un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

sabato 21 novembre 2015

La mia droga si chiama Delia



Delia la missionaria ha appena scoperto che, prima di partire per l’Africa abbandonando tutto e tutti, c’era qualcuno a Roma che a sua insaputa la seguiva morbosamente, uno spasimante segreto che ora sta tormentando la madre da mesi: vuole sapere dov’è andata a cacciarsi quella buona a nulla di sua figlia, tutta sorrisini e opere pie. Se prima l’amava in segreto appassionatamente e la voleva per sé, ora la odia con tutto se stesso; per di più, essendo lui un poco di buono invischiato in loschi traffici di droga e prostituzione, minaccia la madre con telefonate moleste e lettere maniache. Una sera, dopo aver aspettato che tornasse dal cinema, le è saltato addosso, facendole prendere uno spavento terribile (visto e considerato che la madre, dopo essere stata abbandonata dal marito per una modella giovane e perennemente svestita, vive sola). Che fare? Lasciare l’Africa e abbandonare così i poveri bambini che sta accudendo e che, ovviamente, si sono affezionati a lei come se fosse la loro madre? Inutile dirlo, in Africa è la missionaria più amata da tutti, sia ai vertici (le autorità locali hanno grande fiducia in lei) che nei bassifondi. È riuscita a portare alla missione anche gli ossi più duri, gli adulti scettici che prima del suo arrivo non nutrivano più speranze. Non ha più desideri carnali, sentimentali o altro, la passione per quei poveri ammalati la sazia e la rende felice e viva. E se al ritorno a Roma torna alla carica il suo fidanzato straricco figlio di un magnate della finanza tutto carriera, macchine alla moda, gel nei capelli folti, corna con chiunque? No, non può tornare... Ancora sente le parole della madre-strega che gracchia inviperita: «Come puoi lasciarti scappare un uomo così ricco e bello? Hai già trent’anni, sei al capolinea. Poi molli tutto per scappare in Africa? E i sacrifici che ho fatto per inserirti nei salotti della Roma bene, per farti conoscere, per darti un futuro solido?». 

Qui si ferma la centocinquantatreesima puntata della fiction più vista della televisione italiana, con Delia in Africa afflitta da conflitti interiori che poi così interiori non sono, dato che li ripete milioni di volte ad alta voce nella foresta africana affinché i telespettatori si immedesimino e ovviamente i nuovi fan della serie possano comprendere l’intreccio. Intanto le scene girate in Italia mostrano la madre preoccupata per le attenzioni di quel maniaco, preoccupazione che le procura anche non poca gioia per la possibilità che la figlia possa tornare dall’Africa e riprendere la vita che le aveva costruito sin da bambina. Sviolinate finali. Cosa vedrete nella prossima puntata: Delia compra un biglietto per l’Italia, con una faccia trafitta dal dolore e dal conflitto interiore. La madre intanto si vede con l’ex fidanzato di Delia, per informarlo della situazione e del possibile ritorno della figlia. Ma ci sono altri guai all’orizzonte... il maniaco, non si sa come, sembra essere venuto a conoscenza del fatto che Delia sta per tornare e se ne sta in agguato all’aeroporto, con tanto di coltello e pistola in tasca e smorfia di rabbia mista a sadica vendetta in viso. Altre sviolinate. 

Sempre sul più bello... 

sabato 31 ottobre 2015

Il palo della funivia che finì nell'Arno


Il taxi mi sta portando da qualche parte, non so bene dove, credo lungo il fiume. Almeno qui c’è il tassista che guida, e conosce le strade, i percorsi, le vie, le scorciatoie. La mia vita invece non ha mai avuto direzione, lei no. Non riesco a portarla da nessuna parte. Non conosco le strade, i percorsi, le vie e le scorciatoie che la popolano, infatti non guido. Né la macchina né la vita. Ferma, immobile al capolinea (o al blocco di partenza?). Lui corre, esperto e un tantino esibizionista. Penserà: adesso faccio colpo sulla signora. Signora! A malapena raggiungo la definizione di essere umano! Proprio Signora non mi ci sento. Ecco i suoi occhi nello specchietto, mi infastidiscono: non capisco se guarda me o le macchine dietro, insomma se cerca un diversivo o se fa solo il suo lavoro. Sosta in coda. Mi sembra di riconoscere un’amica, la saluto, mi guarda con aria interrogativa, non era lei. Per fortuna il semaforo diventa verde. Partiamo. 

venerdì 16 ottobre 2015

Le ore innevate


Cos’è quello? Un fiocco di neve? Impossibile, sarà frutto della mia immaginazione...

Angelica aspetta la neve. Da sempre. 
Ma anno dopo anno, secolo dopo secolo le speranze che quel candore copra di nuovo la sua Firenze e l’amato Arno scemano come aloni di foschia spinti oltre l’orizzonte dal vento malandrino. Non nevica più. 

lunedì 12 ottobre 2015

La strada morta


Altro tentativo.
Qualcuno riesce a sentire le mie parole?
Ehi c’è nessuno? Tutto inutile.
Nessuno si accorge più di me.

Vengo calpestata di rado e nessuno si ferma qui. Una strada morta, ecco cosa sono. La superstrada qui a fianco ruggisce, grida come una belva infuriata. Mi terrorizza. Io invece sono solo un inutile screzio al paesaggio ormai. Un avanzo di qualcosa che non so nemmeno cos’è. Nessuna utilità, nessuna funzione. Non porto da nessuna parte. 
Ah Teresa, quanto mi manchi! Per te sì che ero importante, venivi tutti i giorni a farmi compagnia, a passeggiare. Riconoscerei il tuo passo tra un milione! È una vita che non ti vedo, chissà dove sarai ora, in questo istante, anziana amica! Senza di te, le mie sono solo parole nel vento. Tu mi ascoltavi. 

mercoledì 7 ottobre 2015

Anelli mancanti


«Oh, be’, che importa, 
è questo che dico sempre, 
mi tornerà in mente, 
è questo che trovo meraviglioso, 
tutto ritorna in mente. (Pausa) 
Tutto? (Pausa) No, non tutto. (Sorride) 
No no. (Il sorriso cade) Non proprio. 
Una parte.»

Giorni felici, Samuel Beckett


Quando lascio gli occhi liberi di andare, non esitano affatto, no, vanno, non si fermano. Vengono da te e lì riposano, laidi, beati, sordidi occhi, che si attaccano a un’anima, una vita che non è più vita, anima, ma morte perpetua, sarabanda tenebrosa e occulta che attanaglia i sentimenti veri, morde il presente e lo avvelena. Sei realmente tu ciò che vedono?
Non ho più niente. Per questo sono qui, in Toscana, per vivere di te e solo di te un’ultima volta. Mi trovo a rivedere luoghi, carpire olezzi e riconoscere volti di un tempo svanito, quello che ho vissuto con te. Ormai valicato l’oltretomba – io!, non tu, sia chiaro – marcio, anzi marcisco, a passi cadenzati verso il delirio acuminato degli spasmi postumi di un amore, martirio di una donna che non ha più nerbo, orgoglio. 
Ahimè la tragedia è dietro l’angolo.

sabato 3 ottobre 2015

Il ramo e la bambina


I rami non parlano. O meglio: parlano, ma nessuno li ascolta. La nostra è una lingua a sé. Doni le tue parole al vento che dove le porterà non si sa. Come soffioni, palloncini e uccelli, il cielo sterminato(re) le inghiotte senza pietà.

Sono un ramo di pioppo. Ho raggiunto un’altezza tale che parlo, parlo e nessuno risponde.
Ah, l'altezza.

mercoledì 30 settembre 2015

Le oche



Ho tirato il collo all’ultima oca che c’era in cortile. Le oche sono animali cattivi e strani: ti guardano con il loro becco dritto, tagliente; il collo lungo e sottile le innalza al di sopra degli altri animali da cortile, e questo le fa sentire migliori di galline, anitre e polli. 
Mi ero sempre rifiutato di mangiare la carne d’oca, temevo che, avendole dentro di me, qualcosa sarebbe cambiato, avevo paura degli effetti sulle mie azioni, finché... 

sabato 12 settembre 2015

Un sognante e per nulla tragico au revoir




Marguerite, la grande diva. Stasera la vedrò in concerto, è il mio idolo. Oh non è la prima volta, questo no, ma ogni volta muoio un po’.

Ora come ora conserva poche cose dell’artista di mondo, della cantante che tutti acclamavano, i panettieri come gli intellettuali: gli uni percepivano in lei la capacità di portare fuori sentimenti troppo complicati perché li potessero esprimere loro, con le mani unte e infarinate dell’umana semplicità del quotidiano, del lavorare per tirare a campare; gli altri riconoscevano in lei una genuinità tanto sfacciata da superare ogni sentore di didascalico sentimentalismo o banale emotività popolare.

giovedì 20 agosto 2015

Tramonti quasi precoci sull'acqua calma


Il signor Miniero ogni giorno attendeva che la felicità facesse la sua apparizione, in mezzo alla folla.
Stufo di lavorare ai suoi vascelli, se ne stava alla finestra del suo studiolo e guardava fuori con interesse. Avere interesse per qualcosa era più una definizione che una casualità per lui. E ogni giorno dal mezzo buio del suo antro pieno di reminescenze e arnesi, cimeli e vecchi avanzi di memorie si metteva lì, appoggiato al vetro e potete scommetterci che trovava sempre qualcosa di magico, insondabile oppure cristallino, evidente in sé. Dopo le molteplici avventure per mari e terre sconosciute, Gianni Miniero aveva sviluppato un fiuto spiccato nel riconoscere la vita nelle sue forme, irregolarità e scherzi. Bastava un'occhiata fuori dalla finestra e subito si divertiva o si dispiaceva per qualcosa.

sabato 15 agosto 2015

Attesa funesta!



Solita scena di perfida umanità all’opera: una sala d’attesa. Nel dettaglio, si tratta dell’anticamera di un ambulatorio. Qui, trattandosi di salute, le belve sono più accanite che altrove. Di esemplari ce n’è una bella varietà oggi, tra i quali due prototipi della coppia più pericolosa esistente in natura: madre e figlia.
La prima coppia è formata da madre settantenne e figlia sulla cinquantina. Somiglianza impressionante: la seconda presto muterà nella prima, dopo che quest’ultima sarà passata a miglior vita. Sono le più potenti qui, essendo le prime. Purtroppo, non essendo arrivato il medico, non possono ancora esercitare il loro diritto, ma lo sbandierano ai quattro venti a ogni nuovo arrivato (fingono anche di dirselo tra loro di modo che i nuovi arrivati capiscano subito che aria tira... che non si pensi di scavalcarle!).

venerdì 14 agosto 2015

A lezione da Yates



15 Novembre 1992 – Ad una settimana dalla scomparsa del famoso scrittore Richard Yates, John Drake,  suo allievo e celebre romanziere, ci regala un affettuoso ricordo. 


Nell’estate del 1962 ero sicuro di avere in pugno la mia vita. Lo ricordo perché proprio stamattina ho trovato qui, nella mia vecchia camera,  dentro un cassetto, uno stupido biglietto del treno dove, in preda ad uno dei miei folli momenti, scrissi: “Sento che tutto sta cambiando, in un modo positivo, intendo. Tutto merito di Richard Yates”. 

martedì 11 agosto 2015

Black girl


Una busta rosa, proprio quello che temeva. Carly non aveva il coraggio di aprire la cassetta della posta, sapeva benissimo cosa contenesse quella lettera. Non poteva essersi smarrita?
Impossibile, il sistema elettronico architettato dal governo per lo smistamento della posta non ammetteva errori; l’ultimo caso di una lettera smarrita, nel lontanissimo 2068, finì sulle prime pagine di tutti i principali siti di informazione. O forse c’erano ancora i cartacei? Che confusione le stava provocando quando uella dannatissima lettera rosa...
Entrò in casa ignorando completamente la cassetta della posta.

sabato 8 agosto 2015

Padre e figlia


Un giorno di ottobre un uomo come tanti guardò fuori dalla finestra di casa sua.
C'era qualcosa di strano, lo sentiva. Eppure nulla era fuori posto: il glicine se ne stava immobile in fondo al giardino, il vialetto si destreggiava come meglio poteva con le violette che senza tregua gli gettavano addosso i loro petali donandogli un aspetto disordinato, sua figlia dormicchiava sull'amaca apatica e scostante più che mai dopo che qualcosa che stava leggendo dalle mani le era scivolato sull'erba. Non riusciva a capire di cosa si trattasse: sicuramente uno di quei giornaletti senza senso che in casa leggeva solo lei. Che gioventù disperata, borbottò tra i denti.

mercoledì 5 agosto 2015

La terapia delle abitudini




Rose sta arrivando a casa come sempre alle otto in punto, è andata a prendere il latte. Il lattaio glielo porterebbe volentieri a domicilio, ma lei ama terribilmente fare quel pezzo di strada la mattina presto, senza anima viva in giro: tutti al lavoro negli uffici, nei negozi e nelle fabbriche (il lavoro non manca di certo a Bursbo).
Durante il tragitto osserva tutto intorno a sé, come fosse la prima volta, e i ciottoli del marciapiede rosso si lasciano calpestare docilmente dal suo passo leggero e discreto. Nessuno si accorge più del suo sguardo curioso e ingenuo, nemmeno le magnolie che Rose vide piantare secoli prima, nemmeno i vicini che ormai la considerano un monumento di Remember Street.

giovedì 30 luglio 2015

Il profumo del ricordo


«Buonasera dottoressa».
«Buonasera Elsa. Come sta?»
«Oh sto benone».
«Mi sembra vagamente scossa».
«Sa, oggi l'ho comprato!»
«Cosa?»
«Il profumo, il profumo! Ricorda?»
Come la più scaltra tra le bugiarde di questa terra, la dottoressa tirò fuori un'espressione rilassata e giocosa e disse, ridendo: «Certo che ricordo. Allora, com'è?»
«Com'è, com'è... Un sogno diventato realtà. Da quando ne avevo sentito parlare su youtube, non facevo che pensare a lui».
«Lui?»
«Lui, lui! Il profumo! Il profumo è uomo, sa?»

lunedì 27 luglio 2015

Le stagionali motorizzate



Nunzia posò lo straccio dopo averlo strizzato a dovere, pronto per la sera. Il sospiro liberatorio che seguì segnò una fine e un inizio, la fine del turno di mezzogiorno (il pranzo) e l’inizio del suo riposo – tre ore scarse – prima del turno serale (la cena). Allora contò i suoi anni di matrimonio, venti. Che cosa sciocca. Senza pensarci si trovava a contare con la mente, contava le ore di straordinario (che mai e poi mai le sarebbero state pagate), le ore di lavoro (troppe e troppo stressanti perché passassero senza lasciar volare la mente lontano), contava i clienti dell’albergo… Insomma teneva impegnata la mente mentre con il corpo spazzava, tagliava, lavava, correva. Cosa vuoi pretendere del resto? Fai la cuoca stagionale, non lavori mica al Ministero o in un ufficio del Comune, lì sì che la situazione sarebbe rovesciata (far lavorare la mente e abbandonare il corpo a se stesso), pensò mentre si sciacquava via dalla faccia il sudore e la stanchezza accumulati.
Inutile.

sabato 25 luglio 2015

Ricredersi, illudersi ancora per una volta

Due sorelle se ne stanno sedute a terra, accanto alla vetrata che dà su un giardino molto ampio e rigoglioso. Ania si muove in continuazione, Maria resta immobile con le braccia conserte.
Ania: Che noia, questa casa.
Maria: È casa nostra, non ti azzardare a parlare così, capito?
Ania: Vietato esprimere opinioni, dunque.
Maria: Se si tratta dei tuoi eterni lamenti... Sì.
Ania: Cosa ti prende oggi? Non mi hai mai mancato di rispetto in questo modo.
Maria: Oggi è un giorno particolare, lo sai.
Ania: Ah già, me n'ero quasi dimenticata.

giovedì 9 luglio 2015

Miriam


Le rotte degli aerei disegnano nel cielo gomitoli ingarbugliati e indomabili, e chi sta sotto, benché riesca a intravvederne a malapena un misero frammento, sente quei rovi stringersi attorno al collo, al cervello, come se la gravità si annullasse e piovesse giù ogni cosa.
Tra coloro che stanno sotto a soccombere sotto il peso di quelle scie avvelenate c’è Miriam, che su nel cielo vede milioni di strade, miriadi di percorsi che potrebbe percorrere, ma lei prende sempre la stessa strada, esce da casa la mattina e viaggia sui binari fissi della sua vita terrosa di periferia.
Li vede i percorsi sconosciuti, ma rimane immobile.

giovedì 25 giugno 2015

Forse no


Cos’è per te la noia, vediamo…quella che ti sta strozzando la gola adesso? Sì, sarebbe perfetta come definizione di noia. Ma andiamo nel dettaglio! Sentire tuo padre che continua a fare i suoi movimenti striscianti in una stanza, tua madre che dorme tinca come uno stoccafisso nell’altra, tuo fratello, che sarei io, che sta per tornare per poi andarsene immediatamente dopo (del resto il decerebrato ci sta poco in casa). Tu che stai lì a scrivere al computer e ti fai schifo. Anche se cerchi di assumere la posizione dell’intellettuale, critico e cinico dalla sensibilità fuori dalla norma, che dall’alto del suo piedistallo vede tutto, pretende di non assomigliare a quei bastoni che l'hanno cresciuto (o ci hanno cresciuto) e si sente estraneo a loro fin dalla nascita, in fondo sei come loro.

Sei​ loro. Siamo loro.

Questa volta lo dirò.


Cara Mirna, 
quando leggerai queste mie righe probabilmente sarò già morto. Ho aspettato gli ultimi giorni per scriverti. La sento quasi la tua obiezione: non sono pazzo del tutto! So che questa lettera potrebbe arrivare a chiunque come a nessuno, ma la scrivo ugualmente, anzi forse con più onestà. Ah, la tua razionalità. Anche tu potresti essere morta. Allora sarà un ricordo solitario che ti arriverà per altre vie, forse. Sono su un'isola deserta, il luogo che ho cercato per tutta la vita e anche prima di trovarlo era come se su un'isola solitaria ci avessi sempre abitato.

martedì 16 giugno 2015

Le foglie non muoiono, cadono


«Mi sono innamorata di lui in sogno, difficile da credere, non è vero?» disse Leanor mentre una foglia cadeva davanti ai suoi occhi, al di là del vetro. Il cortile del solito caffè dove ci ritrovavamo noi studenti quel pomeriggio era invaso da un'atmosfera giallo ocra né chiara né scura, che era capace di trasfigurare anche i pensieri e i ricordi, le prospettive o i patimenti. Solo a quell'età capita, ho compreso in seguito. La percezione del tempo e dello spazio collassava in un fortissimo benessere interiore che mitigava e ingannava, feriva e ricuciva senza che ce ne accorgessimo.
Gli inganni di Leanor in fondo non erano tanto diversi dai nostri.

giovedì 4 giugno 2015

Allegro impetuoso con stravaganza


Ristorante sul fiume, esterno notte.
I Barogi erano seduti al tavolo migliore, uno di fronte all'altra, accanto agli Strepponi, anche loro una di fronte all'altro; donne e uomini dalla stessa parte, come sempre. I ricchi e gli arricchiti, gli artisti, i politici brulicavano senza sosta mettendo in scena lo spettacolo più prevedibile, triviale e noioso per chi guarda e allo stesso tempo più peccaminoso, allegro e folle per chi lo mette in scena: il desinare. La terrazza pareva una vecchia bomboniera a forma di gabbia di metallo arrugginito piena di omini e donnine di metallo anch'essi che ondeggiavano per effetto di una mano dispettosa. Era lui che li muoveva, il fiume, che correndo più giù, nel suo letto, di tanto in tanto sbatteva la sua sinuosa coda contro le rive come un gigantesco luccio d'argento che si agita nella notte. E chissà, forse qualcuno l'avrebbe sentito il suo canto.
La sera si stava congedando dagli ospiti in punta di piedi sulle sue scarpette d'avorio facendo l'inchino (c'erano ospiti importanti, che diamine!), mentre la notte, che aveva azionato i suoi campanelli, era già sull'uscio – il cielo – e bussava incessantemente. Le luci dentro i palazzi occhieggiavano timide, sonnecchianti com'erano dopo una giornata intera di riposo. Le acque dominavano il tempo piegandolo al loro tremolio incostante, sostituivano i minuti con un ritmo strascicato simile alla pavane. Note amaranto appena nate in una sala da concerto poco lontana non volevano morire, e continuavano ad aggrapparsi all'ossigeno, al vento leggero, mutando lo spazio in un mosaico di cristalli colorati che si incastravano a metà tra un mondo e l'altro. E il tutto assomigliava all'arte che si vede appesa nei musei, ai chiaroscuri dei romanzi ottocenteschi, alle poesie declamate in un chiostro minuscolo in fondo alle città. Eppure sulla tela, in mezzo alla folla, un occhio attentissimo avrebbe scorto uno o due dettagli che non quadravano.
«Non c'è aria» fece Moira Barogi abbassando lo sguardo sul colletto del suo vestito rosso scuro. Chissà perché si era convinta che il sudore andasse a imbrigliarsi sugli abiti, e l'idea che qualcuno potesse notare gli aloni o le goccioline che correvano all'impazzata sul collo e sulla fronte le procurava un'angoscia del diavolo. Odiava quel vestito, non era il suo genere. Avrebbe voluto essere una di quelle donne sprezzanti e fiere, piene di amor proprio e sfacciataggine; invece, nonostante una bellezza rigogliosa e innegabile, si sentiva niente e abbassava lo sguardo quando la osservavano. La sua compare Annetta Strepponi, al contrario, benché ostentasse un cattivo gusto e una volgarità innegabili anch'essi, piena com'era di fronzoli fuori e dentro di sé, si sentiva una dea e come tale esigeva di essere trattata. Ci vorrebbe il carattere di una e l'aspetto dell'altra, pensò. Sorrise. Corse il rischio di scoppiare a ridere senza ritegno: Annetta agitava il suo ventaglio nero come un'ossessa. Anche lei è nervosa, eccome se lo è, pensò Moira.
«Infatti. C'è troppa gente qui» rispose quella quasi colpendosi il naso prominente con una ventagliata.
I mariti si godevano lo spettacolo del fiume (e delle mogli) discutendo del più e del meno, lasciando sospesi nell'aria frasi a metà, sospiri e ritornelli come sono soliti fare gli uomini. Sono più bravi a mascherare il terrore per natura.
«Stai bevendo un po' troppo, non vorrai mandare tutto a puttane» fece Lorenzo, il marito di Moira rivolto alla moglie.
«Hai ragione» rispose distratta quella.
Era vero, sentiva un piccolo nucleo di letizia che andava schiudendosi in lei mano a mano che trangugiava un bicchiere di vino dopo l'altro; non sapeva se nell'animo o nella mente, fatto sta che sentiva una membrana collosa liquefarsi, come un fascio di catene, serpenti e artifizi mollare la presa sul suo essere. Era la paura. D'un tratto si accorse che non pensava più al sudore, allo sguardo degli altri, al piano. Divino.
Il gruppetto attendeva qualcosa, non vi era dubbio; però quell'attesa indolente li saziava, se l'erano cucita addosso, tanto che c'era qualcuno che non lo diceva, ma aveva voglia di fare di testa sua. No, non era Moira coi suoi ardori, Lorenzo col suo sguardo imbronciato e nemmeno Annetta con le sue caldane; era il quarto elemento: Giorgio, l'altro marito. Si era gustato l'antipasto di pesce e i tagliolini, l'atmosfera, il basso continuo delle acque, la sera chiara che andava morendo... ma ora non ne poteva più. Ma il fato decise per lui. Come quando stai per fuggire da un appuntamento importante, ma poi un attimo prima di andartene arriva la persona che stai aspettando e ormai è troppo tardi per cambiare il corso degli eventi, lui arrivò e Giorgio capì che non c'era più tempo per ritirare gli ormeggi.
«Eccolo» disse Annetta tra i denti.
Vladimir Horowitz il grande pianista fece il suo ingresso sulla terrazza e i soldatini lo accolsero con una standing ovation e un lungo, vigoroso applauso. Aveva finito di suonare da un'ora o poco più. Infatti la terrazza si era riempita più o meno verso le dieci. Erano stati tutti al concerto. A parte loro quattro, che non erano riusciti a comprare i biglietti. Per colpa dei porci mafiosi, aveva scritto Lorenzo a Giorgio in una lettera.
Il pianista allargò le mani e annuì con la testa, poi si sedette (ma non attaccò a suonare alcunché). Aveva ottantadue anni e ancora suonava come un Dio. Quella sera il programma comprendeva gli Studi op. 42 di Skrjabin, le Soirées de Vienne n. 6 e 7 di Liszt - Schubert, la Sonata op. 101 di Beethoven, la Kreisleriana di Schumann. Era stato un successo oltre ogni aspettativa; nessuno immaginava un ritorno così folgorante dopo due lunghi anni di pausa (si dice perché bevesse) e a quell'età. Non si era risparmiato: aveva fatto cinque bis, prima di ritirarsi coi segni di una evidente stanchezza sul viso e sulle gambe traballanti.
Il maestro era al tavolo con altre tre persone: un uomo che doveva essere l'assistente più due donne non meglio identificate (se si eccettua il cappello di piume di una e i seni prosperosi dell'altra).
«Non avremo più occasioni per sentirlo dal vivo, e tantomeno Bruno» sbottò Lorenzo rimettendosi a sedere.
«Questo è certo» concordò Giorgio.
«Come la Melato, non sono riuscita a comprare i biglietti per quell'ultimo spettacolo da Ibsen» commentò affranta Moira.
«Ordina un'altra bottiglia, se no che stiamo a fare qui?» gracchiò Annetta.
Il fiume prese a scuotersi più in fretta, forse come per applaudire anche lui all'artista o perché aveva visto il futuro, chissà. Qualcuno lo udì.
«Sst! Silenzio» gridò Moira facendo girare le persone degli altri tavoli.
«Che ti prende, scimunita?»
«Il fiume mi sta parlando.»
«Cosa? Ci mancava anche questa. Si è ammattita» fece Lorenzo.
«Sst, ho detto! Ha detto che stiamo sbagliando tutto, che il Signor Pianista è un uomo buono, che ama la musica e la gente come noi.»
«Non eri di questo parere dopo aver visto Bruno piangere perché non siamo riusciti a comprare i biglietti. La gente povera come noi la vogliono fare crepare.»
«Lo so, ma la musica è la madre di tutti, ci saranno altre occasioni, mi dice il fiume. Guardatevi, guardiamoci. Ci siamo fatti prestare questi vestiti balordi, abbiamo speso i nostri soldi per questo cibo sciapo... siamo gente perbene, cosa ci è preso? Lorenzo, guardati, fai paura. Tu, Annetta, sembri una vecchia con quel vestito...»
«Benissimo, non possiamo contare su di lei» constatò Annetta provando a sventolare un po' il suo ventaglio sul viso dell'amica.
«Andiamo avanti noi. Siamo decisi, no?»
«Sì» fece il coro dei banditi.
«Lo spirito del fiume, il grosso luccio d'argento, dice che siamo dei mostri.»
«Tu resta con lei, facciamo tutto noi.»

Era passata un'ora e lo scenario era decisamente cambiato. Le luci, i campanelli, le note nell'aria... tutto finito. Solo l'acqua continuava a dare il tempo con il suo scorrere incessante. Cinque persone camminavano senza parlare formando un aquilone che avanzava lento nel buio annerito del lungofiume. Uno avanti, due dietro e la quarta e la quinta a chiudere la coda. Come sempre: uomini davanti e donne dietro. La prima e la seconda fila erano unite dalla canna di un fucile.
«Non va bene. Non si fa. Guarda che meraviglia il fiume» bisbigliava Moira, l'ultima.
«Statti zitta, eravamo d'accordo. Lo uccideremo» rispose Annetta, la penultima.
«Come ho fatto a sposarti?» chiese a se stessa Moira.
L'anziano pianista camminava a fatica in mezzo alle sterpaglie e inciampava continuamente, mentre piangeva. Ormai taceva, si era rassegnato. Il tentativo di salvarsi con le parole era già venuto e non aveva riscosso alcun successo.
«Cosa ho fatto?» aveva chiesto.
«Ha dato la maggior parte dei biglietti ai mafiosi.»
«Chi sarebbero i mafiosi?» chiese quello nel suo italiano zoppicante ma corretto.
«Quelli che allontanano l'arte dalla gente come noi, dal popolo. I politici, i potenti, gli imprenditori, i ruffiani. Non ci sono biglietti per i poveri diavoli.»
«Io non so niente...»
«Nostro figlio voleva sentirla suonare più di ogni cosa al mondo, va a scuola di piano, sa?» fece Lorenzo.
«Io voglio incontrare il vostro piccolo, se volete» supplicò il vecchio in preda a un eccesso di volontà mentre tentava senza riuscirci di pulirsi il naso con il cappotto. Aveva le sue benedette mani legate dietro la schiena.
«Troppo tardi» chiosò Giorgio spingendo il fucile più forte sulla schiena del vecchio.
«Mi resta poco da vivere, lasciatemi andare.»
«Lasciamolo andare, poveretto, non sentite come ansima? Morirà di crepacuore. Lo spirito del fiume ci punirà...» supplicò Moira, in lacrime anche lei.
«Taci» sbuffò Annetta schiaffeggiandola.
Arrivati in un punto in cui non c'era più nessun rumore, la città era lontana e i suoi occhi, le sue orecchie pure, si fermarono.
«Ci siamo» sentenziò Giorgio a mo' di prematuro epitaffio.
«No!» gridò con tutte le sue forze Moira scagliandosi addosso a Giorgio.
Prese il fucile e sparò tre volte.


Il vecchio e la pazza camminavano l'uno accanto all'altro, lungo le rive del fiume, lentamente.
«Perché mi ha salvato?»
«Ho parlato col fiume.»
Silenzio.
«E poi lei assomiglia a mio padre.»
«Come si chiama il fiume?»
«Non ricordo, signore, la testa non risponde.»
«Queste acque mi ricordano l'attacco della Sonata n. 5 di Skrjabin. La inciderò e gliela dedicherò.»
«Grazie. Cosa c'è scritto all'inizio?»
«"Allegro. Impetuoso. Con stravaganza".»


«Allora la dedichi al fiume.»

lunedì 1 giugno 2015

La sarabanda di Arno J. Gould


Arno J. Gould cammina per una strada qualunque di Charlottetown. Conosce talmente bene le vie della sua città che nella mente sono un tutt’uno ormai. Passeggia per i viali alberati della periferia con i suoi occhiali scuri e il cappello in testa, lento, a ritmo di sarabanda. Pochi lo notano. Non è uno di quelli che fa tante piccole soste a parlare con i vicini, il massimo sforzo che concede al mondo è un palmo alzato che poi torna subito giù dentro l’altro, dietro la schiena.

giovedì 28 maggio 2015

Anguille



Maria corse rapida in mezzo alla folla che circondava la bancarella. Doveva comprarsi quella maglia nera che se ne stava appesa sola soletta al tendone, ne aveva bisogno, la sua vecchia e affezionata maglia nera infatti a giorni avrebbe compiuto dieci anni, era ora di buttarla. Ricordava il giorno esatto nel quale sua madre gliel’aveva regalata: il quattro gennaio, il giorno del suo compleanno. La madre le si era avvicinata senza dare nell’occhio dicendole: «Prendi questa maglia, me l’ha regalata Renata, la moglie di tuo fratello Giovanni, che smidollata! Come può entrarmi una 44? Peso novanta chili!».

Così da quel lontano giorno la maglia nera era entrata nel suo equipaggiamento, nella sua divisa quotidiana. Non se la toglieva mai di dosso, e dopo la morte della madre era diventata un ponte tra loro, tra i vivi e i morti. «Mi sembra che sia qui, accanto a me, come quel giorno» ripeteva Maria a suo marito ogni volta che le diceva di disfarsene. Chissà perché ci si affeziona a qualcosa di inanimato, che non parla, non sorride, non allevia il dolore…
E in quel momento, mentre si apprestava a decretare la morte di quel capo consunto - stava prendendo i soldi dalla borsa, con la maglia nuova già attaccata al braccio dentro una busta - vide la madre in mezzo alla folla.
Si bloccò, immobile come una statua di gesso. Il commerciante le chiese cosa le stesse accadendo. Lei non rispose, lasciò cadere la busta con il nuovo acquisto e corse verso la madre. Ma era sgusciata via come un’anguilla.
Hai le allucinazioni. Sei una stupida visionaria.
Continuò il suo giro per il mercato, sperando di incontrare la vecchia madre, aveva voglia di chiederle come fosse l’aldilà, se vivere fosse difficoltoso come nell’aldiquà, se avesse ritrovato i suoi parenti, se le mancassero i suoi figli.
Se era valsa la pena di vivere.
«Maria, come va?» cinguettò Ramona, la sua vicina, andando ad appollaiarsi sul ramo, accanto ai suoi deliri. Era vestita come sempre con quegli abiti spartani e poco alla moda.
«Pensa che ho visto mia madre, era là tra la folla!» rispose troppo incredula e felice perché riuscisse a fingere e inventare una risposta qualsiasi.
«Tua madre? Non è morta da otto anni?» chiese docilmente Ramona, come se la cosa non la sconvolgesse più di tanto.
«Sì, ma ogni tanto ci sentiamo».
«Vi sentite?».
«Sì, mi chiama e mi dice quello che fa».
«Ti chiama? Dall’aldilà?».
«Certo! Tua nonna Gertrude non ti chiama mai?».
«No, a dire il vero no!».
«Non avete mai avuto un bel rapporto, ognuno semina ciò che raccoglie».
«Vuoi dire raccoglie ciò che semina…».
«Perché, che ho detto?».
«E cosa ti dice tua madre?».
«Mi dice che le manchiamo e che tutto sommato anche là ha il suo bel daffare, sai accudire i suoi familiari… ormai sono più di là che di qua, sono morti tutti!».
«Certo, ovvio. Come vorrei che anche mia madre mi chiamasse…».
«Su, su, basta con queste lagne, devo andare, voglio beccare mia madre prima che riprenda il treno, ha sempre una fretta quella quando viene in visita!».
«Il treno?».
«Non pretenderai che venga a piedi, da così distante!».
«Perché sta molto lontano?».
«Ti sei rimbambita Ramona? Dall’aldilà sono milioni di chilometri. Mi sembri un po’ fuori di testa oggi!».
«Che sciocca, hai ragione…».
«Scappo, ciao riguardati».
Se si accorge che stavo per buttare quella maglia che mi aveva regalato, mi lincia! Forse mi ha preceduta e mi aspetta a casa.
A quel punto, mentre si apprestava a comprare due chili di cavoli, vide due metri più in là sua zia Gegia.
«Zia! Aspettami!». Il suo piatto preferito erano sempre stati i cavoli al forno. Ancora ricordava l’odore pungente e sgradevole della sua casa, impregnata ormai di cavoli, tante erano le volte che li aveva cotti in vita. Pagò in fretta e furia e cercò di raggiungerla, ma nulla, era schizzata via: un’altra anguilla.
«Nessuno vuole parlare con me, oggi! Scappano tutti!» esclamò dispiaciuta. Forse anche lei mi aspetta a casa, le cucinerò i cavoli!
«Ramona, ancora tu! Da dove salti fuori? Tutte anguille questa mattina… Tu però non sgusci via!»
«Anguille?»
«No, riflettevo tra me e me. Ho appena intravisto mia zia Gegia, quanto tempo che non la vedevo!» soggiunse affiancandosi alla vicina con aria sognante.
«Era sul treno con tua madre?»
«Certo. Non le piace viaggiare da sola, poi tutte quelle ore…»
«Ma vengono tutti a trovarti oggi i tuoi parenti? Da me non è mai venuto nessuno!» commentò Ramona, dispiaciuta.
«Le cucinerò i cavoli, ricordi quanto le piacevano?»
«Come potrei essermelo dimenticato? Emana sempre quella puzza di marcio…»
«Emanava vuoi dire! Non essere maleducata, cara!»
«Scusa, non volevo risultare offensiva».
«Adesso vado, finisco il giro e scappo, la zia e mia madre mi aspettano a casa per pranzo!»
«Vai vai, è da prima che dici che devi andare e sei ancora qui!»
Maria fulminò l’amica con un’occhiata laser e si avviò, con l’intento di andare a casa prima possibile.
Oddio devo andare a ritirare gli occhiali di Rita!, pensò mentre si infilava nel negozio di ottica.
«Buongiorno, devo ritirare gli occhiali di mia figlia, si ricorda?»
«Certo» disse la commessa uscendo di scena per un attimo.
Maria si guardò allo specchio, non aveva un bell’aspetto.
«Non è possibile!» gridò ad alta voce facendo girare tutti i clienti dell’ottico. «Vincenza, cosa ci fai qui?» proseguì rivolta alla cugina che la guardava sorridendo dallo specchio. Si girò, ma Vinny era scomparsa, le anguille erano davvero la sua dannazione quel giorno. Forse era venuta a ritirare qualcosa anche lei, era sempre stata miope e aveva una fissazione per gli occhiali, li cambiava spessissimo.
«Ecco i suoi occhiali signora» fece la commessa dopo essere tornata. Maria era decisamente fuori di sé, non prese nemmeno il resto dopo aver pagato! La vista le si stava annebbiando. Riuscirò mai a tornare a casa mia?, si disperò mentre usciva.
Fuori dal negozio incrociò Ramona per l’ennesima volta.
«Che brutto vizio che hai, dici che vai a casa e invece ti ripesco sempre qua in giro, sei una vagabonda!» proruppe ridendo la vicina.
«Già, hai ragione. Certo che anche tu… sei sempre tra i piedi! Appari e scompari… Sai non mi sento tanto bene…»
«In effetti hai una brutta cera, Maria. Sai chi ho incontrato proprio ora?»
«Mia cugina Vincenza? L’ho vista dentro l’ottica!»
«No, cosa vai blaterando? Non dirmi che anche lei è venuta a trovarti…»
«Sì, era nel negozio ma poi è scomparsa… Comparite e scappate tutti come anguille!»
«Ancora con queste anguille? Ho incontrato mia madre Gemma. Erano anni che non la vedevo, che commozione! Una giornata piena di incontri per tutte e due».
«Come dici? Sono stata da lei ieri, stava benone. È così tanto tempo che non la vedi?»
«Non la vedevo da esattamente cinque anni.»
«Cinque anni? Non vi siete viste per Natale?»
«No.»
«Impossibile… Perché?»
«Perché sono morta. Non ti ricordi quel brutto incidente?»
«Morta? Ramona… Non è possibile, è tutta la mattina che ti incontro al mercato!»
«Appunto, sei morta anche tu.»
«Io sono viva!»
«Fino a due ore fa. Adesso sei morta come me, e come mia madre, che ha avuto un infarto da appena cinque minuti, non ha retto il colpo di vederti morta stecchita a terra. Ti ha trovata in cucina, avevi due anguille ancora vive nel lavabo, era venuta a chiederti un po’ di sale. Sai che distratta che è, si dimentica sempre di comprare qualcosa! Vista l’età è comprensibile, aveva novant’anni!»
«Devo andare a casa. Ci sono mia madre, mia zia, mia cugina che mi aspettano per il pranzo…»
«Certo. Vieni con me, ti indico io la via. Per questo mi hai ritrovata questa mattina d’inverno, sono la tua guida».
Maria pianse come mai aveva pianto in vita. Com’era possibile che fosse morta? Aveva ancora anni e anni davanti a sé, morire a quarant’anni… E Rita? Poverina, dieci anni e già orfana di madre… Non aveva più i suoi occhiali nuovi con sé… La piccola ne ha bisogno, chi andrà a prenderli? Sicuramente suo marito se ne sarebbe dimenticato, era così sbadato! Come avrebbero fatto senza di lei? E il pranzo? Chi avrebbe trovato la sua bambina al ritorno da scuola? Che tragedia! Perché era morta? Cosa aveva fatto di sbagliato? Le sembrava così reale quella mattinata al mercato… Tutto era cominciato con quelle stupide anguille, che comparivano continuamente… poi sua madre, Ramona, la zia Gegia, Vinny… Un turbine di vento lieve ma gelido colpì il suo viso, e non fece in tempo a rendersene conto che scomparvero docilmente il mercato – unico diversivo nella sua vita di tutti i giorni, le vie del suo paese che ormai conosceva come le sue stupide tasche, i marciapiedi che aveva calpestato per anni, i portici che tante volte l’avevano riparata dagli acquazzoni, i mattoni, le porte, le insegne, le strisce pedonali, il cielo, i vivi… Tutto si dissolse dietro di lei.

Ramona la baciò, la prese sottobraccio e lentamente la guidò nell’aldilà, a casa, a pranzare con i suoi cari. Quel puzzo soffocante di cavoli mi pare già di sentirlo, cucina la zia Gegia!, esclamò la vicina ridendo.

martedì 19 maggio 2015

Il cielo non è più con noi





Ah che letizia sento crescere in me, non è vero?

Fino a pochi minuti fa stavamo camminando l'uno al fianco dell'altro sul lungomare. Lui: Bruno, io: Dora. Voi: estranei. Ci guardate appena e sentenziate: "Che persone insignificanti". Ve lo leggo negli occhi, come faceva quella vecchia canzone? Cantala, Bruno, cantala. Bravo, hai sempre avuto una gran bella voce.
Avete ragione: siamo esseri insignificanti, di quelli che si confondono tanto si somigliano l'uno all'altro. Ma due vite messe una sull'altra a casaccio non sono forse qualcosa da comprendere, da collocare? Anzi, riformulo la domanda: due vite non sono forse qualcosa? Per questo ci siamo fermati su una panchina del lungomare a raccontare: per solleticare il mondo coi nostri pensieri. Alcuni si fermano, ascoltano (visto Bruno?). Vi ringrazio, cari. Altri corrono via persi dentro le loro bolle d'acciaio. Come non scusarli? Ogni anima ha i suoi affanni, non fa una piega quest'affermazione.

Signori!

lunedì 11 maggio 2015

Sono io mio padre


Domani è il tuo primo giorno di scuola. Mi commuovono gli inizi, da sempre. Mi sono commosso quando sei nato, quando hai iniziato a camminare, a parlare... Ora la scuola. Ti parlo e tu mi ascolti, sei un bimbo riflessivo ed educato, ma non puoi capire fino in fondo cosa accadrà domani. Perché si è incoscienti, e solo a rivivere le esperienze negli occhi degli altri si comprende fino in fondo cosa ha significato la stessa esperienza per te. Almeno credo sia così. Stai per addormentarti, ma continui ad ascoltarmi, sei un bravo figliolo, te lo voglio dire.

sabato 2 maggio 2015

Ciao Virna



«Signora quando ha capito che avrebbe fatto l'attrice?» chiese timidamente l'intervistatrice. Si era trovata bloccata su un treno con una delle più grandi attrici italiane, quale occasione migliore?
«Con chi crede di avere a che fare? L'attrice? Io volevo fare la moglie, la madre, poi è venuto questo lavoro che mi ha dato molte gioie, ma io sono una persona come tante. Noiosa, felice, scontenta, annoiata, superata.»
«E cosa ha significato per lei allora questa carriera?»

«Mi ha dato tanto le sto dicendo, anche se non ci ho mai creduto sul serio», ride, «sembrerò presuntuosa o forse un po' matta, ma è così: ogni film era un regalo, una sorpresa, non mi aspettavo nulla. Mi aspettavo o meglio speravo che i miei figli andassero bene a scuola, che avessero degli amici, che fossero felici, che mio marito non si sentisse schiacciato da questa orda di ridicoli e odiosi scribacchini che non aspettano altro che farti a pezzi... Senza offesa, eh? Perché se si fosse stancato di me e mi avesse lasciato, io come avrei fatto? »
«Allora perché ha continuato a farli i film se non li voleva fare?» si spazientì l'intervistatrice.
«Vede che non mi capisce? Nessuno mi capisce. Per voi a volte sono una persona ingrata, altre altezzosa, superficiale, scaramantica... Mi cercavano perché forse qualcosa da dire ce l'avevo e ce l'ho, ma io l'attrice... ha presente le attrici di oggi? O anche quelle di ieri? Ecco: ciò che significa per voi "attrice" non mi corrisponde! Io non faccio capricci sul set, non mi arrabbio se mi costringono ad alzarmi presto, se devo farmi trovare a mezzanotte in Piazza del Popolo a Roma per un minuto di pellicola, non chiedo le rose gialle e solo gialle in camerino, non me ne frega niente se sono seduta dietro a Gina Lollobrigida invece che davanti o sopra o sotto, non chiedo mai nulla che non reputi di essermi guadagnata o che mi sia necessario. Io ho esigenze molto normali. Sono una donna normale. Come mi vedete sullo schermo. Né più né meno. Quella sono io. Capito? Tutto il resto sono solo piccole e grandi bugie che si ha voglia di raccontare perché magari c'è un vuoto da qualche parte, o in qualche testaccia, e va riempito. Guai a tenerseli, i vuoti. Io, i miei, me li coccolo la sera davanti al fuoco, con mio marito» e rise di nuovo.
«Quali vuoti?»
«E pensa che glieli venga a dire a lei?» e continuò a ridere.
«Ho capito. Ride spesso, lei» constatò la ragazzotta che mano a mano che l'attrice parlava si sentiva sempre più piccola, e un po' provinciale.
«Rido? Certo che rido. Cosa c'è qualcosa da prendere sul serio? Chiaro, quando accadono cose brutte, le morti, il dolore, lì è difficile... ma tutto il resto si combatte con una risata. Anzi, mi correggo: io lo combatto con una risata. A me di quello che fanno gli altri, non mi interessa nulla. Io ho le mie strategie di sopravvivenza e me le tengo strette.»
«Ci saranno però dei ruoli che le sono rimasti nel cuore, o no?»
«Sì, eccome. Ce ne sono tanti. Ho amato, nonostante i critici storcano il naso (ma chi li conosce 'sti critici? si dice 'i critici', ma chi sono?), il mio ruolo in "Sapore di mare" per esempio. Questa noia borghese, questo volersi sentire ancora giovane per una donna non più giovane, ancora amata... mi commosse quando lessi il copione e dissi di sì. Non mi appartengono questi patimenti, non troppo diciamo (forse in certi giorni, ma questa è un'altra storia!), ma li comprendo, io posso fare uscire da questa bocca solo ciò che condivido o che capisco in qualche modo, il resto lo lascio alle altre.»
«Le colleghe. Chi ha amato tra le sue colleghe?»
«Tante, lo sa? Ho amato tantissimo Monica Vitti, Mariangela Melato, Anna Magnani... perché nonostante abbia avuto la fortuna di conoscerle di persona, io le guardavo come le avrebbe guardate quella bimba che andava al cinema del paese e si sentiva piccola... mi sentivo niente accanto a loro, una spettatrice adorante e minuscola al loro cospetto.»
«Quanta modestia...»
«Lo vede? Parliamo lingue diverse io e lei. Non è modestia, è verità. Io sono così. Ma questa moda di vedere sempre il marcio dietro tutto... è di questi tempi... non mi ci abituerò mai. Mai.»
«Cioè?»
«Cioè che l'altro giorno prendo in mano una rivista e in copertina leggo: "Finalmente l'attrice Taldeitali parla delle foto rubate mentre faceva questo e quell'altro col fidanzato, quelle che hai visto anche tu", rivolgendosi a tutti. Io? Come ci si può permettere di scrivere una cosa del genere? Io quelle foto non le ho viste. Che cosa ignobile. Scommetto che ce ne sono tante di persone che come me quelle foto non le hanno viste e che si sentiranno offese. Voglio dire: persone che avendone avuto la possibilità si sono rifiutate di guardarle. Che indecenza.»
«Guardi, Ancona...»
«Ah devo scendere! Ho dei parenti da andare a trovare. Ci sono nata qui, sa? Si torna sempre dove si è nati, prima o poi. Non che conti poi tanto la geografia, però il posto in cui si è nati...»
«La ringrazio infinitamente per la chiacchierata e le faccio i miei più cari auguri di buon natale.»
«Anche a lei, quest'anno il mio sarà un Natale diverso, sa? Tanti auguri a lei e alla sua famiglia», c'era una lacrima in quegli occhi stupendi. Scese dal treno e si incamminò verso casa.


Ciao Virna.