un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

venerdì 25 ottobre 2013

AFFARI ROSSO SATANA - Quarto affare (parte 4)






Un vero “macho”, ecco cosa doveva diventare. Questo gli diceva il suo io, continuamente sottoposto a tentativi di aggressione da parte del gruppo (ovviamente di maschi) cui Arthur apparteneva. Preferiva uccidere le sue preferenze, i suoi gusti e le sue idee (rispettivamente preferiva il rosa, amava la musica sentimentale e i film romantici e credeva nella tolleranza sotto ogni punto di vista) pur di far parte del gruppo, pur di sentirsi uno di loro.
Un vero “macho man”. Come poteva diventarlo nel tempo più breve possibile?
Ormai i ricatti, gli insulti e le risate si erano fatte così opprimenti che l’unica via d’uscita che vedeva per salvare la faccia era diventare come loro. Sapeva in fondo al suo cuore che ciò era sbagliato, che andava contro tutti i principi che sua madre gli aveva trasmesso sin da bambino, principi che però non potevano aiutarlo in quel momento critico della sua evoluzione interiore. Forse era proprio per colpa di quella madre così libera, così indipendente e così fuori dalle regole che adesso si trovava in balìa di quel conflitto interiore. Sebbene praticasse e propagandasse l’amore libero e il sesso sfrenato, sua madre l’aveva reso troppo attaccato a lei, troppo insicuro e senza certezze. In certi momenti avrebbe voluto una madre comune, più rigida e meno invadente. Una vera madre, ecco cosa avrebbe voluto. In realtà sua madre era il travestito più famoso di tutta la città, dal nome d’arte Sweetbutter, che era in cartellone da decenni nel teatro più eccentrico della città col suo spettacolo Calde Bambole danzanti. Sarebbe stato più corretto chiamare Sweetbutter (al secolo Ben Harden) suo padre, visto che la madre, o meglio la donna che aveva concepito Arthur ventisei anni prima, non l’aveva mai conosciuta di persona, ma Sweetbutter preferiva esser chiamato “mammina”... Nessuno sapeva di chi fosse figlio nel suo nuovo gruppo di amici, e se solo lo avessero saputo, neanche i santi del paradiso avrebbero potuto salvarlo da “calci e cazzotti come se piovesse” e dall’immediata espulsione dal gruppo.
«Andrò al centro commerciale e comprerò dei vestiti da vero duro». Si sentiva tremendamente triste nei confronti di sua madre, cosa avrebbe detto vedendolo vestito da bullo e con il gel nei capelli? Lo sapeva cosa avrebbe detto: «Non è carnevale, Art, cosa ci fai vestito come uno stronzo qualsiasi?» se non peggio... Ma non poteva farci niente: senza gruppo si sentiva venire meno, sembrava sprofondare nella paranoia più totale, e ogni piccola cosa gli provocava ansia.
Ormai riuscivano a modificargli anche i pensieri, una specie di lavaggio del cervello, e questo era l’aspetto della faccenda che lo innervosiva di più. Alla fine di una serata col branco si sentiva vuoto e spaesato, senza punti di riferimento. Avevano il potere di condizionarlo totalmente, facendolo sentire “giusto” solo se si univa a loro in tutto e per tutto. Ultimamente volevano che si drogasse insieme a loro, ma questo si era sempre rifiutato di farlo. Sweetbutter aveva fumato con lui all’inizio dell’adolescenza il primo spinello, per fargli capire che non c’era nessun bisogno di nascondersi in bagno se voleva farsi uno spinello, poteva farselo in compagnia di “mammina”. Sapeva che questa era psicologia spicciola da film USA anni Settanta, ma Sweetbutter ancora viveva in quell’epoca, almeno come modo di pensare e agire. La libertà di essere diversi, di pensarla diversamente, la ricchezza  che sgorga dalla divergenza e altro ancora erano i punti cardine di ogni discorso sentito pronunciare fin da bambino dalle gonfie labbra rosso carminio di Sweetbutter. Tradimento alla corona, ecco di cosa si stava macchiando. Se poi la corona era una stupida corona di bigiotteria da reginetta del ballo che differenza faceva? Sua madre era la cosa più importante che aveva al mondo... Giunse a un compromesso: decise di andare a comprare i vestiti adatti, ma poi non era detto che li indossasse, prima doveva vedere che effetto avrebbero fatto addosso a lui. Durante il  tragitto si sentì morire, sentendo alla radio la voce della madre che pubblicizzava il suo spettacolo: «Venite nel tempio della perversione, cowboys! Portate anche le vostre signore, avranno molto da imparare dalle mie girl! Niente è impossibile per le Bambole Vogliose di Sweetbutter! Venite da tutto il Paese, cazzoni!»

Erano le 10:45 quando varcò l’ingresso del centro commerciale, giusto in tempo per venire braccato da Rosa Ortensia Sullivan prima che si recasse al bar per un caffè dopo una mattinata intensa di vendite e sorrisini. La prima cosa che Art pensò fu: «Diavolo, che bel rosa!».

Nessun commento:

Posta un commento