un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

mercoledì 30 ottobre 2013

"Cosa ho fatto io per meritare questo?" - Almodovar




Ciascun personaggio ha un sogno che nel corso del film viene disilluso o comunque resta tale. Chi sogna Hollywood, chi il paese natio, chi la celebrità e i quattrini, chi semplicemente una vita migliore.
A mio modesto parere sono i sogni dei protagonisti che affascinano, ci portano in un mondo dove l'insoddisfazione è la base della vita stessa e nonostante questo c'è sempre tempo per sognare. In mezzo a questi palazzoni di periferia che forse portano con sè anch'essi desideri di rivalsa, si annidano dialoghi semplici che suonano famigliari in qualsiasi parte del mondo, scene di vita quotidiana che mai risultano fuori luogo nonostante il registro spesso sopra le righe. E così tra una risata e una malinconia, ti ritrovi a pensare ai desideri infantili di poter volare sui mari e sui continenti, di riuscire a spostare gli oggetti come la piccola e maltrattata Vanessa che si vendica della sua infanzia lercia e senza amore attraverso i suoi poteri. E dietro questo teatrino che sul momento fa sorridere, sta il senso del film: se da bambini la rabbia è ancora viva, si manifesta, da adulti il più delle volte se ne perde traccia, e ci porta a vivere delle vite malinconiche, spese a rincorrere qualcosa che non sappiamo nemmeno noi cos'è, a vivere a metà.
Solo alla vecchia suocera è concesso di realizzare il suo sogno - quello di tornare al paesello - ma del resto tra tutti era il sogno più piccino. 
La "messimpiega" è lontana anni luce da questo film, a Gloria non basta nemmeno eliminare il marito per cambiare, è sempre lì sospesa a guardare nel vuoto. Almodòvar sembra anzi dire: se sei bloccato in una situazione, stai sicuro che ci resterai per sempre. 

Nessun commento:

Posta un commento