un Blog di Gabriele Cecchini


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venerdì 8 novembre 2013

Il mio "amore" per La pianista (libro e film)





"Walter, io non ho sentimenti, e anche se ne avessi per un giorno non prevarranno mai sulla mia intelligenza" (dal film)

Il primo incontro con La pianista (il film). All'Odeon di Bologna una domenica autunnale di quelle che a chiudersi nei cinema a guardare un film francese ci si sente così esistenzialisti e pieni di pacatezza d'animo, si lasciano le noiosissime quotidianità e ci si lancia in quelle atmosfere soffuse, impomatate. Chabrol, Leconte, Resnais, Lelouch, persino Rohmer, Pialat possono fare al caso nostro. Entri nella sala che è giorno ancora per poco ed esci che è buio pesto, e stai così bene con te stesso...

Non è stato così in quell'occasione perché: per prima cosa La pianista, nonostante sia popolato da attori (meravigliosi) francesi, è "macchiato" dalla regia austriaca di Haneke, che promette tuoni fulmini e saette solo con quel cognome duro, secco; seconda cosa, non si tratta di un melodramma alla Douglas Sirk dove l'eroina si barcamena tra una Romanza senza parole suonata al pianoforte con gli occhi lucidi e un bacio appassionato all'amato che non la ricambia nascondendo al mondo intero la malattia che la sta lacerando internamente; terzo, il film in questione non è uno di quei film che sussurrano verità anche scomode lasciandoti comunque la serenità della tua vita che ti aspetta sull'uscio del cinema. La pianista, se non ti disgusta e resisti, ti porta a pensare universi inesplorati di atrocità, che suonano strambi, indecenti. In questo forse sta la grandezza della storia e del film: illuminare una vita che è tutt'altro che sfavillante... no, c'è molto di più.
Io sapevo a cosa sarei andato incontro (avevo letto interviste, recensioni ecc.), ma le frotte di signorone imparruccate e stuccate alla perfezione no! Così vedevi gli occhi che si alzavano, le teste che si muovevano convulsamente e un parlottare infastidito dal quale emerse un cordiale e misurato: "Che cazzo di film è?"

Io uscii dal cinema innamorato di quel film e di quel personaggio. Sentii come una coltellata (la stessa del finale) in quella ricerca circolare di farsi del male per stare bene, ma poi il bene non lo vuoi perché non te lo puoi meritare, non lo conosci in fondo, non sai gestirlo, abituato come sei al lerciume di una vita piccola e gretta. Pensi che è pazza e però sembra "normale", quante persone ci sono così? Da lì mi convinsi che leggere il libro era il minimo che si potesse fare, con una storia così tragica e un personaggio così sfaccettato.
E lì mi si aprirono altri dieci, cento mondi su La pianista e l'universo che genera. Perché, se il film potrebbe essere vagamente fastidioso nel mostrare l'interno di una vita che non interessa a nessuno, il libro lo è ancora di più. Nel libro entri dentro le teste dei personaggi, vivi un fiume di presente e passato che è ancora presente (quindi viene raccontato al presente) perché non c'è sviluppo, evoluzione, ogni cosa è immobile, immutabile. Ti sporchi le mani col sudiciume che attraversa Erika ogni sera per andare al peep show o nel parco popolato dai derelitti della città. Lei si appoggia allo stipite delle vite altrui e guarda, annusa, ma non imita, no, Erika non sa vivere, non sa godersi nulla. La madre è il perno dove lei, meccanismo ben oliato per l'eternità, ruota senza via d'uscita. Poi arriva uno studente che si fa venire l'ossessione per lei e il suo patrimonio di cultura pianistica e musicale. Lei lo respinge, ovviamente, ma poi si lascia lambire dal pensiero che forse potrebbe anche lei essere amata. Ma lei l'unico modo che conosce per poterlo fare è farsi brutalizzare, farsi oggetto per lui. Così la madre l'ha amata, questo è l'unico amore che conosce. Allora capisci veramente chi è il folle della storia. Non Erika, che subisce da una vita e cerca solo di essere amata (a modo suo, come si diceva), ma lui, che ferito nel suo amor proprio di maschio la violenta e la maltratta. 
Insomma, il mio pensiero è che di "folli" ce ne sono molti di più a piede libero e coperti da substrati di buone maniere e perfette esistenze (quelli che il disagio non lo sentono nemmeno, ma lo buttano addosso agli altri).

Inutile dire che il personaggio di Rita Riboldi nel mio romanzo, benché differente sotto molti aspetti, è figlio della Erika Kohut de La pianista. 

"Erika è un insetto imprigionato nell'ambra, senza tempo, senza età. 
Non ha storia e non fa neppure storie. Da lungo tempo questo insetto 
ha perduto ogni capacità di muoversi strisciando. Erika viene cotta 
ben bene nello stampo dell'eternità". 

Elfriede Jelinek, La Pianista. 
[pag. 14 - Einaudi, 2005]


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