un Blog di Gabriele Cecchini


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mercoledì 16 ottobre 2013

Consunti orpelli


Nora si inginocchiò per cercare di recuperare la perla. Era scivolata veloce sotto l’armadio, dopo che la sua vecchia collana, rompendosi, l’aveva liberata d’impulso. Trovò polvere in gomitoli, ombre strane e sporcizia, del resto ormai non badava più alla casa come un tempo. Poi le capitò tra le dita un altro oggetto.
L’anello.
Ecco dove si era cacciato! L’aveva perduto il giorno del suo matrimonio, secoli prima. Apparteneva alla madre, gliel’aveva regalato in un’occasione speciale: il suo debutto come ballerina. Si arrabbiò molto per la sua sbadataggine e non le parlò per giorni. E adesso dopo sessant’anni, quando ormai la madre se n’era andata e il marito pure, era lì davanti a lei, splendente come un tempo. Consunti orpelli, pensò mentre se lo metteva al dito. Non perdevano forse il loro significato dopo tutti quegli anni? Sì, ma rimanevano lì, belli e immortali, sopravvivevano a chi li aveva usati, tramandati e ammirati, uno schiaffo alla morte. Maledetti. E se fossero invecchiati loro mentre lei rimaneva giovane e bella a cavallo del tempo? Li avrebbe guardati con scherno nel loro sfiorire, appannarsi e ingrigirsi, nel vederli perdere la loro brillantezza, come stava facendo quello stupido anello: si stava beffando senza ritegno delle sue rughe, del suo ammantarsi d’argento, del suo autunno.

Aveva gli armadi pieni di vecchi oggetti, ricordi e tristezze. Quel giorno decise di tirare fuori la punta di diamante di quella cattedrale in pezzi: il giorno in cui realizzò di essere emotivamente morta. Non a caso la sua mente era volata proprio su quel lontano sussulto.
Fino a quel giorno la farsa della sua esistenza aveva proceduto senza indugi, ritardi o scioperi: replica dopo replica, città dopo città. Un successo annunciato. Sorrisi a tutti, occhi languidi, piccole gioie del quotidiano. Ma il 22 dicembre del 1964 accadde un fatto strano.
Stava scegliendo assieme a suo marito i regali di Natale per i figli, come sempre in ritardo e troppo di fretta. La folla attorno a lei ruotava frenetica e caotica, danzando a tempo la sarabanda del Natale felice-siamo tutti più buoni.
Tutto d’un tratto sentì una musica. Le note andarono a incastrarsi nel suo inconscio, punzecchiarono corde ormai in disuso e lasciarono cantare finalmente la morte del cigno della sua anima. Le lacrime sgorgarono come latte da una noce di cocco. Aveva già sentito quella musica, molto tempo prima, ma dove?
Suo marito le chiese la causa di tale temporale emotivo. Non seppe rispondere, non c’erano state nemmeno nuvole nere all’orizzonte! Uscì un attimo lasciandolo alla cassa, solo. «Signora, le devo impacchettare i suoi regali?» fece una voce gentile lì fuori. Sì, impacchetta l’anima di qualcuno e dammela, io non ne ho.
Girò l’angolo e si appoggiò al muro di una vecchia casa. All’improvviso ricordò. Era la musica che aveva accompagnato quel lontano debutto, prima di conoscere suo marito e sposarsi, la sera che aveva ricevuto l’anello! Come poteva aver dimenticato quel balletto che aveva ascoltato fin da bambina sognando un giorno di danzare su quelle note? E fu la marcia funebre della sua anima d’artista. Rinunciò a tutto per i figli, il marito e la famiglia.
Contro quei mattoni scoperti si sentì nuda anche lei, e terribilmente sola. Non aveva più nulla dentro, aveva venduto la sua anima al diavolo. La sua vita era la danza, la musica, l’arte! Perché se ne rendeva conto solo ora? Dov’era stata in quei dieci lunghi anni? Ormai era troppo tardi per tornare indietro. Dieci anni di coma profondo. Perché le campane a lutto suonavano solo ora?
Decise che il 22 dicembre 1964 era la data della sua morte emotiva. O meglio della consapevolezza di tale evento. Aveva chiuso i suoi desideri, le sue aspirazioni e il suo riempimento dentro una botola, e quella musica l’aveva spalancata tragicamente. Troppo tardi. Non avrebbe più dormito sonni tranquilli, vissuto la vita di sempre, guardato avanti con la speranza negli occhi. Ormai sapeva che quello che le restava era solo una vita finta, vuota e priva di slanci. Era defunta. Divorami parete spoglia e provata, ingurgitami e mescola le tue macerie alle mie, canterò per l’eternità come un fantasma intrappolato in un vecchio castello…
La sua preghiera non venne esaudita, suo marito la stanò e la riportò a casa. Non parlarono dell’accaduto, lui mantenne un pudore e un silenzio ammirevoli (almeno per lei, che non avrebbe potuto dirgli che aveva sacrificato la sua anima per lui).
Ora, ottant’anni suonati, lì davanti allo specchio del suo comò, circondata da gioielli, profumi, trucchi, si sentì parte di quei vecchi orpelli. Consunti orpelli, sono una di voi, una vecchia collana arrugginita e dimenticata.
Si alzò e andò alla finestra. Salutò con un cenno della mano Agata, la sua vicina. Anche lei sola, si facevano compagnia nelle fredde serate dell’inverno della loro vecchiaia, giocando a carte e mangiando dolci, non era poi così male. Tornò a sedersi davanti ai suoi balocchi. Di nuovo quella riga bianca che si espandeva sui suoi capelli tinti di rosso… Domani andrò dal parrucchiere, rifletté sollevata di avere qualcosa di pratico a cui pensare. Tra tre giorni è Natale, oggi è il 22, arriveranno Laura e Leonardo con i bambini, i regali e un po’ di scompiglio, osservò Nora spruzzandosi un po’ di profumo sui polsi. Lo faceva spesso, anche se non doveva uscire, la faceva sentire bene. Almeno non sento l’odore della vecchiaia. Sorrise.
I suoi occhi si posarono di nuovo sull’anello, era ancora lì, uscito da poco dalle sabbie mobili del passato e bello più che mai. Lo avrebbe venduto, era la cosa giusta da fare. Più lo guardava e più lo odiava, perché rappresentava la sua disfatta, il silenzio del suo essere, l’aridità dei suoi silenzi.
E se avesse continuato gli studi di danza? Cosa sarebbe stata ora? Sarebbe stata comunque un’anziana signora che guarda lo specchio con malinconia, che vaga nei tunnel del tempo con mestizia davanti ai suoi consunti orpelli. Forse avrebbe avuto ancora con sé la sua anima.
Forse, forse, forse…

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