un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

lunedì 25 novembre 2013

Via da Las Vegas - Un'idea di coppia

Lasciamo da parte gli attori (magnifici), la fotografia (superba), la colonna sonora (perfetta), la trama ecc., di questo film mi ha colpito l'idea della coppia, dell'amore che sottende.

giovedì 21 novembre 2013

Come se non mi avessi mai visto prima - Con occhi... assassini (terza parte)


Ma tutte le cose belle durano poco, questo pensai quella mattina di novembre. Mi ero svegliata di buon umore, e avevo deciso di andarmene in giro per negozi da sola; se solo mia figlia avesse saputo che stavo uscendo per negozi senza di lei e soprattutto senza il suo buon gusto, mi avrebbe sicuramente impedito di farlo e si sarebbe precipitata a prendermi. E così avrei trascorso la solita mattinata stressante, correndole dietro nei negozi dei suoi amici, a comprare vestiti che piacciono a lei (nonostante li debba pagare io); dopo, a casa, mi sarei sentita stupida e codarda per non averla messa in riga... Che incubo! Spesso mi chiedo: Dove ho sbagliato? Avrei bisogno di un po’ di complicità, ma l’unica cosa che sa fare è dare ordini, in questo è regina! Un generale, ecco cos’è... ma torniamo a noi. Insomma avevo deciso di trascorrere una mattina tranquilla, quando squillò il telefono. Era lui.

martedì 19 novembre 2013

Come se non mi avessi mai visto prima - Uno strano rituale (parte seconda)



Così fingemmo d’essere due perfetti sconosciuti. In realtà lo eravamo, dato che prima di quel momento il nostro rapporto era stato molto superficiale, e in ogni caso sempre mediato da mia figlia, una donna possessiva e insinuante. "Come se non mi avessi mai visto prima".
Quelle parole, pronunciate fuori del bar con voce misteriosa e convincente, m’ipnotizzarono all’istante e segnarono l’inizio della nostra strana storia. Funzionava così: ogni volta che lui aveva voglia di vedermi, mi telefonava comunicandomi solo luogo e ora dell’incontro. A quel punto mi vestivo e m’inventavo un nome, un’identità, una storia e un motivo per trovarmi in quel luogo in quel momento. Così faceva lui. Mentre guidavo a tutta velocità come una pazza, pregustavo ogni sensazione, ogni dettaglio. Era necessario che arrivassimo sul posto separatamente, altrimenti il nostro rituale avrebbe perso tutto il suo potere.

Fingevamo di incontrarci per caso alla cassa di un supermercato, o al bancone di un bar, o in un parcheggio. La sceneggiatura di quegli episodi bizzarri a volte subiva delle modifiche provocate dalle circostanze, dagli eventi, ma niente ci toglieva la voglia di cercarci, di indovinare negli occhi dell’altro la mossa successiva. Infatti era proprio il gusto morboso di incontrarci ogni volta in un modo diverso con identità diverse che ci eccitava; era come se ognuno di quegli incontri fosse il primo di mille storie vissute da persone diverse. Eravamo due romantici che si erano incontrati in un momento critico della propria vita. Volevamo rivivere continuamente il primo sguardo, il magnetismo e la novità del primo contatto sessuale; non era mai ripetitivo, era come se effettivamente non ci fossimo mai toccati prima. A prima vista, si potrebbe pensare che tutta quella farsa fosse solo un pretesto per fare sesso, ma il gioco vero si svolgeva prima, e quando arrivavamo effettivamente a letto, la mia libidine era alle stelle già da un pezzo. Il preambolo era più eccitante dell’atto sessuale in sé. Con questo non voglio dire che fosse piacevole, anzi... però senza il rituale dell’aggancio tutto sarebbe stato molto più banale e ripetitivo. Poteva essere un militare in licenza, un operaio di fabbrica, un avvocato; l’unica professione tabù era quella vera: geometra. Potevo essere una hostess, una diplomatica russa in missione, una prostituta d’alto bordo, una vedova in rovina e tutto ciò che il mio cervello vivace e macchinoso osava inventare; l’unica professione tabù era quella vera: annoiata vedova nullafacente. Leggendo libri e giornali o guardando film, spettacoli e programmi, mi ritrovavo a cercare spunti nuovi per le mie mille vite, nell’attesa che il telefono squillasse. Era un po’ maschilista come gioco, a dire la verità, visto che l’iniziativa la prendeva sempre lui, ma questo essere in suo potere era una gran bella ragione di vita per una donna di quarantadue anni stanca e senza lavoro. La consapevolezza che un secondo incontro con gli stessi nomi, con gli stessi vestiti, le stesse identità avrebbe reso tutto piatto e noioso ci univa in un patto silenzioso e complice, un patto che si rinnovava nei nostri occhi ogni volta che ci separavamo. Occhi e immaginazione erano gli elementi fondamentali che ci permettevano di trasformarci. Come ho detto, in genere i nostri incontri finivano a letto, in qualche albergo sperduto, o a casa di un amico, o in macchina. I ruoli che assumevamo non ci avrebbero mai permesso di incontrarci di nuovo; le cause erano varie: missioni in qualche Paese esotico, mogli gelose, minacce di morte, fughe anonime; non era possibile darsi un secondo appuntamento, non dovevamo neanche accennarlo, faceva parte del gioco. Tornavo a casa vuota, riempita com’ero di quelle storie assai più movimentate della mia vita vera; e mi ritrovavo sola, col gatto sulle ginocchia, a pensare a una persona che ormai aveva solo un volto, un corpo e neanche un nome.

La tragedia vera erano le riunioni di famiglia, dove mi sentivo tremendamente male, perché lo vedevo normale e noioso, risucchiato com’era da quella strega di mia figlia; era come se stessi a guardare una scena dall’esterno, e vedevo purtroppo solo un pover’uomo che non aveva nulla in comune con gli eroi romantici che sognavo. Mi sembrava pure brutto! Addirittura, durante un compleanno di mia figlia, mi sono trovata senza volere a pensare di andare a letto con l’uomo rozzo e ordinario che avevo sotto gli occhi, con quel nome e quella professione (geometra del Comune!) e la cosa mi ha imbarazzato, quell’idiota incolore quasi mi ripugnava. Quando quella sera mi ritrovai sola stava per crollare tutto: non riuscivo a capire. Era realmente così dozzinale e poco galante? Come poteva essere la stessa persona che mi seduceva? E io come gli apparivo nel mio ruolo di suocera? Anche lui mi vedeva così grigia, annoiata e brutta? Non volevo rispondere a me stessa, era troppo atroce. La realtà mi faceva paura, mi mandava in crisi, avevo bisogno di quei momenti magici per sentirmi altro da ciò che non volevo accettare di essere: una fallita.  

venerdì 15 novembre 2013

COME SE NON MI AVESSI MAI VISTO PRIMA - CON OCCHI NUOVI (Parte prima)





Me ne stavo seduta al solito tavolo, rintanata nell’angolo più tranquillo del solito Caffè a bere whisky puro, quando entrarono due mammine con poppanti, carrozzine e ciucciotti al seguito.
Cosa mi tocca sentire!
«Ti dorme tutta la notte? Beata te, io devo svegliarmi ogni ora per dargli una poppata!» comincia una, rossa di capelli.
«Almeno però ti dorme durante il giorno! In tutta la giornata non trovo neanche il tempo per un caffè!» risponde l’altra, la grassona.
«Caffè?! Sei matta? Fa male al bambino, non te lo ha detto il pediatra? Niente caffè finché allatti, bella mia!».
Se devo dire la verità tanto bella non era: due occhi come due uova al tegamino, capelli crespi sparati come razzi e venti chili di sovrappeso.
«Sapessi poi quando mi vede... come sorride! Quasi dice mamma!».
«Non esagerare, Conci, ha solo due settimane! Non vede ancora, me lo ha detto il pediatra».
«Cosa stai dicendo? Forse il tuo non ti riconosce, perché è più scemo! Guarda che occhi da salame che ha!».

venerdì 8 novembre 2013

Il mio "amore" per La pianista (libro e film)





"Walter, io non ho sentimenti, e anche se ne avessi per un giorno non prevarranno mai sulla mia intelligenza" (dal film)

Il primo incontro con La pianista (il film). All'Odeon di Bologna una domenica autunnale di quelle che a chiudersi nei cinema a guardare un film francese ci si sente così esistenzialisti e pieni di pacatezza d'animo, si lasciano le noiosissime quotidianità e ci si lancia in quelle atmosfere soffuse, impomatate. Chabrol, Leconte, Resnais, Lelouch, persino Rohmer, Pialat possono fare al caso nostro. Entri nella sala che è giorno ancora per poco ed esci che è buio pesto, e stai così bene con te stesso...

giovedì 7 novembre 2013

Comaneci in concerto - Attimi di eternità in musica



Non voglio scrivere una recensione, un po' perché non ho le competenze, un po' perché voglio che questo post parli in maniera densa, vorticosa di questo fantastico duo che adoro (hanno già diversi album all'attivo, l'ultimo è Uh!); utilizzando un approccio emotivo voglio introdurvi al loro mondo poetico. E' superfluo dire che sono degli strumentisti sopraffini (suonano entrambi tanti strumenti) e le loro voci sono un miscuglio passionale, perfetto di dolcezza, forza e fragilità.

martedì 5 novembre 2013

Meschina - 3 - La serata finale




La serata finale

Come fare ad annunciarla? Come avrebbe potuto pronunciare quel nome lungo e difficile senza stramazzare a terra per la vergogna? Il solo pensiero che la teppista potesse smascherarla di fronte a tutte quelle persone (ministri, prefetti, assessori, amici, nemici...) terrorizzava Dorotea, quasi non riusciva a respirare. Non era il panico da palcoscenico che l’assaliva solitamente dietro le quinte. Tutti avevano notato quanto Dorotea fosse più nervosa del solito, il che significava essere al limite di un attacco di nervi. Aveva la fronte bollente e gli occhi rossi.

domenica 3 novembre 2013

Meschina - 2 - Una vecchia storia

      
Se ne andò a casa non curandosi dei suoi impegni, che quel pomeriggio comprendevano tra l’altro le prove degli abiti per la serata finale. Camminò senza rendersi conto di nulla intorno a lei, sembrava un robot. La dimensione degli alberi, dei passanti, delle prime gocce del temporale che stava arrivando, dei muri chiari delle case del suo quartiere non era la dimensione dove volavano rapidi i suoi pensieri, pensieri che temeva da sempre.

venerdì 1 novembre 2013

Meschina - 1 - Le prove

«Se dovessi scegliere io i concorrenti, questi li spedirei tutti a casa!» gracchiò Dorotea non appena la concorrente numero 24 ebbe finito di cantare. Purtroppo non spettava a lei selezionare i cantanti, visto che era solo la presentatrice, ma chi in passato aveva tentato di farglielo notare, era andato incontro a fulmini e saette. «Presentatrice io? Che affronto! Se ho calcato i palcoscenici di tutto il mondo, sono una Soprano! Maria disse che un legato come il mio non l’aveva mai sentito! − intendeva la Callas − Se presento questo premio canoro è solo per portarvi, o forse dovrei dire regalarvi, un po’ della mia popolarità!» a quel punto in genere si cacciava velocemente in bocca una caramella alla menta.