un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

sabato 19 ottobre 2013

Curiosità



Sono una curiosa. Mi interessa tutto quello che è fuori da me stessa. Sul treno leggo il giornale di chi mi siede vicino, ma ancor più volentieri, ovviamente, leggo cartoline, diari, scritti ecc. Guardo fisso senza vergogna, guardo i loro occhi cercando di carpire i pensieri che ci sono nelle loro teste, osservo le mani, i vestiti, le scarpe... tutto insomma.
È una mania che non riesco assolutamente a controllare. Se al bar mi trovo seduta vicino a una coppia (è solo un esempio, ma le coppie sono ciò che mi incuriosisce di più, senza nulla togliere agli altri soggetti), e sento che si dicono qualcosa, che stanno litigando, o anche solo parlando, mi avvicino con l’orecchio facendo finta di niente e ascolto, scruto con la coda dell’occhio. Se stanno zitti, cerco di cogliere ogni sospiro, sguardo o gesto. E l’immaginazione corre veloce... Saranno in lite?, Che occhi complici! Avranno appena fatto l’amore?, Cosa ha causato quelle espressioni lugubri?

Il mio metodo è semplice: osservazione, deduzione e conclusioni. Non sono mai stata stupida, ho sempre riflettuto sulle mie azioni, sui miei problemi. Quindi non crediate che non mi sia chiesta da cosa nasca questa ossessione per i fatti altrui. Me lo sono chiesto eccome, e volete sapere la risposta? Sono vuota dentro. Non c’è niente che senta realmente: felicità, malinconia, brividi, ferite, tutto vano per me. Cerco negli altri quello
che non riesco a provare, ciò che non sto vivendo, ma sto sprecando: ciò che dicono essere la vita. Per anni ho tentato di oppormi a questa idea, ma ora sono giunta ad accettare la consapevolezza di essere un burattino. Un giorno ho tentato di fare un bilancio, questo il risultato: i bisogni biologici mi comandavano, le cose di tutti i giorni dirigevano le mie azioni, le abitudini riempivano il mio tempo. Allora ho cominciato a guardarmi attorno, e ho visto persone ridere, piangere, rubare, mentire... Da quel momento ciò che mi circonda è diventato il mio riempimento il mio scopo.
Da bambina facevo dei sogni sulla mia vita futura, non ne ho realizzato nessuno. Mi manca la forza di decidere, lo hanno sempre fatto gli altri per me: prima mio padre (su comando di mia madre), poi, dopo essermi sposata, mio marito (su comando di sua madre). Insomma io non ho mai comandato nessuno, forse se avessimo avuto un figlio... ma ormai è troppo tardi. Oggi, invece, essendo sola, comandano gli altri. Li
sento, tutti intorno a me che mi invitano a entrare nei loro mondi, nelle loro storie, a volte noiose, a volte eccitanti, altre romantiche. È normale essere curiosi, direte voi. Nel mio caso no, è patologico: sono malata. La mia giornata tipo avanza velocemente seguendo i binari altrui, la curiosità mi spinge avanti. Affianco la vita degli altri senza invaderla, senza intervenirvi. Sto sul ciglio e ascolto, annuso e mi immedesimo. Quando mi stanco, la finestra si chiude e mi sento sazia. Ma questa soddisfazione è solo momentanea, e basta un gruppetto di amici che prendono il tè per farmi ricadere in questa sorta di trance.
La mia professione fortunatamente mi permette di dedicarmi ai fatti altrui. Fare la commessa, infatti, non mi impedisce di ficcare il naso. A volte le mie colleghe mi chiamano, e allora fingo di attaccare un cartellino, cose così... Gli altri mi permettono di distrarmi da me, di non pensare alla mia codardia, alla mia non-vita.
Vi chiederete se non mi abbiano mai sorpresa a curiosare: no, non è mai successo. O meglio, nei primi tempi stava per accadere, ma poi sono diventata brava, una vera professionista. Sono andata da uno psicologo, un tale con la faccia rossa da contadino e le mani grosse e sgraziate. Quando uscivo da quello studio mi sentivo strana, disorientata, come colpita da un coltello. Mi diceva delle cose odiose, che mi facevano pensare troppo. Ho smesso di andarci dopo sei mesi. Adesso vivo sola, libera di fare ciò che voglio, di ficcanasare.
Sono un fantoccio che vive in un mondo di storie da ascoltare. Nessuno ora mi può ostacolare: né mio padre, né mia madre, né mio marito. Li ho strozzati tutti e tre, non li sopportavo più. Ora devo andare.. c’è un gruppetto di donne che litigano al reparto profumi, e chi se le lascia scappare?

da "Le anime meschine", raccolta di racconti che a suo tempo trovò la casa sbagliata (un editore pessimo) dove abitare, ma comunque riuscì a non morire...

Nessun commento:

Posta un commento