenata e amore incatenato è doloroso... divagando allontano quel momento... temporeggio...

Insomma, dopo una giornata in spiaggia tornammo in albergo, quell’hotel scalcinato che sul sito sembrava tanto carino (almeno così dicevi) e invece faceva letteralmente pena - privo di optional, di frivolezze di cui stupirsi, di atmosfera.
«Che fastidio, ho la sabbia nelle scarpe...» dicesti tu con un’espressione buffa in viso.
Ti guardai e scoppiai a ridere mentre realizzavo che quel minuscolo mozzicone di vita non si sarebbe mai spento dentro di me, avrebbe continuato a bruciare nonostante i tentativi di schiacciarlo e spegnerlo.
Così è stato.
Decidemmo di comprarci delle ciabatte di plastica, più pratiche per andare in piaggia. Fu la prima cosa che facemmo il mattino seguente. Un mattino facile, allegro, senza rimbrotti e lamentele, perché eravamo giovani, persi e pieni l’uno dell’altra. Pieni dell’ “ora”, del presente. Ora sono piena del “prima”, del passato.
Anche stavolta la mattina dopo, cioè ieri, sono andata a comprarmi le ciabatte di plastica, ma era un mattino difficile, ostico, di quelli che ti svegli perché anche l’oblio della coscienza ti è insopportabile, oppure che in realtà non ti svegli anche se ti alzi dal letto. Da allora non riesco a smettere di pensare a te e di parlarti.
Prima ho detto che eravamo innamorati. Ma cosa vuol dire? Ho quarant’anni e ancora non lo so. È guardare l’altro e dimenticare se stessi per più di attimo, sentire il vuoto dell’anima riempirsi di un’ondata che ti sovrasta, che non controlli e pensi solo all’altro, abbandonarsi a qualcosa con l’illusione che non finirà mai.
Anche le più scettiche, tipo me, cedono alle lusinghe dell’amore. Si lasciano cullare da quella leggerezza malandrina che come un maremoto travolge ogni cosa, e le altre persone cambiano volto: diventano di una noia mortale. Solo l’innamorato ti risveglia e ti colma. Quando lui non c’è, il tempo è assenza, è come trovarsi in un’altra stanza. E guardi gli amici, i familiari, ma non li vedi, gli occhi li lanci oltre.
Ora che mi hai lasciata da un anno e più? Com’è il tempo? Penso ancora a te quando parlo con uno sconosciuto o col tassista? No, mi attacco alle parole che gorgogliano davanti a me e tento di distrarmi da te - il mio pensiero fisso. Che ossessione.

Che poi in braccio a te non ci sono mai stata. Solo una volta mi hai presa tra le braccia come si prende una bambina, ma non conta, ero svenuta. Diversamente non mi prendevi mai su di te, mantenevi delle distanze piccole ma precise tra te e me, spazi invalicabili che non potevo fare miei. Se fosse stato per me, ti avrei fatto anche entrare dentro di me, tanto era il bisogno di annullarle, le distanze. Come in quel film di Almodòvar, dove lui diventa piccolo piccolo ed entra nella vagina di lei.
Ma si sa, ogni persona è un mondo a sé, che ha le sue leggi e le sue latitudini. Il contatto col tuo mondo andava e veniva, intenso e abbacinante lo era solo per pochi istanti. Mi viene in mente, per esempio, quando guardavamo la città dalla terrazza, con quel fare distaccato di chi la vita la critica più che viverla. Giocavamo a fare gli esistenzialisti, gli artisti. Ci guardavamo e ridevamo senza parlare. Complici. L’affaccendarsi della signora della casa di fronte a ramazzare il terrazzo o a cambiare le lenzuola, le corse dietro alle farfalle dei bambini, le camminate lente degli anziani...
Anche a Nizza, in spiaggia, ci prendevamo gioco del mondo. Che idiozia. Forse era proprio quel sentirsi parte di un mondo solo nostro, ponendo un velo tra noi e le altre persone, che ci faceva sentire magicamente uniti, unici. Ma durava poco. Per il resto io ti rincorrevo come si rincorrono le lucciole − segui la luce che a intermittenza ti indica la strada, poi si spegne e non sai più che fare.

Ho voglia di raccontarti tutto dal principio, ogni cosa sul nostro viaggio. Quasi che per te fosse una storia nuova, che non hai vissuto in prima persona. Probabilmente avrai già dimenticato tutto. Forse questo diventano le nostre esperienze mentre le riviviamo: storie vissute da estranei, perché in fondo non siamo più quelle persone lì, è come guardare un film. Se fossi qui, ti addormenteresti mentre parlo, come facevi coi film e i concerti di musica classica. Non sopportavi le cose che duravano a lungo.
Arrivammo a Nizza di notte. Guidavo io. Tu dormivi nei sedili posteriori. Che bella sensazione averti lì, dormiente, abbandonato, solo il respiro altalenante a rompere la quiete della notte. Niente musica, non volevo abbellire quel momento, renderlo fintamente indimenticabile con una colonna sonora da poco, volevo prenderlo e tenerlo dentro di me così com’era, reale e tremendamente dolce. Un’emozione che non ho più provato. Mi sentivo come la tua guardia del corpo, che veglia su di te nei momenti in cui sei più vulnerabile...
Giunta davanti all’hotel, ti svegliai con il cuore il gola. L’aria era così calda che se chiudevi gli occhi non ci credevi che era buio, il mare taceva, l’atmosfera era millesimata. Nella mente scorreva il titolo di quell’esperienza a carattere giganteschi e fosforescenti, come a Broadway: “Io e te per la prima volta da soli da qualche parte”. Non frammenti, morsi, ritagli di noi rubati a non si sa quale destino che aveva voluto separarci (io sposata, tu sposato), no, solo noi per una settimana intera.
Vedi? Ne parlo come se la stessi vivendo ora quella notte. Possibile? Si può essere così perduti? O partiti di testa (come diresti tu)? Non me ne vergogno. Ormai questa replica infinita per un solo spettatore pagante (io stessa) è l’unico motore che mi spinge avanti. Ironia della sorte: guardando indietro vado avanti!
Ti aiutai a scendere dalla macchina e a salire in ascensore. Ero una specie di infermiera che scorta il malato fino alla sua stanza. Giunti nel nostro piccolo spazio, nella porzione di mondo che sarebbe stata tutta per noi giorno e notte per sette giorni, tu miracolosamente ti svegliasti e mi baciasti. Non c’era nemmeno la luce accesa a guardarci, solo noi nel buio che ci baciavamo. Avrei dovuto morire in quell’istante, almeno non sarebbe venuto il “dopo”, la fine, i minuti voraci che si mangiano come cannibali quelli che sono venuti prima, il vuoto che segue i momenti migliori.
Facemmo l’amore, appassionati e dolci al tempo stesso. Un attimo dopo, buttai gli occhi fuori dalla finestra, una finestra che non conoscevo, che non avevo mai visto alla luce. E al di là vidi un aereo che si alzava in volo - l’hotel si trovava vicino all’aeroporto - e capii che per una cosa che finisce ce n’è un’altra che inizia, è la vita.
Ci addormentammo e senza sogni arrivò il mattino – già lo stavo vivendo il sogno.

Sono come un’onda del mare, vado e vengo dai discorsi, arretro e avanzo. Non mi è di nessuna utilità questo incedere all’indietro (forse dovrei dire retrocedere?), lo so, lo penseresti anche tu, ma vallo a dire all’ubriaco che deve smettere di bere, provaci! Prova a spiegare il senso della vita a un suicida! Mi avvicino e mi allontano da te.
Ma tu non ci sei più accanto a me. Sono io che faccio tutti e due i ruoli. Il mio e il tuo. Forse l’ho sempre fatto, anche quando ti avevo accanto... Dovevo amare per due, perché tu di me non volevi saperne. Tranne in quella vacanza benedetta. Oasi di pace ultraterrena.
Passavamo le giornate a nuotare, prendere il sole e fare l’amore. Banali rituali dei turisti innamorati. Amavo i pranzi e soprattutto le cene. Passeggiavamo senza fretta per il lungomare, quella linea quasi infinita incollata alla spiaggia, con le palme, gli altri turisti e un odore salmastro che rinvigoriva. Poi leggendo i menù appesi fuori dai locali, sceglievamo dove avremmo trascorso la serata. Entravamo col sorriso sulle labbra, ordinavamo, mangiavamo per poi fermarci a bere champagne ore e ore, mentre i camerieri e i baristi mettevano in ordine il locale. Non ci guardavano in modo strano, nei posti di mare la gente è libera da ogni tipo di pregiudizio, è pronta a tutto, come qui a Rio; ci lasciavano vivere il nostro idillio. Ridevamo e ci baciavamo finché il padrone non ci veniva a dire che dovevano chiudere, ma se volevamo potevamo starcene nei tavolini all’esterno anche tutta la notte. Una notte lo facemmo. Rimanemmo fuori tutta la notte a chiacchierare. Ah che bella nottata quella!
E se mi stessi tradendo inventando una montagna di bazzecole più rosa di quelle che furono? Chi lo sa come funziona la mente umana? Sarebbe un dolore insormontabile sapere di aver perso tutto quello che mi resta di te – il ricordo. Meglio non pensarci.
Vado in spiaggia, spero di distrarmi.
  
Sono a Nizza. Continuo a parlarti. Sono passati venti giorni dall’ultima volta che ti ho parlato, da Rio.
Che dire? Sono voluta tornare sul luogo del delitto. Stesso albergo, stessa spiaggia, stessa città. Manchi solo tu.
Nizza non è cambiata, è piena di persone, un bailamme continuo di voci e colori che ti stende al suolo. Ma sto meglio qui che a Rio. Essere nel continente, dalle mie parti, mi fa sentire più protetta, tranquilla.

Ieri mi è successa una cosa stranissima.
Ero seduta su una panchina davanti all’hotel, me ne stavo al sole senza pensare a niente. Ho alzato lo sguardo e ho visto un uomo e una donna su un terrazzo del terzo piano. Erano identici a noi. Appoggiati alla ringhiera, guardavano i passanti e la spiaggia con occhi allegri. Sembravano capirsi senza parlare, proprio come facevamo noi. Lui indicava qualcosa in lontananza e lei annuiva.
Possibile che fossimo davvero noi? Può un ricordo uscire dalla mente e farsi materia? Non credo. Ma non riuscivo a staccare gli occhi da loro. Da quel momento ho incominciato a sentirmi stramba, quasi che dalla realtà fossi finita in una dimensione ultraterrena, dentro una divagazione onirica altrui.
Anche ora sono seduta sulla panchina e aspetto che escano sul terrazzo. Anzi, aspetto che usciamo sul terrazzo.
Staranno - staremo facendo l’amore.
La cosa bizzarra è che sono più vecchi di noi ai tempi di quel viaggio a Nizza. Quasi che le persone che eravamo allora si siano fermate qui, abbiano proseguito le loro vite esultanti senza curarsi di noi due, che abbiamo perso quello che avevamo, che ci siamo lasciati.

È stato il giorno più brutto della mia vita quel giorno di novembre. Ti vedevo arrivare e intuivo che c’era qualcosa di strano nei tuoi occhi. Si era spento qualcosa.
«Ti devo dire una cosa» esordisti.
«Dimmi» risposi io con le mani che già tremavano.
«La nostra storia non può andare avanti, mia moglie è morta oggi e mi sento terribilmente in colpa di averla tradita negli ultimi mesi della sua vita. Dobbiamo rompere. Non ci vedremo mai più» proseguisti tu.
«Morta? Era malata?»
«No, è stato un incidente.»
«Proprio ora che potremmo avere...»
«Non potremmo avere più nulla. Tutto quello che potevamo prendere ce lo siamo preso nel momento sbagliato. Non si può tornare indietro.»
«E io?»
«Pensi solo a te, come sempre! Come puoi pensare a te nel giorno in cui mia moglie è morta?»
«Vattene. Se pensi questo di me, non mi hai conosciuta. Non sai chi sono. Ti ho amato. Ahimè, ti amo ancora, ma passerà. Vattene» sbottai io con le lacrime che annacquavano la durezza delle mie parole.
Lui se ne andò senza fiatare.
Ho detto “lui se ne andò senza fiatare”, come se non stessi più parlando con te, ma stessi raccontando la nostra storia a qualcun altro... A chi la sto raccontando se non a te?
Forse per un momento la stavo narrando a quei due del terzo piano. Loro non sanno com’è andata a finire tra noi. Loro si amano ancora.

Nel tempo mi sono stupita della forza che dimostrai, della durezza e del coraggio che ebbi in quel momento. Non supplicai, non gridai, non mi umiliai. Forse mi sto umiliando ora, che ti parlo anche se non sei qui.
Non ti ho più cercato, né allora né mai. Chissà che fine hai fatto... Chissà perché proprio in questo mese sei tornato a galla dentro di me... Cosa mi sta succedendo?
Squilla il cellulare.

Era Nora, la mia amica. Mi ha detto che sei morto d’infarto due giorni fa. Com’è possibile?
Sei lassù, affacciato alla finestra del terzo piano che guardi proprio verso di me...
Anzi, verso di lei.


Che fastidio... la sabbia nelle scarpe... Domattina comprerò un paio di ciabatte.

Perché un blog anti-messimpiega?




Un blog che si rivolge a tutti coloro che trovano maledettamente fastidiosa la superficialità da quattro soldi del tipo: "Si svegliò, si guardò attorno e capì che avrebbe dovuto farsi una messa in piega, per prendersi un po' di tempo per sé, per coccolarsi. E magicamente sentì che le cose avrebbero preso una piega diversa, nuova".

Una "messimpiega" e via!: Curiosità - Monologhi deliranti 3

Una "messimpiega" e via!: Curiosità - Monologhi deliranti 3: Sono una curiosa. Mi interessa tutto quello che è fuori da me stessa. Sul treno leggo il giornale di chi mi siede vicino, ma ancor più ...

martedì 6 gennaio 2015

Le lacrime dolciastre di Petra von Kant - Fassbinder dove sei?!




Petra si alza e non sa che fare. Dov'è quella smidollata di Karin?, pensa cercando di ricordare dove si trova. Ha questo brutto vizio di dimenticarsi il letto dove ha giaciuto, al risveglio. Ci vorrebbe proprio Karin, la sua donna. Petra preferisce definirla amante, perché, parole sue, c'è più gusto del proibito. Karin invece non ama quella parola, le dà l'idea di provvisorietà, come se lei che le sta accanto ormai da anni fosse solo uno sfizio.
Petra poi pensa subito a quei giorni: ci sarà la luna piena e qualcosa dovrà accadere. Ne è certa. Queste fantasie infantili permangono dentro di lei e ogni estate raggiunge stati di esaltazione davvero assurdi. Sua madre e suo padre dopotutto si sono conosciuti in una di quelle notti stellate lì; lei non era ancora nata, ma da bambina non c'era estate nella quale non si facesse raccontare da sua madre Valerie o da suo padre Rainer la storia del loro primo incontro. Lei usava parole fantasiose, superbe, che creavano voci e melodie dentro di lei; lui, al contrario, cantava all'unisono con i suoi pensieri: diretto e deckso, il suo racconto non era meno affascinante di quello materno, solo differente. Ora entrambi sono partiti, lei ama dire così, ciascuno a modo suo. E lei, a quarantacinque anni suonati, è certa che in quella notte di mezza estate qualcosa succederà. Darà una festa proprio perché i desideri sopiti e le mescolanze di idee e ardori possano fluire verso punti inaspettati e indissolubilmente futuri.

Ha riposato anche troppo. Che ore sono? Le dieci? La festa sarà iniziata da un pezzo... Si veste in fretta e furia e si trucca, anche. Scende in giardino e sente un profumo inconfondibile di gardenie e acqua marina. Chiude gli occhi, inspira ed espira.
«Ma dove sono tutti?» chiede.
«In spiaggia, signora, tutti a chiedere di lei.. ma dov'era? Non sapevo che fare» risponde Marlene, la sua dipendente. «E tu non mi sei venuta a cercare, razza di rammollita?» la redarguisce lei, «lo sai che mi addormento sempre nei momenti meno opportuni.»
«Sentiamo, stavolta dove si è addormentata? In camera sua non c'era, l'ho cercata in ogni dove» prosegue Marlene.
«Che ne so... Portami rispetto, rammollita. Dunque, mi sono alzata, sono scesa in giardino...»
«Glielo dico io dov'era, adesso ho capito, era all'hotel. Lì non sono venuta a cercarla, se permette, qui tutti a chiedere da bere, da mangiare... che guaio che è, signora.»
«Non ti azzardare sai? Sei solo una serva, vattene» colpisce e affonda Petra senza pudore alcuno. Poi ricorda quanto Marlene le sia sempre stata vicino, in ogni momento della sua strana esistenza piena di risvegli inopportuni e disdicevoli, di segreti da tenere chiusi a chiave, dunque le si avvicina e la bacia sulla bocca, chiedendole scusa.
«Petra, che fine hai fatto? Ci sei mancata!» è Karin, la sua amante che finge regolarmente di non esserlo. Questi pudori da piccola religiosa Petra non li può sopportare. Quando c'è un pubblico, Karin finge. Sotto certi aspetti questo la eccita anche, è fuor di dubbio, ma questo è un altro discorso. Ora la abbraccia come si abbraccia una sorella e lei le sussurra all'orecchio: «Piccola borghese immonda», Karin arrossisce e la trascina in spiaggia.
«Di nuovo all'hotel, vero? Quando Marlene non ti ha trovata ho capito subito dove potessi essere finita. In quella stramaledetta stanza dove i tuoi genitori ti hanno concepita. E per fortuna stavolta ci sei andata da sola - lo vedo da come sei stralunata. Non so come farò con questa tua morbosità. E infedeltà, pure.»
«Karin, sei meschina, stasera accadranno cose bellissime! Non lo sai? C'è la luna piena e siamo in estate. Che estate splendida è stata, non trovi? Dimmi che lo è stata anche per te, amore mio, sono così stanca di sentirti contraddirmi continuamente. In fondo sono io che ti ma...» e si ferma un attimo prima dell'indicibile e orrendo ricatto dei soldi.
«Petra, lo so cosa stavi per dire, ma non ci bado più, il tuo sadismo nei miei confronti è solo pari al mio masochismo, ma non sempre. A volte ti spingi troppo oltre. Sarà la solita nottata di merda, calda e appiccicosa.»
«Sadica io, eh? E tu questo come lo chiameresti se non sadismo bello e buono? Spegni i miei entusiasmi» brontola Petra fintamente affranta - con un occhio si sta già gustando lo spettacolo della luna che si riflette nel mare.
«Spengo gli entusiasmi? Dovrei prendere un estintore! Se non ne spegnessi qualcuno, vivremmo continuamente nel delirio più totale. E poi dopo queste scorribande di allegrie e mirabolanti ardori, piombi nello sconforto più nero e lì arriva il brutto», si toglie un capello dalla guancia.
Karin è una donna che forse è più facile presentare per i suoi discorsi che per le sue fattezze, perché, a voler essere del tutto sinceri, la si potrebbe confondere con una qualsiasi donna tedesca di un certo tipo, il tipo alto, capello rosso occhi troppo vicini al naso così che il viso risulta troppo largo, bocca dalle labbra alla stregua di un sottile filo d'erba, e fisico asciutto, affusolato e infinito. Petra la ama proprio per questo suo essere terribilmente spartana anche nei modi oltreché nei lineamenti. E' il suo opposto: Petra è una donna che ama lustrarsi e conciarsi per le feste ad ogni ora del giorno e soprattutto della notte. Piume, scintillii debosciati e nei posticci costituiscono l'essenza di Petra. Femminilità formato donna. Un viso magro, naso perfetto e ciglia lunghissime fanno assomigliare la sua fisionomia alle grandi dive del passato e lei, che ne è consapevole, ama imitare ora l'una ora l'altra. Marlene, quando le viene permesso e non accade così spesso, si diverte a trovare le somiglianze. Petra, se vuole, sa essere una vera balorda.

Ora ha in mano un bicchiere di champagne e tiene a braccetto Karin. «Se mi stai così attaccata come può accadermi qualcosa di magico, vatti a fare un giro. Una zecchetta sei, ecco» la assilla mordendole un orecchio. Karin con il broncio, che poi è un gioco, si allontana e va a chiacchierare con gli ospiti.
Una combriccola di mezzi artisti e scrittori, fini scenografi dediti all'alcol giorno e notte e soubrette della terza età che non hanno ancora trovato il pudore di coprire le proprie nudità cadenti. Ma Petra ama queste compagnie così debosciate e piene di vita, dando quelle feste sente di essere importante per loro. Sboccia di colori tutti suoi in mezzo ai folli.
«Marlene, portami uno scialle, che fa freddo» grida con una malvagità premeditata. La cameriera con sguardo dimesso glielo mette attorno alle spalle e la bacia sulla nuca.
«Via, via, aria!» la mortifica la padrona.
All'improvviso Petra guarda il cielo e vede una stella cadente, poi un'altra e infine un'altra ancora, tutte vanno a finire nell'acqua blu. «Forza, andiamo a fare il bagno!» grida piena di vita, e rivolta a Marlene: «Vieni anche tu, scema». Già completamente nuda, Petra si avvia saltellando come una bambina verso la spiaggia. Karin la segue e anche tutti gli altri. I corpi si perdono in mezzo alle grida sguaiate, allegre che piombano sull'acqua turbandone la quiete. Gli schiamazzi non si contano, con canti stonati e versi animaleschi che per fortuna muoiono in fretta.
All'improvviso Petra zittisce tutti. «Ho ritrovato fiducia nel destino, ho ritrovato fiducia nel destino!» strilla a tamburo battente mentre riempie Marlene e Karin di schizzi.
Karin gioisce sempre nel vederla così felice, e, per qualche attimo, riesce a dimenticare il resto; si concede alla gioia della sua amante.


Petra von Kant guarda Karin Thimm e le chiede di raccontarle un'altra volta la storia dei suoi genitori, di Rainer e Valerie, e lei la accontenta, ma prima la bacia sulle sue guance così perfette e sente un sapore di lacrime vagamente dolciastro che non dimenticherà.


Risplenderò per te - Ah, l'amore...




“Tornerà, lo dico sempre io” vai ripetendo a destra e a manca.
Come puoi dire un’idiozia simile? Lo sai che non tornerà più. Ti guardo sperare con tutta te stessa, giorno dopo giorno e anno dopo anno, ma niente: non vuoi rassegnarti.

La scritta sulla mano




Non riesco a leggerla... Me ne torno al mio posto, curiosa come una scimmia.

Sono gelosa, inutile negarlo. 

Tu dimmi un cuore ce l'hai? Humour e cornetti


...Lui tornerà, ne sono certa. Il mio dolce amore stellato mi chiamerà oggi, me lo sento.

Ci siamo conosciuti l’anno scorso, alla festa Borgo Futuro, a Ripe San Ginesio. Io vendevo la birra e lui è venuto a comprarla. Mi ha guardata con occhi da macho ed io mi sono sciolta. Durante tutta la serata non ho mai smesso di guardarlo e già bruciavo di gelosia per le ragazze che gli stavano attorno. E ogni volta che dava attenzioni alle altre bevevo una birra. Mi sono ubriacata che non capivo più niente. Però era scoccata la scintilla. Il giorno dopo mi ha chiamato e da allora non ci siamo più lasciati. Fino a quando è partito per Milano per cercare lavoro, voglio dire. Sono tre mesi che non si fa vivo, il porco. Come dice? Certo che gli voglio bene, solo che mi fa arrabbiare questo silenzio. Altrimenti perché avrei chiamato lei alla radio? Per sfogarmi, ecchediamine. La lontananza non è un problema, vedrai che il rapporto si rinsalderà… Oh certo si è rinsaldato eccome! Qui in petto si è rinsaldato, vede? No, che stupida, come può vedermi? Siamo alla radio… Comunque le garantisco che da quando viviamo questa storia a distanza ho messo su tre taglie di seno. Porto l’ottava, pensi un po’ lei. E sa perché, cara la mia dottoressa? Perché mi si è gonfiato il cuore, ormai scoppia!, ecco perché. No, non conta il fatto che abbia messo su trenta chili in tutto il corpo. E’ il cuore che comanda. Ed è gonfio di tristezza, di rancore e anche noia. Sa come passo il tempo? Mi metto sul terrazzo con una scatola di cornetti gelato. E mangio, mangio finché non ne posso più. Mi dico: vedrai che se ne mangio un altro Edoardo mi telefona. Non chiama mai, mai, il diseredato. All’inizio chiamava ogni sera, poi ogni due, ogni quattro… sono tre mesi e più. E giù cornetti. Adesso, povera me, li ho anche finiti, mannaggia-a-lei, deve passare il camion dei surgelati. No, non si arrabbi, non ce l’ho con lei, ma una povera diavola che gli scoppia il cuore di patimento cosa deve fare? Si sfoga con chi la ascolta, no? Mia madre, buonanima, lo diceva sempre: Sei figlia mia, non è giusto che la maestra si sfoghi con te, solo io posso farlo, ne ho il sacrosanto diritto. E giù botte. Ah, che brava madre è stata. E’ grazie a lei se ho la spina dorsale ben piantata. Dove?! Non faccia la spiritosa, sa? Cosa? Lei è una vera maleducata, lo sappia per i giorni a venire. La spina dorsale ce l’hai o non ce l’hai, non si perde a furia di mangiare cornetti. Che simpaticona che è. Certa gente studia studia ma resta cafona, non c’è altro da dire. Non è un medico? Ma io chiamavo per parlare con la dottoressa, quella della rubrica “Tu, dimmi un cuore ce l’hai?”, con chi sto parlando? La vecchia del piano di sotto?! Devo aver confuso i numeri… beh che vuole, almeno avrà passato un po’ il tempo. Sta sempre lì alla finestra come un condor a guardare giù in strada. Perché non me l’ha detto prima, specie di caccianaso? Non ce l’ha fatta perché vomito parole alla velocità della luce? Ma vada a farsi friggere, lei e il suo stupido gatto spelacchiato. Lei non ce l'ha, il cuore. Oh è arrivato, devo andare! Finalmente il camion dei surgelati! ​


Tu dimmi un cuore ce l'hai? #20Lines