un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

martedì 19 novembre 2013

Come se non mi avessi mai visto prima - Uno strano rituale (parte seconda)



Così fingemmo d’essere due perfetti sconosciuti. In realtà lo eravamo, dato che prima di quel momento il nostro rapporto era stato molto superficiale, e in ogni caso sempre mediato da mia figlia, una donna possessiva e insinuante. "Come se non mi avessi mai visto prima".
Quelle parole, pronunciate fuori del bar con voce misteriosa e convincente, m’ipnotizzarono all’istante e segnarono l’inizio della nostra strana storia. Funzionava così: ogni volta che lui aveva voglia di vedermi, mi telefonava comunicandomi solo luogo e ora dell’incontro. A quel punto mi vestivo e m’inventavo un nome, un’identità, una storia e un motivo per trovarmi in quel luogo in quel momento. Così faceva lui. Mentre guidavo a tutta velocità come una pazza, pregustavo ogni sensazione, ogni dettaglio. Era necessario che arrivassimo sul posto separatamente, altrimenti il nostro rituale avrebbe perso tutto il suo potere.

Fingevamo di incontrarci per caso alla cassa di un supermercato, o al bancone di un bar, o in un parcheggio. La sceneggiatura di quegli episodi bizzarri a volte subiva delle modifiche provocate dalle circostanze, dagli eventi, ma niente ci toglieva la voglia di cercarci, di indovinare negli occhi dell’altro la mossa successiva. Infatti era proprio il gusto morboso di incontrarci ogni volta in un modo diverso con identità diverse che ci eccitava; era come se ognuno di quegli incontri fosse il primo di mille storie vissute da persone diverse. Eravamo due romantici che si erano incontrati in un momento critico della propria vita. Volevamo rivivere continuamente il primo sguardo, il magnetismo e la novità del primo contatto sessuale; non era mai ripetitivo, era come se effettivamente non ci fossimo mai toccati prima. A prima vista, si potrebbe pensare che tutta quella farsa fosse solo un pretesto per fare sesso, ma il gioco vero si svolgeva prima, e quando arrivavamo effettivamente a letto, la mia libidine era alle stelle già da un pezzo. Il preambolo era più eccitante dell’atto sessuale in sé. Con questo non voglio dire che fosse piacevole, anzi... però senza il rituale dell’aggancio tutto sarebbe stato molto più banale e ripetitivo. Poteva essere un militare in licenza, un operaio di fabbrica, un avvocato; l’unica professione tabù era quella vera: geometra. Potevo essere una hostess, una diplomatica russa in missione, una prostituta d’alto bordo, una vedova in rovina e tutto ciò che il mio cervello vivace e macchinoso osava inventare; l’unica professione tabù era quella vera: annoiata vedova nullafacente. Leggendo libri e giornali o guardando film, spettacoli e programmi, mi ritrovavo a cercare spunti nuovi per le mie mille vite, nell’attesa che il telefono squillasse. Era un po’ maschilista come gioco, a dire la verità, visto che l’iniziativa la prendeva sempre lui, ma questo essere in suo potere era una gran bella ragione di vita per una donna di quarantadue anni stanca e senza lavoro. La consapevolezza che un secondo incontro con gli stessi nomi, con gli stessi vestiti, le stesse identità avrebbe reso tutto piatto e noioso ci univa in un patto silenzioso e complice, un patto che si rinnovava nei nostri occhi ogni volta che ci separavamo. Occhi e immaginazione erano gli elementi fondamentali che ci permettevano di trasformarci. Come ho detto, in genere i nostri incontri finivano a letto, in qualche albergo sperduto, o a casa di un amico, o in macchina. I ruoli che assumevamo non ci avrebbero mai permesso di incontrarci di nuovo; le cause erano varie: missioni in qualche Paese esotico, mogli gelose, minacce di morte, fughe anonime; non era possibile darsi un secondo appuntamento, non dovevamo neanche accennarlo, faceva parte del gioco. Tornavo a casa vuota, riempita com’ero di quelle storie assai più movimentate della mia vita vera; e mi ritrovavo sola, col gatto sulle ginocchia, a pensare a una persona che ormai aveva solo un volto, un corpo e neanche un nome.

La tragedia vera erano le riunioni di famiglia, dove mi sentivo tremendamente male, perché lo vedevo normale e noioso, risucchiato com’era da quella strega di mia figlia; era come se stessi a guardare una scena dall’esterno, e vedevo purtroppo solo un pover’uomo che non aveva nulla in comune con gli eroi romantici che sognavo. Mi sembrava pure brutto! Addirittura, durante un compleanno di mia figlia, mi sono trovata senza volere a pensare di andare a letto con l’uomo rozzo e ordinario che avevo sotto gli occhi, con quel nome e quella professione (geometra del Comune!) e la cosa mi ha imbarazzato, quell’idiota incolore quasi mi ripugnava. Quando quella sera mi ritrovai sola stava per crollare tutto: non riuscivo a capire. Era realmente così dozzinale e poco galante? Come poteva essere la stessa persona che mi seduceva? E io come gli apparivo nel mio ruolo di suocera? Anche lui mi vedeva così grigia, annoiata e brutta? Non volevo rispondere a me stessa, era troppo atroce. La realtà mi faceva paura, mi mandava in crisi, avevo bisogno di quei momenti magici per sentirmi altro da ciò che non volevo accettare di essere: una fallita.  

Nessun commento:

Posta un commento