un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

mercoledì 30 ottobre 2013

"Cosa ho fatto io per meritare questo?" - Almodovar




Ciascun personaggio ha un sogno che nel corso del film viene disilluso o comunque resta tale. Chi sogna Hollywood, chi il paese natio, chi la celebrità e i quattrini, chi semplicemente una vita migliore.
A mio modesto parere sono i sogni dei protagonisti che affascinano, ci portano in un mondo dove l'insoddisfazione è la base della vita stessa e nonostante questo c'è sempre tempo per sognare. In mezzo a questi palazzoni di periferia che forse portano con sè anch'essi desideri di rivalsa, si annidano dialoghi semplici che suonano famigliari in qualsiasi parte del mondo, scene di vita quotidiana che mai risultano fuori luogo nonostante il registro spesso sopra le righe. E così tra una risata e una malinconia, ti ritrovi a pensare ai desideri infantili di poter volare sui mari e sui continenti, di riuscire a spostare gli oggetti come la piccola e maltrattata Vanessa che si vendica della sua infanzia lercia e senza amore attraverso i suoi poteri. E dietro questo teatrino che sul momento fa sorridere, sta il senso del film: se da bambini la rabbia è ancora viva, si manifesta, da adulti il più delle volte se ne perde traccia, e ci porta a vivere delle vite malinconiche, spese a rincorrere qualcosa che non sappiamo nemmeno noi cos'è, a vivere a metà.
Solo alla vecchia suocera è concesso di realizzare il suo sogno - quello di tornare al paesello - ma del resto tra tutti era il sogno più piccino. 
La "messimpiega" è lontana anni luce da questo film, a Gloria non basta nemmeno eliminare il marito per cambiare, è sempre lì sospesa a guardare nel vuoto. Almodòvar sembra anzi dire: se sei bloccato in una situazione, stai sicuro che ci resterai per sempre. 

Affari rosso satana - La fine





Immaginate una fila di sedie piuttosto comode dentro una stanza enorme e soprattutto molto alta. Le pareti sono rosse, senza niente appeso. Questo per una sommaria descrizione del luogo.
Veniamo agli attori. Nell’ordine: Sweetbutter, Art, Tilda e infine Franny. Ognuno siede sulla sua sedia, l’uno accanto all’altro. Si tengono le mani e tremano dalla paura.

Affari rosso satana - Desideri realizzati e incubi materializzati (parte 6)







Franny salì in macchina e azzannò la torta con le mani, aveva una gran fame, oltre alla voglia matta di assaggiare quella prelibatezza. Il sapore non era granché, a dire il vero. Ne mangiò metà, giusto per riempirsi lo stomaco prima di andare al “Lady Godiva”. «Se non trovo nessuno neanche oggi, giuro sulla testa di mia madre che chiedo il divorzio e mi sposo uno stallone» disse ad alta voce mentre spegneva il cellulare prima di entrare in sala. Davano Duro come il marmo 3, film che attendeva da mesi, visto il godimento che le avevano provocato i primi due film della serie. Come sempre c’era poca gente, e tutti seduti a debita distanza l’uno dall’altro. L’unica donna era lei, ormai non ci faceva neanche più caso. Così, quando sentì qualcuno bisbigliare alle sue spalle, pensò che si trattasse dell’ennesima allucinazione da affamata di sesso quale era.

martedì 29 ottobre 2013

Affari rosso satana - Lezioni di vendita (parte 5)




La vendita si svolgeva più o meno così. Rosa Ortensia Sullivan, la venditrice più redditizia e audace che la Devil’s feed & Co. possedesse, puntava l’acquirente con i suoi tondi occhi azzurri, dopo una rapida panoramica sui possibili polli da spennare. Ormai con l’andare degli anni questa operazione di monitoraggio era diventata talmente veloce e meccanica che nessuno si accorgeva di nulla. Così la Sullivan spiegava alle novelle in cosa consisteva il lavoro di “cacciatrice di affari”: «Scordatevi di dover vendere qualcosa, care. Voi non state vendendo assolutamente nulla, voi state dando a quella massa di depressi, maniaci, fobici, schizzati ciò di cui loro hanno bisogno. Per loro acquistare è una mania, non deriva da alcuna necessità.. Dopo anni di studi sui loro atteggiamenti, ho capito che non sono persone che vanno a fare delle spese, ma degli zombie che vagano senza meta per i centri commerciali. Girano lì dentro per esorcizzare i loro problemi, per colmare dei vuoti. Usate tutti i trucchi che vi sono necessari per vendere il prodotto; la vendita è l’unico scopo del vostro lavoro. Ammiccate, strizzate l’occhio ai vecchi bavosi, alzatevi la gonna involontariamente, chinatevi per raccogliere qualcosa, trovate gli argomenti che ritenete opportuni a seconda del soggetto. Se avete di fronte una madre di famiglia mezza suora, bigotta e castigata, fate la parte della vittima, della povera ragazza che viene spinta a indossare minigonne e tacchi alti contro la propria volontà. Se volete essere una vera Devil’s girl, dovete aguzzare l’ingegno. Non abbiate timore dei rifiuti, voi siete assolutamente sicure che loro acquisteranno il prodotto».

venerdì 25 ottobre 2013

UNA BUONA MAPPA - Un racconto d'amore su e-writers

http://www.ewriters.it/leggi.asp?W=68141

AFFARI ROSSO SATANA - Quarto affare (parte 4)






Un vero “macho”, ecco cosa doveva diventare. Questo gli diceva il suo io, continuamente sottoposto a tentativi di aggressione da parte del gruppo (ovviamente di maschi) cui Arthur apparteneva. Preferiva uccidere le sue preferenze, i suoi gusti e le sue idee (rispettivamente preferiva il rosa, amava la musica sentimentale e i film romantici e credeva nella tolleranza sotto ogni punto di vista) pur di far parte del gruppo, pur di sentirsi uno di loro.
Un vero “macho man”. Come poteva diventarlo nel tempo più breve possibile?

giovedì 24 ottobre 2013

AFFARI ROSSO SATANA - Terzo affare (parte 3)



Tilda Rottingher finse di essersi dimenticata la carta di credito, come sempre quando si trovava in compagnia di un “amico”.
«Non ti preoccupare Tilda, faccio io» fece Leonard, l’accompagnatore della mattina.
«Oh Lenny, sei un vero tesoro! Sei sicuro che non sia un problema?» sapeva benissimo che non sarebbe stato un problema, altrimenti perché diavolo si sarebbe recata lì al centro commerciale con quel vecchio? Sebbene fosse la migliore del corso per infermiere che aveva frequentato, qualcosa le aveva fatto capire che l’unico modo per riuscire a sopravvivere era farsi molti “amici”. Cominciava tutto col far capire ai pazienti “eletti” che potevano contare su di lei, che potevano rivolgersi a lei per ogni cosa, ogni desiderio, ogni necessità. Non andava a letto con quei vecchietti, come pensava la maggior parte della gente che vedeva i suoi traffici, no, Tilda era più furba: se li faceva amici. Li coccolava, li curava, ci giocava a carte, gli portava tanti fiori (non le costavano nulla: li rubava a sua madre mentre dormiva). Intanto lei, dopo il primo approccio, cominciava a indagare sui conti in banca e sui possedimenti di questi pazienti dell’ospedale. Non voleva rubare loro milioni, questo no, voleva solo che la ricambiassero delle attenzioni che lei aveva rivolto loro durante la degenza in ospedale. Così, dopo la guarigione, se li portava a pranzo fuori, nei supermercati, nei negozi dove le interessava qualcosa. E chi era così senza cuore da non comprare ogni cosa che quegli occhi da cerbiatto indifeso chiedevano discretamente?
«Oh che bel pigiama di seta, se potessi permettermelo... con la paga misera dell’ospedale fatico ad arrivare a fine mese, poi mia madre è malata...».

mercoledì 23 ottobre 2013

AFFARI ROSSO SATANA Secondo affare (parte 2)



Dalle colline del quartiere aristocratico dove dal lontano 1936 si ergeva minacciosa la sua casa miliardaria, Samantha non riusciva a capire se ci fosse bel tempo o no; colpa degli occhiali da sole che si era dimenticata di togliersi la sera prima. Ecco, così i suoi occhi verdi furono colpiti da un’ondata di raggi caldi e insoliti per quel mese. Ne fu felice, e si meravigliò del suo stesso stato d’animo, generalmente una giornata soleggiata la faceva sentire in colpa, dato che era costretta a
restare in casa a causa della sua attività principale: poltrire a letto o sul divano. La causa dei sensi di colpa che provava per ogni fottutissima cosa era l’educazione cattolica impartitale da
quella bigotta di sua madre. Quando studiava si sentiva in colpa perché non lavorava, nonostante i miliardi che possedesse. Quando lavorava si sentiva in colpa per non aver continuato a studiare. Adesso che non studiava e non lavorava la sua vita era un casino, lo sapeva benissimo. Ecco cosa faceva tutto il giorno: dormire, mangiare e andare a correre sulle colline per non diventare una bomba di grasso. A volte usciva con le sue amiche, ma raramente era riuscita a sopportarle per un’intera sera, con tutte quelle stronzate su tutti gli uomini single della città... La sua “tana” collocata così in alto era metafora del suo stato mentale: si sentiva al di sopra di tutte le preoccupazioni delle persone che stavano sotto, giù in città, al di sopra di ogni altro essere umano, nel senso che non le interessava sposarsi (non provava ansia per il fatto di avere 33 anni e non avere un uomo), non voleva andarsene dalla sua meravigliosa dimora e non voleva andare in viaggio nei paesi esotici che vedeva regolarmente nelle cartoline inviatele da suo padre durante i lunghi viaggi che fa con la sua nuova compagna Dana.

martedì 22 ottobre 2013

AFFARI ROSSO SATANA Primo affare (parte 1)




Che notte odiosa quella! Insonne e maledettamente lunga. George, suo marito, sebbene avesse tentato come tutte le sere di fare sesso con lei, era poi piombato nel sonno più profondo, vittima della stanchezza e dell’impotenza (ormai non vi erano più dubbi). E pensare che Franny aveva voglie matte a tutte le ore del giorno e della notte! A volte sperava che di giorno qualche maniaco sessuale si nascondesse in casa (dietro la porta, nell’armadio, nel bagno) per prenderla con ardore durante le ore notturne, dopo aver sedato o imbavagliato George. Guardava con occhi maliziosi gli uomini piacenti che incontrava, sperando che qualcuno le chiedesse un appuntamento, non aveva così tanto coraggio da fare lei la prima mossa. Si riteneva terribilmente sfortunata per il fatto di non essere oggetto delle attenzioni degli uomini, sentiva continuamente casi di palpeggi molesti, complimenti volgari, proposte indecenti... a lei mai niente. Il problema era la sua aria altezzosa, continuava a ripetersi; non lasciava spazio agli altri in quegli occhi neri. Abbassavano lo sguardo impietriti nel momento stesso in cui si accorgevano che li stava guardando con quelli che lei riteneva essere due occhi vogliosi e peccaminosi. Per questo si era comprata una dozzina di riviste pornografiche, qualche video e persino un vibratore, dopo che il solo guardare al rallentatore le scene di sesso non la soddisfaceva più...

sabato 19 ottobre 2013

Curiosità



Sono una curiosa. Mi interessa tutto quello che è fuori da me stessa. Sul treno leggo il giornale di chi mi siede vicino, ma ancor più volentieri, ovviamente, leggo cartoline, diari, scritti ecc. Guardo fisso senza vergogna, guardo i loro occhi cercando di carpire i pensieri che ci sono nelle loro teste, osservo le mani, i vestiti, le scarpe... tutto insomma.
È una mania che non riesco assolutamente a controllare. Se al bar mi trovo seduta vicino a una coppia (è solo un esempio, ma le coppie sono ciò che mi incuriosisce di più, senza nulla togliere agli altri soggetti), e sento che si dicono qualcosa, che stanno litigando, o anche solo parlando, mi avvicino con l’orecchio facendo finta di niente e ascolto, scruto con la coda dell’occhio. Se stanno zitti, cerco di cogliere ogni sospiro, sguardo o gesto. E l’immaginazione corre veloce... Saranno in lite?, Che occhi complici! Avranno appena fatto l’amore?, Cosa ha causato quelle espressioni lugubri?

Il mio metodo è semplice: osservazione, deduzione e conclusioni. Non sono mai stata stupida, ho sempre riflettuto sulle mie azioni, sui miei problemi. Quindi non crediate che non mi sia chiesta da cosa nasca questa ossessione per i fatti altrui. Me lo sono chiesto eccome, e volete sapere la risposta? Sono vuota dentro. Non c’è niente che senta realmente: felicità, malinconia, brividi, ferite, tutto vano per me. Cerco negli altri quello
che non riesco a provare, ciò che non sto vivendo, ma sto sprecando: ciò che dicono essere la vita. Per anni ho tentato di oppormi a questa idea, ma ora sono giunta ad accettare la consapevolezza di essere un burattino. Un giorno ho tentato di fare un bilancio, questo il risultato: i bisogni biologici mi comandavano, le cose di tutti i giorni dirigevano le mie azioni, le abitudini riempivano il mio tempo. Allora ho cominciato a guardarmi attorno, e ho visto persone ridere, piangere, rubare, mentire... Da quel momento ciò che mi circonda è diventato il mio riempimento il mio scopo.
Da bambina facevo dei sogni sulla mia vita futura, non ne ho realizzato nessuno. Mi manca la forza di decidere, lo hanno sempre fatto gli altri per me: prima mio padre (su comando di mia madre), poi, dopo essermi sposata, mio marito (su comando di sua madre). Insomma io non ho mai comandato nessuno, forse se avessimo avuto un figlio... ma ormai è troppo tardi. Oggi, invece, essendo sola, comandano gli altri. Li
sento, tutti intorno a me che mi invitano a entrare nei loro mondi, nelle loro storie, a volte noiose, a volte eccitanti, altre romantiche. È normale essere curiosi, direte voi. Nel mio caso no, è patologico: sono malata. La mia giornata tipo avanza velocemente seguendo i binari altrui, la curiosità mi spinge avanti. Affianco la vita degli altri senza invaderla, senza intervenirvi. Sto sul ciglio e ascolto, annuso e mi immedesimo. Quando mi stanco, la finestra si chiude e mi sento sazia. Ma questa soddisfazione è solo momentanea, e basta un gruppetto di amici che prendono il tè per farmi ricadere in questa sorta di trance.
La mia professione fortunatamente mi permette di dedicarmi ai fatti altrui. Fare la commessa, infatti, non mi impedisce di ficcare il naso. A volte le mie colleghe mi chiamano, e allora fingo di attaccare un cartellino, cose così... Gli altri mi permettono di distrarmi da me, di non pensare alla mia codardia, alla mia non-vita.
Vi chiederete se non mi abbiano mai sorpresa a curiosare: no, non è mai successo. O meglio, nei primi tempi stava per accadere, ma poi sono diventata brava, una vera professionista. Sono andata da uno psicologo, un tale con la faccia rossa da contadino e le mani grosse e sgraziate. Quando uscivo da quello studio mi sentivo strana, disorientata, come colpita da un coltello. Mi diceva delle cose odiose, che mi facevano pensare troppo. Ho smesso di andarci dopo sei mesi. Adesso vivo sola, libera di fare ciò che voglio, di ficcanasare.
Sono un fantoccio che vive in un mondo di storie da ascoltare. Nessuno ora mi può ostacolare: né mio padre, né mia madre, né mio marito. Li ho strozzati tutti e tre, non li sopportavo più. Ora devo andare.. c’è un gruppetto di donne che litigano al reparto profumi, e chi se le lascia scappare?

da "Le anime meschine", raccolta di racconti che a suo tempo trovò la casa sbagliata (un editore pessimo) dove abitare, ma comunque riuscì a non morire...

giovedì 17 ottobre 2013

Al cinema con I Maestri Di Vita Do Piacimento (un divertissement)







Mi è capitato di incontrare persone che ti metti a guardarle e ti sembra di essere al cinema. Fanno una mossa o l'altra con i tempi perfetti, il sorriso smagliante che scatta al momento giusto e con la giusta combinazione di simpatia e scaltrezza (che pensi: Cazzo, che persona decisa!), conoscono tonnellate di persone e salutano anche le piante, i barboncini e quelli che hanno visto una volta a una festa per un minuto scarso (e quelli li risalutano!).

mercoledì 16 ottobre 2013

L'insostenibile leggerezza di un mondo pesantissimo


Bisogna ridere, parlare di niente, bere, guardarsi intorno e ridicolizzare ogni cosa. Lasciare fuori dalla porta i problemi, mai mettere in discussione se stessi o far notare un difetto, una crepa in questa gigante palla di plastica nella quale si è trasformato il mondo. Se lo fai, vedi gli occhi che ruotano all'insù o di lato e zac! giù le saracinesche: non ti ascoltano più. Stiamo diventando come i politici che sono maghi nell'evitare di rispondere alle domande, nel ripetere ossessivamente pezzi di frasi per indottrinare l'altro, nel non vedere. Ci ritroviamo a non pensare, a sorridere e fare finta di non vedere. Il dolore non viene preso in considerazione, non viene "sentito", ma senza attraversarlo ci è preclusa ogni rinascita, ogni cambiamento. Quindi, corriamo tutti a farci una "messimpiega" e giochiamo a sentirci diversi da quelli che eravamo ieri con i ciuffi fuori posa!

Consunti orpelli


Nora si inginocchiò per cercare di recuperare la perla. Era scivolata veloce sotto l’armadio, dopo che la sua vecchia collana, rompendosi, l’aveva liberata d’impulso. Trovò polvere in gomitoli, ombre strane e sporcizia, del resto ormai non badava più alla casa come un tempo. Poi le capitò tra le dita un altro oggetto.
L’anello.
Ecco dove si era cacciato! L’aveva perduto il giorno del suo matrimonio, secoli prima. Apparteneva alla madre, gliel’aveva regalato in un’occasione speciale: il suo debutto come ballerina. Si arrabbiò molto per la sua sbadataggine e non le parlò per giorni. E adesso dopo sessant’anni, quando ormai la madre se n’era andata e il marito pure, era lì davanti a lei, splendente come un tempo. Consunti orpelli, pensò mentre se lo metteva al dito. Non perdevano forse il loro significato dopo tutti quegli anni? Sì, ma rimanevano lì, belli e immortali, sopravvivevano a chi li aveva usati, tramandati e ammirati, uno schiaffo alla morte. Maledetti. E se fossero invecchiati loro mentre lei rimaneva giovane e bella a cavallo del tempo? Li avrebbe guardati con scherno nel loro sfiorire, appannarsi e ingrigirsi, nel vederli perdere la loro brillantezza, come stava facendo quello stupido anello: si stava beffando senza ritegno delle sue rughe, del suo ammantarsi d’argento, del suo autunno.

Aveva gli armadi pieni di vecchi oggetti, ricordi e tristezze. Quel giorno decise di tirare fuori la punta di diamante di quella cattedrale in pezzi: il giorno in cui realizzò di essere emotivamente morta. Non a caso la sua mente era volata proprio su quel lontano sussulto.
Fino a quel giorno la farsa della sua esistenza aveva proceduto senza indugi, ritardi o scioperi: replica dopo replica, città dopo città. Un successo annunciato. Sorrisi a tutti, occhi languidi, piccole gioie del quotidiano. Ma il 22 dicembre del 1964 accadde un fatto strano.
Stava scegliendo assieme a suo marito i regali di Natale per i figli, come sempre in ritardo e troppo di fretta. La folla attorno a lei ruotava frenetica e caotica, danzando a tempo la sarabanda del Natale felice-siamo tutti più buoni.
Tutto d’un tratto sentì una musica. Le note andarono a incastrarsi nel suo inconscio, punzecchiarono corde ormai in disuso e lasciarono cantare finalmente la morte del cigno della sua anima. Le lacrime sgorgarono come latte da una noce di cocco. Aveva già sentito quella musica, molto tempo prima, ma dove?
Suo marito le chiese la causa di tale temporale emotivo. Non seppe rispondere, non c’erano state nemmeno nuvole nere all’orizzonte! Uscì un attimo lasciandolo alla cassa, solo. «Signora, le devo impacchettare i suoi regali?» fece una voce gentile lì fuori. Sì, impacchetta l’anima di qualcuno e dammela, io non ne ho.
Girò l’angolo e si appoggiò al muro di una vecchia casa. All’improvviso ricordò. Era la musica che aveva accompagnato quel lontano debutto, prima di conoscere suo marito e sposarsi, la sera che aveva ricevuto l’anello! Come poteva aver dimenticato quel balletto che aveva ascoltato fin da bambina sognando un giorno di danzare su quelle note? E fu la marcia funebre della sua anima d’artista. Rinunciò a tutto per i figli, il marito e la famiglia.
Contro quei mattoni scoperti si sentì nuda anche lei, e terribilmente sola. Non aveva più nulla dentro, aveva venduto la sua anima al diavolo. La sua vita era la danza, la musica, l’arte! Perché se ne rendeva conto solo ora? Dov’era stata in quei dieci lunghi anni? Ormai era troppo tardi per tornare indietro. Dieci anni di coma profondo. Perché le campane a lutto suonavano solo ora?
Decise che il 22 dicembre 1964 era la data della sua morte emotiva. O meglio della consapevolezza di tale evento. Aveva chiuso i suoi desideri, le sue aspirazioni e il suo riempimento dentro una botola, e quella musica l’aveva spalancata tragicamente. Troppo tardi. Non avrebbe più dormito sonni tranquilli, vissuto la vita di sempre, guardato avanti con la speranza negli occhi. Ormai sapeva che quello che le restava era solo una vita finta, vuota e priva di slanci. Era defunta. Divorami parete spoglia e provata, ingurgitami e mescola le tue macerie alle mie, canterò per l’eternità come un fantasma intrappolato in un vecchio castello…
La sua preghiera non venne esaudita, suo marito la stanò e la riportò a casa. Non parlarono dell’accaduto, lui mantenne un pudore e un silenzio ammirevoli (almeno per lei, che non avrebbe potuto dirgli che aveva sacrificato la sua anima per lui).
Ora, ottant’anni suonati, lì davanti allo specchio del suo comò, circondata da gioielli, profumi, trucchi, si sentì parte di quei vecchi orpelli. Consunti orpelli, sono una di voi, una vecchia collana arrugginita e dimenticata.
Si alzò e andò alla finestra. Salutò con un cenno della mano Agata, la sua vicina. Anche lei sola, si facevano compagnia nelle fredde serate dell’inverno della loro vecchiaia, giocando a carte e mangiando dolci, non era poi così male. Tornò a sedersi davanti ai suoi balocchi. Di nuovo quella riga bianca che si espandeva sui suoi capelli tinti di rosso… Domani andrò dal parrucchiere, rifletté sollevata di avere qualcosa di pratico a cui pensare. Tra tre giorni è Natale, oggi è il 22, arriveranno Laura e Leonardo con i bambini, i regali e un po’ di scompiglio, osservò Nora spruzzandosi un po’ di profumo sui polsi. Lo faceva spesso, anche se non doveva uscire, la faceva sentire bene. Almeno non sento l’odore della vecchiaia. Sorrise.
I suoi occhi si posarono di nuovo sull’anello, era ancora lì, uscito da poco dalle sabbie mobili del passato e bello più che mai. Lo avrebbe venduto, era la cosa giusta da fare. Più lo guardava e più lo odiava, perché rappresentava la sua disfatta, il silenzio del suo essere, l’aridità dei suoi silenzi.
E se avesse continuato gli studi di danza? Cosa sarebbe stata ora? Sarebbe stata comunque un’anziana signora che guarda lo specchio con malinconia, che vaga nei tunnel del tempo con mestizia davanti ai suoi consunti orpelli. Forse avrebbe avuto ancora con sé la sua anima.
Forse, forse, forse…

martedì 15 ottobre 2013

Perché un blog anti-messimpiega



Un blog che si rivolge a tutti coloro che trovano maledettamente fastidiosa la superficialità da quattro soldi del tipo: "Si svegliò, si guardò attorno e capì che avrebbe dovuto farsi una messa in piega, per prendersi un po' di tempo per sé, per coccolarsi. E magicamente sentì che le cose avrebbero preso una piega diversa, nuova". In altre parole: il cambiamento comporta uno sforzo, una lotta contro se stessi, un dolore profondo che ha tempi indefiniti. Questa società che non fa altro che proporre un allucinante mordi-e-fuggi in ogni ambito della vita pubblica e privata, nella cultura, uccide alla radice le premesse di un reale cambiamento. Per quanto mi riguarda, più che ad un vero e proprio cambiamento finora mi sono dedicato ad un processo di disvelamento, di presa di coscienza, che è molto vicino al cambiamento, ma in realtà poco o niente si distrugge del tutto (l'ombra dei vecchi noi stessi resta). Dunque è la fatica che si fa nel tentativo di portare lontano da sé certe manie/ossessioni/paure che ci fa sentire e diventare uomini nel vero senso della parola, quell'ostinazione a migliorarci ci salva.


N.B.: "Messimpiega" è scritto volutamente così