un Blog di Gabriele Cecchini


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giovedì 21 novembre 2013

Come se non mi avessi mai visto prima - Con occhi... assassini (terza parte)


Ma tutte le cose belle durano poco, questo pensai quella mattina di novembre. Mi ero svegliata di buon umore, e avevo deciso di andarmene in giro per negozi da sola; se solo mia figlia avesse saputo che stavo uscendo per negozi senza di lei e soprattutto senza il suo buon gusto, mi avrebbe sicuramente impedito di farlo e si sarebbe precipitata a prendermi. E così avrei trascorso la solita mattinata stressante, correndole dietro nei negozi dei suoi amici, a comprare vestiti che piacciono a lei (nonostante li debba pagare io); dopo, a casa, mi sarei sentita stupida e codarda per non averla messa in riga... Che incubo! Spesso mi chiedo: Dove ho sbagliato? Avrei bisogno di un po’ di complicità, ma l’unica cosa che sa fare è dare ordini, in questo è regina! Un generale, ecco cos’è... ma torniamo a noi. Insomma avevo deciso di trascorrere una mattina tranquilla, quando squillò il telefono. Era lui.

Mi disse luogo e ora, come sempre, ma quella mattina aggiunse: «Muoviti, perché dopo devo andare a pranzo con Tiziana e ho poco tempo».
Dissi di sì, ma dopo aver riattaccato mi prese una strana paranoia. Tutti i pensieri sembravano dirmi: Non andare. Non aveva mai nominato l’altra sua vita in quelle telefonate, e la cosa m’infastidì alquanto. Era come se la pellicola si fosse inceppata, e la frenesia dell’incontro non scattava. Non che fossi gelosa, questo no, come potevo essere gelosa nella mia situazione? La nostra era solo una storia di sesso mascherata da un po’ di romanticismo. Ma in quel momento fu come se tutto il mistero fosse finito, come se avessi urtato contro qualcosa. Non sapevo cosa fare: Non andare? No, non potevo essere così codarda. Richiamarlo inventando una scusa? No, dovevo chiudere quella stupida sceneggiata. Navigavo ansiosa tra i miei dubbi, quando un pensiero si materializzò chiaro nella mia mente, e non potei respingerlo. Lasciai correre la fantasia, mentre mi cambiavo per assumere un’identità che non avevo mai assunto: quella dell’assassina.
Architettai tutto alla perfezione, e niente mi avrebbe fatto rimpiangere la gita per negozi che era in programma. Invece di andare nel luogo che mi aveva indicato, lo precedetti, e mi piazzai fuori dal suo ufficio. Mi stesi in macchina finché non lo vidi uscire. Salì nella sua auto e partì. Lo seguii. Lui non si accorse di me, anche perché c’era molto traffico. Giunti in periferia, mi notò, come avevo previsto. A un certo punto gli lampeggiai e ci fermammo sul bordo della strada. Chissà che storia si sarà inventato quell’idiota, pensai. Negli ultimi tempi inventava assurdità sempre più strampalate. Una guardia del corpo del Papa! Dico io, ma come ti può venire in mente una cosa del genere? Ci voleva un taglio netto, non lo sopportavo più.
Come lo vidi avvicinarsi con quei due occhi stanchi lo avrei picchiato sul momento, ma mi trattenni, e recitai la mia parte.
«Mi scusi, ma credo di avere bucato. Lei è pratico?».
«Sì, certo. La aiuto volentieri. Mi chiamo Palmiro».
Sta al gioco, il coglione. Palmiro, che nome assurdo si è scelto!
«Piacere, sono la sua assassina».
Senza pensarci troppo gli diedi uno spintone con tutta la forza che avevo in corpo. Agitò le braccia, come ali, e in un attimo precipitò nel burrone. Salii in auto e me ne tornai a casa.
Ah, se non fosse stato per quell’accendino maledetto... Un accendino a forma di cuore, con su scritto “Pasquina” (il mio nome) con delle pietruzze colorate; me l’aveva regalato tanti anni prima mio marito. Maledetto imbecille, è riuscito a incastrarmi un’altra volta! Doveva cadermi proprio lì, dico io? Non poteva cadermi a casa? Il destino è proprio crudele... Se non fosse stato per quell’accendino, dicevo, adesso non sarei qui, dentro questa cella stretta e puzzolente. Almeno non c’è mia figlia a dare ordini, ma a volte mi viene da soffocare, sapete? Ma cosa potete saperne voi, che state là, nelle vostre belle case e potete uscire all’aria aperta quando diavolo vi pare?  

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